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Agli inizi di luglio, l’Afghanistan ha assistito a un fatto abbastanza unico nella sua storia recente: il mullah Haibatullah Akhunzada, leader solitario e isolato dei talebani, ha partecipato al più grande raduno degli “studenti coranici” dalla conquista di Kabul.

A circa un anno dall’annuncio dell’Emirato islamico, quattromila talebani si sono riuniti nella capitale insieme alle personalità di spicco del sistema politico-religioso del Paese. E la presenza del loro “numero uno”, una rarità dato che Akhunzada vive in condizione di sostanziale latitanza nella zona di Kandahar, conferma l’importanza di questo incontro per tutto l’Afghanistan. Un periodo complesso soprattutto perché, finita l’onda d’urto dell’avanzata, dell’attenzione internazionale e della conquista dei rami del potere afghano, si è posto il problema di capire come strutturata il nuovo ordinamento dell’Emirato facendo leva su un sistema tribale estremamente complesso, ramificato e soprattutto diviso al proprio interno.


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CAUSALE: Reportage Afghanistan
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La guerra contro il nemico occidentale aveva in qualche modo oscurato le dinamiche interne nell’ottica di un obiettivo superiore: riuscire a prendere subito il potere sfruttando la finestra di opportunità lasciata aperta dal disimpegno Usa e da altre questioni geostrategiche. Ma una volta giunti a Kabul, i talebani – già divisi ai tempi delle trattative in Qatar sul nuovo status del Paese – hanno compreso che forse proprio in quel momento sarebbe iniziato il periodo più difficile. Cioè non più prendere il potere ma gestirlo in un’ottica di lungo termine.

Il tema delle divisioni interne si era palesato già nei primi mesi del nuovo Emirato. A prendere il sopravvento era stata la cosiddetta vecchia guardia, soppiantando anche quella più spendibile a livello internazionale coinvolta nei negoziati a Doha. Il mullah Abdul Ghani Baradar, nominato vice-premier, è stato di fatto estromesso dal potere, con Sarajuddin Haqqani – giovane leader dell’ala più radicale del già radicale movimento – che era invece riuscito a strappare una discreta quota di ministri. La rete, considerato una sorta di filo che lega segmenti pakistani, talebani e qaedisti, era, secondo molti osservatori, la vera vincitrice della fase successiva alla caduta di Kabul. Predominante anche rispetto agli uomini di Yakoob, il figlio del mullah Omar.

Queste correnti, già presenti prima dell’istituzione dell’Emirato, sono rimaste intatte nel corso degli mesi successivi dimostrando anche una divisione nell’ambito della politica estera talebana. Una parte è più affine a un’apertura del Paese rispetto al mondo, un’altra è più intransigente e fondamentalmente legata a Islamabad. Yakoob, ministro della Difesa, si è invece addirittura mostrato propenso ad avere buoni rapporti con l’India. Non è un caso che secondo l’agenzia di stampa Bakhtar, Akhunzada, proprio nell’ultimo raduno a Kabul, abbia detto che l’Afghanistan “non può svilupparsi senza essere indipendente” e che gli stranieri “non dovrebbero darci i loro ordini”

Negli ultimi mesi, questi dissidi sono aumentati anche perché l’Afghanistan si è dimostrato un Paese molto più complesso di quanto credevano dei guerriglieri in larga parte rimasti fermi a venti anni fa. Come racconta il Post, la questione dell’educazione femminile, ad esempio, è stata accolta con sfavore da una parte del Paese e da una forte ondata di protesta internazionale dividendo un mondo talebano che appariva granitico sul punto. La crisi economica appare irreversibile e sono molti i combattenti che ora si trovano o senza paga o senza lavoro. Tanti si aspettavano posti di potere che non hanno avuto. Inoltre, va anche considerato che l’esodo dopo la presa del potere talebano ha provocato anche una perdita di molte persone che potevano contribuire al consolidamento dello Stato afghano. Quindi all’isolamento internazionale si è aggiunta anche una terrificante perdita di quello che gli analisti chiamano “capitale umano” e che poteva servire a ricostruire un Paese lasciato solo.

Un isolamento che si è visto anche dopo il terremoto che ha devastato alcune province orientali, in particolare quelle di Paktika e di Khost. I morti hanno superato il migliaio e le difficoltà di raggiungere diversi villaggi fanno credere che il numero delle vittime sia stato molto più alto. L’Emirato non ha potuto reagire al disastro non avendo a disposizione mezzi nemmeno lontanamente adeguati per rispondere alle richieste di aiuto, ma si è confermata la sensazione di un Paese al collasso sia dal punto di economico che sociale. Gli aiuti dei Paesi limitrofi e degli sponsor di alcuni segmenti del potere talebano si sono dimostrati imprescindibili. Con una guerra intestina che non accenna a diminuire e che anzi, proprio a causa di questo abisso su più livelli, potrebbe rimanere latente esplodendo nel momento più delicato.

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