L’Eni si muove e lo sta facendo molto bene. In pochi mesi, l’azienda del cane a sei zampe ha strappato concessioni di fondamentale importanza negli Emirati Arabi Uniti, trasformandosi in uno dei partner più importanti della monarchia del Golfo. Una mossa strategica fondamentale che non rappresenta solo l’esapnsione di Eni nel Golfo Persico, ma anche il miglioramento dei rapporti dell’Italia con le potenze del Medio Oriente.

Ieri, il colosso italiano dell’energia ha concluso ad Abu Dhabi due nuovi accordi per la partecipazione del 70% in due concessioni esplorative offshore della durata di 35 anni. Come spiega Il Corriere della Sera, “Eni avrà come partner la tailandese Ptt Exploration and Production Company Limited (Pttep), che avrà il controllo di una quota del 30%, e sarà operatore in entrambe le aree a fronte di un investimento insieme a Pttep di circa 230 milioni di dollari per le attività di esplorazione nei due blocchi. La fase di esplorazione avrà una durata massima di 9 anni e in caso di scoperta la durata della concessione verrà estesa a 35 anni per proseguire con le fasi di sviluppo e produzione”.

L’accordo arriva dopo due concessioni conquistate da Eni in concomitanza con il viaggio di Giuseppe Conte negli Emirati. A novembre, la principale azienda italiana di idrocarburi ha raggiunto un accordo con Adnoc, il colosso mondiale del gas e del petrolio con sede ad Abu Dhabi, che “prevede l’acquisizione del 25% di un’enorme concessioni off-shore nel Golfo Persico. Come scritto nel comunicato dell’azienda di San Donato, ‘“la concessione, che ha una durata di 40 anni, consiste nei giacimenti Hail, Ghasha, Dalma e in altri campi offshore situati nella regione di Al Dhafra’”. 

Per Eni si tratta di acquisizioni estremamente importanti. Ma per l’Italia, significa qualcosa di più: il ripristino dei rapporti con gli Emirati dopo che i governi di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni avevano fatto raffreddare le relazioni con Abu Dhabi preferendogli i petroldollari del Qatar. 

Una scelta che si è rivelata errata dopo l’innesco della crisi araba con Donald Trump che ha puntato tutto sui sauditi contro Doha e che di fatto ha reso l’Italia un problema per gli Emirati. A tal punto che rischiavamo di perdere la nostra presenza nel Golfo a favore dei nostri rivali francesi, in primis di Total.

Ma il nuovo governo ha deciso di cambiare rotta. Due i principali dossier sul tavolo: Alitalia e Piaggio Aerospace.  Sul caso Alitalia, va ricordato che gli emiri, dopo aver rilevato nel 2015 il 49% della compagnia di bandiera italiana, hanno adito le vie legali. Che in questi casi significa prima di tutto una crisi diplomatica, visto che è difficile che venga scelto un tribunale, in questo tipo di contratti, prima di passare per le ambasciate. Crisi ulteriormente acuita da un’indagine della procura di Civitavecchia sulla questione Air Force Renzi, l’aereo voluto dall’allora premier.

Infine, come scrive La Verità, “a inizio novembre era poi intervenuta una pesante battuta d’ arresto nel tentativo di salvataggio, messo affannosamente a punto dal governo Gentiloni durante le sue ultime settimane al potere, di Piaggio Aerospace, azienda strategica della Difesa, produttrice del drone P.1HH e controllata interamente dal fondo sovrano emiratino Mubadala. In una riunione riservata, il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, aveva lasciato intendere ai sindacati della società ligure che il governo non avrebbe dato seguito al decreto Pinotti che prevedeva 766 milioni di euro di finanziamento per la produzione di un drone armato di nuova generazione, il P.2HH. Eppure questi soldi, di cui si era fatto garante anche il capo di Stato maggiore della Difesa Enzo Vecciarelli (che il 6 novembre ha sostituto Claudio Graziano), sarebbero stati essenziali per salvare i circa 1.200 lavoratori dell’ azienda”. Il fondo sovrano si è fermato, ma Leonardo continua a guardare interessata.

A questo punto, Conte ha deciso fosse necessario un viaggio ad Abu Dhabi. E questo soprattutto perché il viaggio di Matteo Salvini in Qatar aveva di fatto confermato l’asse Roma-Doha, mettendo nuovamente in allarme gli Emirati. Ma per risolvere le questioni pendenti, i due governi hanno deciso che fosse necessario un intervento chiarificatore. E la strategia italiana sembra aver pagato, dal momento che non solo è riuscita a mantenere i rapporti con il Qatar, rivale degli Emirati, ma è riuscita anche nel difficile intento di riassestare i rapporti con questi ultimi sconfiggendo in particolare la concorrenza francese nelle concessioni di idrocarburi del Golfo.  Gli Emirati vogliono sganciarsi dalla dipendenza dal gas qatariota. Ma per farlo, occorre trovare e sfruttrare il proprio. Ed Eni, in questo, è un partner di importanza fondamentale.

Al settore gasiero e petrolifero, si aggiunge l’altro mercato fondamentale per l’import emiratino: quello della difesa. La “piccola Sparta”, come viene chiamata dagli strateghi americani, è a caccia di aerei e navi e ha molti soldi da spendere. In questo, Leonardo e Finmeccanica puntano a un ingresso nel mercato di Abu Dhabi soprattutto per sconfiggere la concorrenza europea e americana.

Missione difficile che soprattutto si traduce in un difficilissimo equilibrio fra potenze mediorientali rivali. Le mosse del governo italiano, fino a questo momento, hanno pagato. Ma trattare sullo stesso piano monarchie fortemente competitive e inclini allo scontro con ogni mezzo è un gioco difficilissimo e non privo di rischi. Non tutti sono contenti di queste mosse. E molti vorrebbero certezze che Roma non può dare: nel Golfo Persico trattiamo con Iran, Emirati e Qatar ma siamo anche fortemente legati agli Stati Uniti e con un occhio di riguardo alla Russia. 

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