“Enrico, se tu ci fossi ancora”: 40 anni fa moriva Berlinguer

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Dolce Enrico, così Antonello Venditti scelse di intitolare la canzone che dedicò a Enrico Berlinguer. Il brano, uscito nell’album del 1991 Benvenuti in Paradiso, è una ballata nostalgica dedicata al leader del Partito Comunista Italiano scomparso l’11 giugno del 1984. Si può dire di un leader politico “dolce”? Evidentemente sì. Ma in quella “dolcezza” non risiede nulla di mellifluo o buonista bensì un melange di eleganza, di educazione, di preparazione, gentilezza, di garbo che da sempre hanno fatto convergere su Berlinguer una stima bipartisan. Un uomo d’altri tempi, un gentiluomo, un politico di razza dalle mille sfaccettature: “comunista“, infatti, è sempre stato un termine troppo piccino per contenere l’universo politico e morale di un ragazzo che veniva rimandato in scienze perchè voleva fare il filosofo.

La questione morale sollevata negli ultimi fotogrammi della Prima Repubblica, la presa di posizione alternativa su questioni internazionali. Come nel caso dell’Afghanistan, quando si schierò contro l’invasione sovietica: “La liberazione di un popolo deve essere opera del popolo stesso. La rivoluzione non può essere esportata. Quando viene esportata dall’esterno poi non regge“: a rileggerle oggi queste parole fanno tremare i polsi. L’uomo che rimase fedele a sé stesso e non ai dogmi, passando dalla “sua milizia comunista” nel solco di Lenin e Stalin al compromesso. Arrivando perfino ad ammettere di sentirsi più sicuro sotto l’ombrello Nato. Ma soprattutto la “simpatia”, nel senso greco del termine sympátheia, “condividere il pathos”: nelle osterie sarde con i contadini, tra i compagni, in braccio a un’irriverente Roberto Benigni.

Parlare della qualità dell’uomo politico sembra quasi scontato, al giorno d’oggi. Nessuno, nella sciagurata Seconda Repubblica, reggerebbe il confronto con un esempio simile e molti dei suoi contemporanei. Ma se c’è un testamento vero, che ancora oggi racconta chi è stato Berlinguer, è quell’ultimo sguardo, il 7 giugno del 1984, a Padova. Berlinguer è sul palco per la campagna elettorale delle elezioni europee. Mentre incita i compagni nella Piazza della Frutta, lo storico leader suda copiosamente, ammicca ripetutamente, le parole si incastrano fra le labbra. Berlinguer tossisce nel fazzoletto e prova a continuare con un filo di voce. La folla gli urla “Basta, Enrico!“, invitandolo a fermarsi.

Ma il leader del Pci continua a fissare la folla, asciugandosi col fazzoletto in tasca-quello che quasi nessuno porta più-e abbottonandosi la giacca. La dolcezza e la mestizia con cui Berlinguer guarda la Piazza possiedono il sapore amaro del commiato. In quel proseguire a oltranza, nessuna velleità da istrione, nessuna esibizione celodurista, ma semplicemente l’etica di un “impiegato pubblico” investito di un compito e che per morale, dignità e passione aveva tutta l’intenzione di portarlo a termine. Perché? Perché “è cosi che si fa“. E così aveva fatto sempre dal secondo piano di Botteghe Oscure.

Dopo quel comizio, Berlinguer rientrò in albergo. L’ictus che aveva avuto sul palco lo spedì in coma mentre era nel sonno. Un’agonia che tenne l’Italia col fiato sospeso per quattro giorni fino alla notizia della scomparsa. Il capo dello Stato Sandro Pertini, pretese di trasportare la salma sull’aereo presidenziale: “Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta“. Se la camera ardente fu la prova della stima che proveniva da ogni angolo dell’agone politico, i funerali di Berlinguer, il 13 giugno, rappresentano ancora oggi una delle immagini più seducenti della Prima Repubblica. Oltre un milione di persone, compreso l’establishment politico italiano e i grandi leader del mondo, salutavano per sempre un mondo che aveva iniziato a traballare qualche anno prima con la morte di Aldo Moro.

La famiglia, per rispettare il suo volere, non volle seppellirlo al Verano, dove riposano i pezzi grossi del Pci. Preferì il Cimitero di Prima Porta. Il “sardo muto” se n’era andato. Non era stato “il migliore”, come quel Togliatti pieno di scheletri nell’armadio, bensì “il più amato“.