Mentre l’Europa cerca di gestire il Covid e le nuove ondate, un’altra grande sfida si affaccia nel nuovo anno: quella energetica. Perché la questione energetica condensa in sé diversi elementi, che non riguardano soltanto l’approvvigionamento né il costo. In essa si concentrano idee sul futuro del singolo Paese, dell’Europa, sui rapporti internazionali tra fornitori e acquirenti, sull’idea di transizione energetica. E tutto questo alimenta convergenze ma anche fratture che possono incidere sensibilmente sui rapporti interni all’Unione europea.

Alcuni elementi aiutano a chiarire cosa potrebbe succedere nelle cancellerie europee e nei piani alti di Bruxelles. L’ultimo episodio, in ordine di tempo, è la bozza sulla transizione fatta circolare nei circuiti Ue e avuta da alcuni media internazionali. In essa si parlava di inserire tra le fonti “green” anche alcuni investimenti in centrali nucleari e sul gas naturale. L’idea è piaciuta particolarmente in Francia, così come ha visto sollevare un coro favorevole anche in quella parte di politica italiana che si batte per una maggiore autonomia energetica puntando anche su questa tipologia di infrastrutture. Ma dall’altro lato, Germania, Austria e Spagna hanno immediatamente bloccato l’ipotesi di questa nuova “tassonomia” Ue definendo la scelta “pericolosa”, “un passo indietro” e minacciando – sul fronte tedesco – anche azioni legali. Uno scontro che potrebbe anche essere l’inizio di una lunga trattativa per sbloccare altre questioni strategiche di particolare rilevanza.

La partita delle leadership

La spaccatura su un tema così delicato sia per la sicurezza energetica europea e nazionale, sia per le tasche dei cittadini e delle imprese, conferma che nell’Unione europea è già pronta un’altra divisione. Perché sull’idea del futuro energetico del Vecchio Continente si gioca non solo un’idea di futuro, ma anche di leadership. Partita complessa di una scacchiera che vede una potenza del nucleare (la Francia) scontrarsi con chi con l’atomo vuole chiudere o vuole diventare potenza a sua volta per le tecnologie green o il gas. Una scelta per molti etica che nasconde però anche concreti avvertimenti economici e politici. E su cui rischia di scontrarsi un’Europa che cerca stabilità ma anche leadership, in cui le alleanze e i giochi di potere iniziano a cambiare in diverse ambiti.

Il tema è fondamentale anche per quanto riguarda i rapporti con gli Stati esterni all’Unione. Se infatti la bozza della Commissione conferma un approccio ben diverso sul tema “ecologista”, altrettanto lo rivela sul piano della politica estera. La Germania, che cerca in ogni caso di conferma quell’accordo storico con la Russia per il Nord Stream 2 e che ritiene fondamentale ribadire la propria posizione di hub gasiero dell’Europa settentrionale e centrale, non può rinunciare agli investimenti nell’oro blu. Se esiste un tema politico (la presenza dei Verdi nella maggioranza di governo), esiste anche un tema strategico di desiderio di confermare una posizione “centrale” che resterebbe in bilico senza chiarezza sulla relazione con Mosca. Posizione che vuol dire non solo sicurezza energetica, ma anche libertà di movimento: tema molto caro ai tedeschi, che da tempo considerano prioritario assumere un ruolo autonomo e di superpotenza all’interno di un’Europa che non sa che direzione intraprendere.

La partita del gas

Le rotte del gas, del resto, agitano e non pochi i rapporti internazionali anche ai confini dell’Europa. Il gas del Mediterraneo orientale rappresenta una delle più importanti partite del futuro del Medio Oriente e dei rapporti tra la Turchia e l’Europa. Il blocco del transito di gas tra Algeria e Marocco ha messo in allarme la Spagna, che dal gas nordafricano assorbe una quota importante della propria energia (e non a caso punta sulla transizione ecologica in chiave di energie rinnovabili). Più a nord la questione ucraina si intreccia con il gas di Mosca in Europa orientale. Da giorni il gasdotto Yamal, che in teoria fluisce da est a ovest in direzione Polonia, assiste a un percorso interno, dalla Germania alla Polonia. Un segnale importante, visto che è Gazprom – braccio russo nel mondo – a essere il gigante che ha utilizzato quella rotta per vendere il tesoro estratto nell’Eldorado russo. E a conferma di questi strani movimenti sul gas, da Varsavia confermano proprio in queste settimane l’avanzamento dei lavori dalla Baltic pipeline, gasdotto che collegherà i giacimenti norvegesi con il territorio polacco. Per la Polonia un modo per sganciarsi dalla dipendenza russa (via Danimarca), ma è un avvertimento anche per Berlino e Mosca, che sulle rotte del gas nello spazio post-sovietico hanno investito anche in termini di influenza politica.

Il gioco tra superpotenze vede poi entrare a gamba tesa anche gli Stati Uniti, che non a caso hanno scelto di deviare la rotta di diverse navi per il trasporto del gas dai mercati asiatici ai più ricchi e esigenti terminal europei. Per il mercato Ue è stata una momentanea boccata d’ossigeno, visto che l’offerta è aumentata improvvisamente arrestando l’impennata dei prezzi, ma è un segnale soprattutto politico recapitato da Washington a Bruxelles e Mosca. Gli Usa possono aiutare l’Europa: ma per farlo devono vendere il loro gas a buon prezzo e gli europei devono diversificare le fonti da cui traggono l’energia. Le navi cisterna Usa, in ogni caso, non cambieranno i rapporti di forza: impossibile paragonare il flusso di gas che arriva attraverso i gasdotti con navi che in base a contratti decidono come modificare le proprie rotte. Tuttavia è stata un’immagine eloquente del “grande gioco” dietro la partita del gas europeo: una sfida decisiva per le sorti dell’Europa, ma non solo per le ipotesi allarmistiche di black-out.

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