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La guerra del gas è stata spesso considerata uno dei piani in cui si combatte la nuova Guerra fredda fra Russia e Stati Uniti. Ne abbiamo parlato in varie occasioni: il North Stream 2, che collega i giacimenti russi alla Germania, è uno dei nodi della geopolitica russa e americana per l’Europa. E attraverso questo gasdotto, si costruisce un asse fra Germania e Russia che a Washington vedono tutti come una minaccia strategica.

Ma più che parlare di sola guerra del gas, sarebbe opportuno parlare di guerra dell’energia. Perché il vero problema fra Russia, Unione europea e Stati Uniti non è solo quello inerente il cosiddetto “oro blu”. C’è dell’altro: e cioè la volontà dei Paesi dell’Europa orientale di essere completamente indipendenti dall’energia elettrica russa. Una dipendenza energetica, secondo i governi dell’Europa dell’Est, si traduce in una dipendenza politica. E quest’idea vale soprattutto per i Paesi baltici, vero e proprio zoccolo duro dell’Europa anti-russa.

L’accordo per disconnettersi dalla Russia

Non a caso, proprio sul fine di giugno, gli Stati baltici e la Polonia hanno firmato un accordo per collegare le loro reti elettriche all’Unione europea entro il 2025 e interrompere la loro dipendenza dalla Russia. Un accordo, che, come spiega Reuters, è giunto dopo dieci anni di lavoro e non senza grandi problemi sia politici che economici, legato ai costi.

L’accordo è stato firmato dai leader dei quattro Paesi e da Jean-Claude Juncker a Bruxelles, il 28 giugno. Ed è stato esaltato da tutti i presenti, a cominciare dalla presidente della Lituania, Dalia Grybauskaite alla televisione Lrt che definito l’accordo come l’ultima pietra per ottenere “la vera indipendenza energetica”. “Quello strumento di ricatto, che è stato usato (dalla Russia) per comprare i nostri politici e intromettersi nella nostra politica, non esisterà più”.

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Le parole della presidente lituana non sono da considerarsi eccessive per la dialettica del governo di Vilnius. La Lituania è infatti uno dei Paesi maggiormente avversi a ogni tipo di avvicinamento della Russia all’Europa e combatte strenuamente per evitare che Mosca possa avere un peso politico ed economico sul mercato orientale. Sono loro il primo baluardo della Nato in quella regione. E il passato sovietico pesa come un macigno nei rapporti con la Russia e con l’Alleanza atlantica.  

La Lituania e la centrale nucleare di Ostrovets

In Lituania c’è ormai una vera e propria ossessione nei confronti di ogni decisione di Mosca e del suo alleato regionale, la Bielorussia. Ed è un’attenzione talmente costante che è difficile valutare se rientri nella prudenza o sfoci nella paranoia. Ma è il segnale che i rapporti non tenderanno, almeno nell’immediato, alla normalizzazione.

Ne è un esempio la costruzione della centrale nucleare di Ostrovets, in Bielorussia. Come spiegato da The National Interest,  la Lituania considera questa centrale nucleare come una vera e propria “arma non convenzionale” della Russia contro il Paese baltico. Dicono che sarà un mezzo di Mosca per ampliare la dipendenza energetica della regione e che sarà insicura, visti alcuni problemi durante la costruzione,

Eppure i dati e i numeri dicono il contrario. Agli inizi di luglio,  lo European Nuclear Safety Regulators Group (Ensreg)  ha assegnato alla centrale nucleare di Ostrovets una valutazione “complessivamente positiva”. Gli stress-test del gruppo di osservatori, che hanno lo scopo di garantire che le centrali nucleari rispettino i criteri stabiliti dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), sono stati istituiti dopo il disastro di Fukushima.

Gli esperti che hanno visitato la centrale hanno elogiato le autorità bielorusse per aver aderito alle richieste di controllo nonostante Minsk non avesse alcun obbligo in quanto non interna all’Unione europea. E questa valutazione è stata successiva a una serie di missioni dell’Aiea che hanno certificato il soddisfacimento dei parametri richiesti.

La vera battaglia per l’energia è politica

La questione resta di difficile soluzione. I lituani non vogliono la centrale e non accettano qualunque tipo di certificazione internazionale. E il motivo rimane puramente politico. Considerano la centrale nucleare uno strumento di controllo del  Cremlino attraverso la produzione ed esportazione di energia elettrica.

Ma anche in questo caso, c’è del vero in questo? Sì da un punto di vista generale. Perché è evidente che avere il controllo della fonte di approvvigionamento energetico di un Paese o di una regione rende di fatto quell’area sotto il proprio controllo. Ma questa centrale e, in genere, la Russia, hanno davvero le chiavi dell’elettricità lituana?

Secondo le statistiche ufficiali europee e lituane, in realtà Vilnius non dovrebbe avere eccessivi timori dalla dipendenza dalla Russia. I collegamenti alle reti elettriche e del gas con la Polonia e i Paesi scandinavi coprono e copriranno buona parte del mercato lituano. E il Paese di suo produce energia per non rimanere al buio in caso di interruzione della corrente dalla Bielorussia.

In sostanza, da un punto di vista di sopravvivenza, Vilnius non ha alcuna dipendenza dalla Russia né tantomeno da una centrale in costruzione al suo confine. Anzi, semmai questa centrale potrebbe essere un’ulteriore forma di diversificazione delle fonti energetiche, evitando la dipendenza dal gas.

Ma le logiche lituane, così come quelle di tutti i Paesi baltici, sono di natura eminentemente politica e geopolitica. Questi Paesi vivono con l’idea che la Russia, prima o poi, possa di nuovo occuparli come ai tempi dell’Unione sovietica. Per questo considerano la Nato un’alleanza imprescindibile e hanno legami sempre più solidi con gli Stati Uniti. La questione del consumo elettrico è solo uno strumento. Lo scopo è trovare il modo per separarsi, in maniera definitiva, dai destini e dai desideri russi.