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Ciad, Sudan e Tunisia: sono questi i Paesi africani recentemente visitati dal presidente turco, Erdogan. Un viaggio particolarmente importante per comprendere il presente e il futuro del Nordafrica e del Sahel, ma anche per intuire la proiezione turca nel continente africano dopo l’avanzata di Ankara nel Corno d’Africa. Erdogan, nella sua prospettiva neo-ottomana, non ha mai nascosto di avere l’Africa nel mirino. Un continente giovane, con prospettive di crescita, con una piattaforma culturale potenzialmente affine alle mire di Ankara – soprattutto grazie agli appoggi della Fratellanza Musulmana e del Qatar -, ma soprattutto centrale nella politica estera turca per penetrare nelle rotte commerciali mondiali che toccano quei Paesi. Dopo la Somalia, vero avamposto turco in Africa orientale, Erdogan aggiunge quindi nuovi tasselli al mosaico ottomano.

La tre giorni di vertici con i suoi omologhi africani, tra il 24 e il 26 dicembre, è stata particolarmente interessante specialmente per ciò che riguarda il Sudan. Con il presidente Bashir, con cui Erdogan condivideva già una serie di progetti politici, adesso l’alleanza si fa sempre più stretta e preoccupa il governo del Cairo, avversario geopolitico della Turchia in Nordafrica e Medio Oriente.

Durante il vertice fra il presidente turco e quello sudanese, è stata conclusa un’intesa per la costruzione di un cantiere navalae turco nell’isola di Suakin. Un progetto che rievoca gli antichi fasti dell’impero ottomano, quando il sultano Selim I, nel 1517, indicò l’isola sudanese come base per i traffici commerciali nel Mar Rosso. Ma oltre all’importanza storica e di propaganda (non secondaria, comunque, nella logica di Erdogan), il motivo principale di questa scelta ricade sull’importanza strategica dell’isola nel controllo dei traffici marittimi di uno dei mari più importanti del mondo per ciò che concerne lo scambio di risorse e merci. Nel Mar Rosso passano circa 3.3 milioni di barili di petrolio al giorno e non a caso tutte le potenze mondiali sono impegnate nella militarizzazione della costa africana, in particolare a Gibuti e in Somalia, per ottenere punti di controllo sulle rotte mercantili.

Dalle potenze economiche asiatiche a quelle europee, passando per la presenza militare americana, delle monarchie del Golfi e ora turca, tutti gli Stati sono interessati a disporre di una forza in quella regione. La Turchia non fa eccezione e, dopo la base di Mogadiscio in Somalia, adesso ottiene un porto di estrema rilevanza proprio nel mar Rosso grazie agli accordi con il Sudan, Paese che si è da tempo spostato verso l’orbita russa e turca (e in parte anche cinese), abbandonando le sirene occidentali.

La questione dell’arrivo dei turchi in Sudan non è passata inosservata specialmente in Egitto. I media egiziani hanno voluto sottolineare la pericolosità della presenza militare turca al confine meridionale del Paese, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti in Siria e l’ascesa di Erdogan quale leader lontano dal blocco saudita a cui l’Egitto resta ancora legato.

Non è un mistero che il divario fra Ankara e Il Cairo sia notevolmente aumentato dopo la deposizione di Morsi e l’ascesa al potere di al Sisi. In quel passaggio di consegne, l’Egitto ha praticamente abbandonato l’asse con il Qatar, di cui la Turchia resta alleata fondamentale, abbracciando la visione saudita. Adesso, con il Sudan che concede un porto alla marina militare turca, il governo egiziano sente in qualche modo franare la strategia marittima voluta da al Sisi che, dopo aver ceduto le due isole di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita e aver in sostanza regalato il controllo del golfo di Aqaba, adesso si ritroverebbe le navi turche in un Paese con cui già i rapporti non sono facili. Se da una parte questa avanzata turca mette a repentaglio la strategia egiziana e, in ultima analisi, anche quella saudita, dall’altro lato dimostra come Ankara si stia ormai trasformando in un attore geopolitico autonomo e fondamentale nella regione nordafricana e in tutto il settore che va dal Medio Oriente al Corno d’Africa.

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