Steve Bannon, l’ex stratega di Donald Trump alla Casa Bianca, ambizioso pensatore nazionalista che voleva porsi come “architrave, a livello mondiale, dei movimenti populisti di tutto il mondo”, è tornato. L’autore del podcast War Room è stato infatti rilasciato martedì scorso di prigione dopo aver scontato una condanna di quattro mesi per oltraggio al Congresso. Il settantenne era stato incarcerato a luglio, dopo che la Corte Suprema aveva respinto la sua richiesta di rinviare la pena mentre presentava appello. Nel 2022, una giuria lo aveva dichiarato colpevole di due capi d’accusa: uno per essersi rifiutato di testimoniare davanti alla Commissione della Camera sull’assalto del 6 gennaio e l’altro per non aver fornito documenti legati al suo coinvolgimento nei tentativi di Trump di contestare la vittoria di Joe Biden nelle elezioni presidenziali del 2020. In luglio, Bannon si era dichiarato “orgoglioso” di iniziare la sua pena, definendosi un “prigioniero politico”. Appena scarcerato, non ha perso tempo per sostenere pubblicamente il candidato repubblicano.
Il ritorno dell’ex stratega di Trump
A poche ore dal rilascio, l’ex stratega del tycoon è tornato a condurre una nuova puntata del suo podcast quotidiano, War Room. In una conferenza stampa organizzata in un hotel di Park Avenue, Manhattan, ha detto di essere stato mandato in prigione come “prigioniero politico” per ordine dell’ex speaker democratica Nancy Pelosi, che avrebbe agito per ridurre l’influenza del suo podcast e “spezzarlo”. “Quattro mesi in una prigione federale non mi hanno spezzato. Mi hanno rafforzato” ha detto Bannon. “Sono più energico e concentrato di quanto non sia mai stato in tutta la mia vita”.
A pochi giorni dal voto, Bannon ha dichiarato a Breitbart News – il giornale dell’alt right americana di cui è stato direttore responsabile – che la vicepresidente Kamala Harris sembra avere meno chances di vittoria rispetto a qualche settimana fa. A suo dire, infatti, i democratici non hanno difeso adeguatamente i loro Stati chiave: secondo l’ex banchiere di Goldman Sachs, per i repubblicani assicurarsi dunque gli Stati del Sud – come la Georgia – e conquistare uno degli Stati del cosiddetto “muro blu” (come Pennsylvania o Michigan) sarebbe sufficiente per garantire a Trump la presidenza. Secondo Bannon, i repubblicani sono pronti a giocarsi il tutto per tutto puntando sulla mobilitazione degli elettori il giorno delle elezioni, ritenendo che le condizioni per Trump siano più favorevoli ora rispetto al 2016.”Siamo perfettamente pronti, in questo ultimo weekend, per sfruttare i nostri punti di forza e portare al voto i nostri elettori il giorno delle elezioni” ha spiegato. Bannon ha inoltre lanciato un monito all’Europa, affermando: “I leader temono una vittoria di Trump? Fanno bene a preoccuparsi, perché Trump sarà una fonte d’ispirazione per i movimenti populisti. In realtà, credo che i populisti siano già pronti a risollevarsi e a riprendere slancio”. Secondo lo stratega conservatore, il timore non proviene dalla popolazione, ma dalle élite: “Non è la gente a temere Trump, ma l’establishment, che vede in lui e nel populismo una minaccia diretta al proprio potere”.
Il piano per aiutare l’ex presidente
Bannon ha inoltre illustrato il suo piano per sostenere la rielezione di Trump in questi ultimi giorni di campagna elettorale. Ha spiegato che il primo passo è mobilitare gli elettori e, subito dopo, assicurarsi che i democratici “non possano rubare l’elezione”, riproponendo alcune delle dichiarazioni che lo avevano portato a ignorare una citazione del Congresso e, in seguito, alla prigione. Amatissimo dalla base MAGA repubblicana e odiatissimo dalla controparte progressista, l’ex chief stategist del tycoon è stato uno dei principali artefici della campagna elettorale di Trump nel 2016, e contribuì in modo decisivo alla sua vittoria. La sua esperienza alla Casa Bianca durò poco e i rapporti tra i due si raffreddarono, in particolare dopo alcune dichiarazioni critiche di Bannon riportate nel libro Fire and Fury di Michael Wolff. Da lì, per alcuni mesi, il rapporto con l’ex presidente Usa fu piuttosto tiepido e altalenante. Almeno fino alle elezioni del 2020, quando Bannon tornò ad essere una delle figure più vicine al mondo più conservatore e nazionalista che sostiene il tycoon.