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Due notizie sono arrivate più o meno nelle stesse ore. Vladimir Putin e Shavkat Mirziyoyev, presidenti della Federazione Russa e dell’Uzbekistan, hanno dato il via, in collegamento video, al lavori per la centrale nucleare che la russa Rosatom costruirà in territorio uzbeko vicino al Lago Aidarcul, al confine tra le regioni di Dzhizzak e Navoiy. Seconda notizia: Otabek Omonov, capo del Dipartimento per la costruzione di nuove centrali nucleari dell’Uzbekistan, ha annunciato che la centrale sarà alimentata da uranio estratto nel Paese ma arricchito al 20% in Russia, tramite i soliti buoni uffici di Rosatom. Come contorno, una serie di accordi bilaterali su formazione del personale, approvvigionamento di combustibile, gestione operativa e smaltimento dei rifiuti nucleari. Quest’ultimo capitolo, a quanto pare, ha assunto particolare importanza: lo stesso Omonov ha spiegato di essersi rivolto senza grandi risultati a diverse compagnie occidentali, mentre Rosatom ha accettato di prendersi in carico la conservazione e liquidazione delle scorie nucleari.

Sono i primi frutti della “campagna di primavera” con cui Vladimir Putin ha cercato di recuperare posizioni presso i Paesi dell’Asia Centrale, regione che si stava (e in parte si è) progressivamente allontanata dall’orbita di Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina, in parte per la minore “sollecitudine” russa e in parte ancora maggiore per la penetrazione della Cina (nel 2023 l’interscambio dei Paesi dell’area con la Cina ha raggiunto i 70 miliardi di dollari, e Pechino mostra sempre grande interesse per le vie terrestri della Nuova Via della Seta) e le pressioni degli Usa e dei Paesi occidentali in funzione antirussa, che hanno generato oltre al resto importanti progetti per nuove vie commerciali destinate ad aggirare la Russia.

Il caso dell’Uzbekistan è emblematico delle carte che il Cremlino può ancora giocare in questa parte del mondo. Può tuttora usare, per esempio, le sue risorse energetiche tradizionali. Come altri Paesi dell’Asia Centrale l’Uzbekistan, pur producendo 50 miliardi di metri cubi di gas l’anno, deve far fronte a una domanda interna in forte crescita che non riesce pienamente a soddisfare. Quindi ha chiesto aiuto alla Russia. Così il gasdotto che fino a qualche tempo fa pompava gas verso la Russia, ora lo pompa dalla Russia verso l’Uzbekistan. Putin e Mirziyoyev, inoltre, hanno detto di avere allo studio diversi progetti nel settore minerario, metallurgico e chimico, punti forti dell’uno come dell’altro Paese. Per finire, ci sono le rimesse i degli uzbeki emigrati in Russia per lavoro, voce tutt’altro che irrilevante nell’economia del Paese. In tempi in cui in Russia monta la propaganda contro i migranti e la caccia al clandestino, anche questo aspetto conta: non poco e non solo per l’Uzbekistan, come le preoccupazioni del Tagikistan (erano tragici gli attentatori del Crocus City Hall…) dimostrano.

La centrale del Lago Ardaicul gode di un finanziamento di 500 milioni di dollari (400 li mette la Russia) per avviare il progetto che, secondo le dichiarazioni del Cremlino, prevede un costo finale di 11 miliardi di dollari per la costruzione di sei reattori nucleari da 55 megawatt ciascuno, con un certo downgrading rispetto alle intenzioni manifestate nel 2018 per un progetto da 2,4 gigawatt. Ma quel che conta, per Mosca, è oggi far valere la propria competenza nel settore nucleare e saltare sul treno delle ambizioni atomiche dei Paesi dell’Asia Centrale, come tutti sempre più affamati di energia a basso costo. Non è un caso se anche il Governo del Kazakstan, poco tempo fa, ha chiesto il “permesso” di costruire una centrale atomica, riuscendo a farsi dire di sì dal 71,12% dei votanti.

Anche quello kazako è un caso interessante. Il Kazakstan è uno dei maggiori produttori di uranio: con circa 24 mila tonnellate estratte l’anno fornisce circa il 40% per cento della produzione mondiale. Una rendita enorme, perché tutto l’uranio kazako viene venduto all’estero, soprattutto in Cina, Francia, Russia e Canada. Ma nello stesso tempo, il Kazakstan produce con il carbone (è tra i primi dieci Paesi al mondo per riserve) il 70% dell’energia elettrica che consuma, con i relativi problemi di inquinamento e senza comunque riuscire a soddisfare per intero la richiesta interna. Da qui a pensare di usare almeno in piccola parte l’uranio nazionale il passo era breve e, a quanto pare, sta per essere compiuto. Soprattutto se il Governo vorrà davvero realizzare l’obiettivo che si è dato, cioè sostituire almeno al 50% le attuali fonti di energia entro il 2050.

È questa la leva su cui fa conto Putin per riottenere parte dell’influenza perduta in Asia Centrale. Vedremo se nei prossimi anni i risultati saranno pari alle aspettative.

Fulvio Scaglione

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