Doveva essere una elezione aperta e contesa all’ultimo voto, è stata invece una valanga, una valanga rossa repubblicana: a Donald Trump manca solo l’ufficialità per tornare, quattro anni dopo, alla Casa Bianca. Vincendo tutti gli Stati in bilico contro Kamala Harris. Mentre scriviamo, a Trump é appena stata assegnata la Pennsylvania e manca solo uno a scelta dei quattro rimanenti Stati in bilico per tornare ufficialmente alla guida degli Stati Uniti. E la giornata elettorale americana lascia un Paese che, nelle sue spaccature, non manca di mostrare grandi novità. E forse si scopre meno polarizzato.
Prendiamo due contesti distanti tra loro: la contea di Miami-Dale, la più grande della Florida e la settima per popolazione negli Usa, e quella di Starr, piccola area della Valle del Rio Grande al confine tra Texas e Messico. Sono due contee abitate da popolazioni ispaniche: caraibiche e venezuelane quelle di Miami-Dale, centroamericane quelle di Starr. The Donald, in due Stati-laboratorio per il Partito Repubblicano del futuro, le ha conquistate entrambe. Dale era una roccaforte democratica anche dopo la svolta “rossa” del Sunshine State; Starr non votava repubblicano alle presidenziali dal 1892.
E ancora: Dearborn, Michigan. La città più araba d’America, in uno swing state. Qui, ricorda The New Republic, “Trump ha il 46,8 percento dei voti rispetto al 27,8 percento dei voti di Harris e al 22 percento della candidata del Partito Verde Jill Stein. Nel 2020 , Joe Biden ha vinto la città con il 74,2 percento dei voti, rispetto al 24,2 percento di Trump”.
Queste storie, in tre angoli diversi dell’Unione, raccontano di un’America che si è colorata del rosso repubblicano mentre al Partito Democratico e Kamala Harris è mancata, come nel 2016 a Hillary Clinton, sia la periferia storicamente presidiata dall’anima laburista del partito e riconquistata nel 2020 da Joe Biden sia, fatto nuovo, il contributo delle minoranze che storicamente hanno alimentato la macchina elettorale progressista.
Insomma, ad accompagnare Trump verso il ritorno alla Casa Bianca non può essere stato solo il tradizionale radicamento elettorale nella classe media bianca e nelle roccaforte tradizionali conservatrici. L’onda repubblicana investe ogni fronte: si va verso un’affermazione ampia dei repubblicani nella corsa alla Casa Bianca, nel voto popolare e al Senato, a cui potrebbe aggiungersi anche la conquista della Camera. È doveroso notare come molte previsioni della vigilia non siano state rispettate e, in attesa che anche le ultime sezioni certifichino un trend ormai avviato, possiamo dire che Trump ha sovraperformato ovunque: nelle roccaforti rosse, negli Stati dem, tra le minoranze latine e afroamericane, in aree come Florida e Ohio che ormai definire in bilico è fuorviante. Trump guadagna nettamente e gli elettori lo riportano in campo con forza. Bocciando tutti coloro che hanno messo nel “o noi o Trump” il focus della loro strategia.
Non l’aveva fatto Joe Biden, anziano e navigato politico che ha fatto del pragmatismo la sua storia, ma lo ha fatto Kamala Harris. Il risultato è stato chiaro: l’America che decideva le elezioni ha scelto Trump e bocciato Harris. Può piacere o no, ma la retorica che vedeva in The Donald il nemico da abbattere mal si è conciliata con un’America diseguale, in cui i dem hanno perso il contatto reale con il Paese. Mentre Kamala parlava con Bruce Springsteen, Donald Trump incontrava i protagonisti delle sue canzoni. La conseguenza è stata chiara: è già successo nel 2016, é risuccesso ora. Ma dare la colpa alla rabbia di una parte d’America o alla carenza di istruzione dei votanti di Trump, di fronte a un successo di tale portata, sarà molto più difficile per quei dem che nel 2020 hanno vinto unendo un’ampia coalizione economica, sociale, identitaria oggi erosa da The Donald.
Dearborn, Starr e Dale aiutano a capire che forse anche per questo l’America in cui torna di forza il presidente più discusso degli ultimi decenni, l’uomo che nel 2020 si era congedato tra false accuse di furti elettorali e Capitol Hill, é un po’ meno spaccata su linee nette. A Trump ora il dovere di ricomporre le fratture del Paese in un quadriennio in cui sfide esistenziali attendono Washington dentro e fuori i suoi confini.