Sarà un caso… Anzi, da capo: non è per niente un caso se Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin hanno avuto un lungo colloquio subito dopo il tracollo della lira turca (che ha perso il 30% del valore sul dollaro nel solo 2018) e l’annuncio da parte di Donald Trump del raddoppio dei dazi sulle importazioni di alluminio e acciaio dalla Turchia, che raggiungono così il 20 e il 50% di imposizione.

La crisi economica, che rischia ogni giorno di più di trasformarsi in crisi di un modello politico, spinge inevitabilmente la Turchia verso la Russia, per una lunga serie di ragioni. Prima di esaminarle, però, sarà buona pratica analizzare in sintesi le relazioni tra Turchia e le altre entità che contano sulla scena internazionale. Cominciamo con gli Usa.

Si sente spesso dire, in questi giorni, che la crisi economica attuale non è che la vendetta della Casa Bianca contro Recep Tayyip Erdogan e la sua Turchia che, da fedele bastione dell’Alleanza Atlantica, si è mutata in Paese (dal punto di vista americano) inaffidabile. È chiaro che le relazioni politiche sono al momento pessime. Ma questa tensione va avanti da alcuni anni. Il Pentagono ha interrotto la collaborazione militare con i vertici militari turchi. La Turchia ha bloccato il settore americano della base aerea di Incirlik e gli Usa hanno trasferito a Ramstein (Germania) il materiale nucleare prima ospitato dalla base turca.

Poi la Turchia ha firmato con Mosca un accordo per avere il sistema antimissile S-400 di produzione russa (versando un acconto pari al 45% della somma totale), mossa che la Nato ha giudicato un vero “tradimento”. Dopo il tentato golpe del 2016, Erdogan ha chiesto l’estradizione in Turchia del predicatore (e un tempo suo grande alleato) Fethullah Gulen, che vive in Virginia sotto la protezione della Cia, estradizione che gli Usa hanno rifiutato. Il caso del pastore evangelico Andrew Brunson, che i turchi accusano di spionaggio e gli americani vogliono invece libero, non è che l’ultima goccia in un vaso che ha già subito veri acquazzoni.

Dal punto di vista delle relazioni commerciali, però, le cose sono più complicate. La bilancia import-export tra Usa e Turchia negli ultimi anni è sempre stata più o meno in pari: giusto tre milioni e mezzo di dollari a sfavore degli Usa a questo punto del 2018. E i tanto citati dazi sulle importazioni di alluminio (20%) e acciaio (50%) dalla Turchia, di per sé, non hanno enorme significato: 250 milioni di dollari l’anno di ulteriori perdite a causa di queste sanzioni non sono una tragedia per un’economia come quella turca, che nel bilancio tra import ed export registra un passivo annuo di 80 miliardi di dollari. Sono altri i punti cruciali.

Restando ai metalli, tra un quarto e una terzo della produzione viene assorbito dalle imprese di costruzione turche, che però lavorano tantissimo negli Usa perché hanno potuto praticare prezzi molto concorrenziali anche grazie al basso costo delle materie prime (alluminio e acciaio tra le altre), vantaggio che con le sanzioni va sfumando. E passando ad altro settore, un danno di gran lunga maggiore si produrrebbe, per la Turchia, se davvero Trump introducesse un dazio del 25% su tutte le auto di produzione straniera. La Turchia è il massimo produttore al mondo di ricambi e componenti per l’industria automobilistica, il contraccolpo potrebbe essere devastante.

Tutto questo per dire che, se da un lato è un po’ rozzo sostenere che la crisi economica della Turchia è generata dal conflitto politico con gli Usa, dall’altro è comunque evidente che il rapporto si è logorato, forse in modo ormai irrimediabile. Fuori gli Usa, quindi. E l’Europa? Qui il discorso è ancor più complicato. L’interscambio tra i Paesi Ue e la Turchia è cresciuto con costanza negli ultimi dieci anni, da un valore di 100 miliardi di euro nel 2007 ai 154 del 2017. Sempre nel 2017 la Ue ha realizzato un attivo di circa 15 miliardi nei confronti della Turchia. E come sempre succede, la crisi della lira turca ora spaventa assai più il creditore del debitore. Purtroppo per l’Europa i rapporti politici con la Turchia sono pessimi.

La repressione dopo il mancato golpe del 2016, le polemiche sulle posizioni di Erdogan all’epoca del referendum costituzionale del 2017 (con l’espulsione dei ministri turchi che volevano tenere comizi in Europa), gli attacchi militari contro i curdi, la generale ipocrisia europea nei confronti della situazione siriana hanno portato il gelo. E a Erdogan resta sempre l’arma dei profughi, che la Turchia “intercetta” da anni per conto dell’Europa, in cambio di denaro.

La Cina? La relazione tra Turchia e Cina è cresciuta moltissimo negli ultimi anni. La Cina è il secondo partner commerciale per la Turchia e la Turchia è stato il primo Paese Nato a tenere vere esercitazioni militari con la Cina. Erdogan ha più volte espresso la volontà di partecipare all’iniziativa cinese per una Nuova via della seta. Ma con i cinesi, si sa, la partnership economica è facile, mentre assai più difficile è quella politica. La Cina fa storia a sé, decide per sé e non si fa troppo coinvolgere nelle beghe altrui. Già impegnata nel braccio di ferro commercial-diplomatico e nella guerra dei dazi con gli Usa di Trump, la dirigenza cinese continuerà serenamente a commerciare ma non farà molto di più.

Resta, come si vede, la Russia. Sbaglieremmo, però, a considerare un ulteriore avvicinamento tra Ankara e Mosca solo come il frutto della crisi attuale. Turchia e Russia hanno da tempo interessi convergenti, e lo dimostrano almeno due date: il 1977, quando la Turchia firmò con l’Urss un accordo strategico sull’energia (e nel 1987 il gas russo cominciò ad arrivare ai turchi); e il 1977, quando la Turchia adottò la nuova dottrina di difesa che toglieva la Russia dalla lista delle minacce per la sicurezza nazionale.

Ci sono stati, in questi anni, anche momenti di profonda crisi come nel 2015, quando la contraerea turca abbatté il caccia russo. Ma ben più profonde ragioni strategiche hanno sempre riportato al dialogo i due Paesi: nel 2016, nelle ore del golpe contro Erdogan, l’Europa non mosse un dito e gli Usa rimasero a guardare (ammesso che, come che Erdogan, non parteggiassero per i golpisti), mentre la Russia aiutò il Reìs a restare in sella. Il primo viaggio all’estero di Erdogan dopo il golpe fu proprio in Russia. E a San Pietroburgo, lui e Vladimir Putin firmarono un accordo in dodici punti che prevede, tra l’altro, il rafforzamento della cooperazione nei settori della difesa, dell’energia nucleare, della ricerca scientifica e del credito, l’instaurazione di un regime visa free per il commercio e il turismo, l’apertura di linee di credito, la costituzione di un fondo di investimento russo-turco di un miliardo di dollari per la collaborazione economica.

Oggi la Turchia è il primo importatore mondiale di gas russo. I due Paesi, inoltre, dividono una comune necessità strategica: la proiezione euroasiatica come risposta alla progressiva emarginazione messa in atto contro di loro dagli Usa e dai loro alleati. Sia la Turchia sia la Russia hanno a lungo cercato un’intesa con l’Europa; la Turchia sottoponendosi a uno scrutinio durato decenni da parte delle autorità della Ue, la Russia di Putin ipotizzando uno spazio aperto dal Portogallo al Mar del Giappone. Sappiamo qual è stata la risposta, dai Balcani all’Iraq, dalla Siria all’Ucraina, e quali sono state le conseguenze. Si può dunque dire che oggi, pur così diverse tra loro, Turchia e Russia hanno un destino in comune. E una prospettiva, appunto, euroasiatica che può consentire loro di influire in modo importante sia sul Medio Oriente sia sull’Asia Centrale, conta in ogni caso sull’accorta collaborazione della Cina. Per questo chi, in queste ore, dà per sconfitto Recep Tayyip Erdogan dovrebbe essere più prudente. Piaccia o no, il Sultano è meno solo di quel che sembra.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME