Una grande e vasta “cospirazione” per salvare gli Stati Uniti da una guerra civile. Mentre l’America attende l’esito del processo di impeachment ai danni dell’ex presidente Donald Trump che si apre il 9 febbraio in Senato, processo nel quale il tycoon è accusato di aver istigato con un suo comizio incendiario l’assalto al Congresso da parte dei suoi fan per bloccare la certificazione della vittoria di Joe Biden, emergono nuovi elementi che aiutano a far chiarezza sulle ultime elezioni presidenziali. Tutti ricorderanno le grave accuse di brogli avanzate dal team legale di Trump all’indomani della vittoria dell’avversario democratico, bollate come teorie “cospirative” e prive di fondamento. “Ci hanno rubato le elezioni” ha detto Trump davanti ai suoi sostenitori il 6 gennaio davanti a Capitol Hill, prima che gli eventi degenerassero verso l’assalto che – forse – ha posto fine alla carriera politica del tycoon.

La “cospirazione” contro Donald Trump? Sì, c’è stata

Forse non ci saranno stati brogli – che comunque non sono stati provati legalmente – ma The Donald non aveva così torto sulla “cospirazione” ai suoi danni. Il Time ha pubblicato un’inchiesta nella quale racconta il retroscena inedito e clamoroso di “uno straordinario sforzo” mirato a “garantire il voto che fosse libero ed equo”. “Per più di un anno, una coalizione di attivisti ha sostenuto le istituzioni americane mentre venivano attaccate simultaneamente da una pandemia spietata e da un presidente incline all’autocrazia” scrive il Time. In pratica, si ammette sì l’esistenza di un “complotto” ai danni di Trump, ma orchestrato al fine di tutelare le istituzioni americane. “Sebbene gran parte di questa attività si sia stata svolta dalla sinistra – ammette la testata – era separata dalla campagna di Biden e ha attraversato le linee ideologiche, con contributi cruciali da parte di attori apartitici e conservatori”. Questi “attivisti” non cercavano tuttavia di minare la possibile vittoria di The Donald, si precisa, ma di tutelare il regolare svolgimento delle elezioni, sostiene sempre il settimanale statunitense. “Ogni tentativo di interferire con il corretto esito delle elezioni è stato sconfitto”, afferma Ian Bassin, co-fondatore di Protect Democracy, una delle tante realtà coinvolte. “Ma è estremamente importante per il Paese capire che non è successo accidentalmente. Il sistema non ha funzionato magicamente”.

Convinte milioni di persone a votare per posta

Prima di tutto gli attivisti si sono mobilitati per far votare milioni di persone per posta e convincerle, a dispetto di ciò che affermava Donald Trump, che non c’erano pericoli di frode o presunti brogli. Secondo Bloomberg, nel 2020 almeno 161 milioni di cittadini si sono recati a votare. Il 3 novembre Vox riportava che ben 92 milioni di questi elettori avevano ricevuto le schede per posta, rispetto ai soli 42 milioni del 2016. Il partito democratico, durante la campagna elettorale, ha infatti esortato gli elettori a votare per corrispondenza, mentre Donald Trump ne ha costantemente messo in discussione l’affidabilità. Risultato: 3/4 dei voti per posta sono finiti a Joe Biden e sono risultati essere fondamentali nella sua vittoria. Come scrive il Time, infatti, gli attivisti hanno lavorato su “ogni aspetto” che riguardava le elezioni. “Hanno convinto gli stati a cambiare i sistemi di voto e le leggi e hanno contribuito a garantire centinaia di milioni di finanziamenti pubblici e privati. Hanno respinto le cause per la soppressione degli elettori, reclutato eserciti di sondaggisti e hanno convinto milioni di persone a votare per posta per la prima volta”. Inoltre, “hanno spinto con successo le società di social media a prendere una linea più dura contro la disinformazione”.

Tutto questo perché Donald Trump aveva messo in discussione il voto per corrispondenza mentre i democratici ne hanno fatto una bandiera di prevenzione dal Covid-19. Era il maggio 2020 quando il Gop intentò una causa legale contro il governatore democratico dello Stato della California, Gavin Newsom, in risposta all’ordinanza firmata da quest’ultimo che dava istruzione di inviare a tutti gli elettori dello Stato una scheda elettorale per posta in vista delle presidenziali. Scontro che si è ripetuto anche in molti altri stati e che – alla luce di come sono andate le cose – ha visto trionfare il partito democratico.

Chi ha architettato il tutto?

L’architetto di questa grande campagna ombra contro The Donald è Mike Podhorzer, direttore politico della AFL-CIO, la più grande federazione di sindacati negli Stati Uniti e stratega politico progressista. È anche presidente del consiglio di amministrazione di Analyst Institute e Catalist, oltre a far parte del cda di America Votes, Committee of the States e Progressive Majority. Tutte realtà che, in passato, hanno ricevuto importanti donazioni da parte del magnate liberal George Soros, dal mondo di Hollywood e Big Tech.

L’Analyst Institute, ad esempio, collabora con organizzazioni e campagne progressiste in tutto il Paese “per misurare e aumentare l’impatto dei loro programmi”. Preoccupato dalle uscite di Donald Trump contro il voto per corrispondenza, unito al timore che avrebbe potuto non accettare il risultato delle elezioni, Podhorzer ha deciso di interpellare altre forze progressiste e di creare un’ampia coalizione contro il tycoon. Il 3 marzo, Podhorzer ha redatto una nota riservata di tre pagine intitolata “Minacce alle elezioni del 2020”. “Trump ha chiarito che questa non sarà un’elezione corretta e che rifiuterà qualsiasi cosa tranne la sua rielezione”, ha scritto. “Il 3 novembre, se i media dovessero riferire diversamente, utilizzerà il sistema di informazione di destra per stabilire la sua narrativa e incitare i suoi sostenitori a protestare”.

La pandemia ha allargato i timori di Mike Podhorzer e di altre personalità legate al Partito democratico e agli ambienti progressisti (sindacati, associazioni, ecc.). Ad aprile 2020, Podhorzer cominciò a organizzare degli incontri su Zoom per radunare le forze. “Pod ha svolto un ruolo fondamentale dietro le quinte nel mantenere in comunicazione e allineati diversi elementi dell’infrastruttura del movimento”, spiega al Time Maurice Mitchell, direttore nazionale del Working Families Party. Il gruppo di Podhorzer si è poi allargato ed esteso man mano ai rappresentanti del Congresso e ai Ceo della Silicon Valley. Un’ampia coalizione che è riuscita a sconfiggere Donald Trump.

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY