Se c’è stata un’elezione Usa in cui tutti gli schemi consolidati sono saltati è certamente quella archiviata con la seconda vittoria di Donald Trump. Comporre il panorama delle minoranze, o ethnics che dir si voglia, nel crogiuolo americano non è semplice. Esistono fratture geografiche, storiche ma anche generazionali che spaccano in più parti ogni gruppo non Wasp, influenzando il modo in cui agisce una volta alle urne. Di certo optare per l’equazione background migratorio=voto per i dem è il miglior modo per non comprendere come votano gli americani.
Spulciando i dati aggregati, le prime osservazioni che si possono fare riguardano la discriminante bianchi/neri. Se il 55% dell’America white ha votato per Donald Trump, l’86% dei black ha votato per Kamala Harris. Una percentuale affatto lusinghiera: l’allontanamento degli afroamericani dal mondo dem è stato un processo lento ma inesorabile: Biden ha vinto il 90% degli elettori neri per conquistare la Casa Bianca nel 2020, e il calo registrato da Harris si è mostrato da subito abbastanza ampio da mettere a repentaglio le sue possibilità di vincere negli Stati chiave. Una preoccupazione che origina sin dalle midterm, quando le analisi da parte funzionari eletti, strateghi e attivisti negli swing states, la maggior parte dei quali neri, suggerivano come i democratici fossero sempre più preoccupati che l’affluenza alle urne degli afroamericani potesse diminuire.
Andando agli ispanici, la media nazionale assegna il 53% ad Harris. In occasione delle midterm, i sondaggi mostravano che la maggioranza degli elettori latini intendesse sostenere i candidati democratici, conservando una tendenza che dura da decenni. Ma quel supporto era già palesemente in declino. Gli elettori in Florida e Texas hanno contribuito a far vincere Trump in contee in cui i democratici avevano avuto un vantaggio nelle ultime due elezioni presidenziali. I risultati di martedì suggeriscono inoltre che molti latinoamericani condividono le preoccupazioni di Trump sull’immigrazione illegale, nonostante la retorica razzista da lui utilizzata per descrivere i sin papel. Mentre gli strateghi democratici si impegnano a corteggiare gli ispanici con gli slogan o con specchietti per le allodole come Jennifer Lopez, i repubblicani si stanno rimboccando le maniche da tempo. La California centrale (si pensi alla contea di Fresno), ad esempio, è un indicatore fondamentale di questo cambio di passo. Ciò che ormai cristallino è che l’immigrazione può essere un’importante “questione soglia”, ma le preoccupazioni dei latinos vanno ben oltre, soprattutto in un gruppo etnico che si identifica quasi totalmente con la classe operaia.
Last, but not least, bisogna ricordare che i due gruppi etnici di cui sopra hanno pagato un prezzo altissimo durante la pandemia da Covid-19 in fatto di perdite, assistenza medica e declino economico: il conto è arrivato adesso.
Mentre si vanno definendo i dati degli altri gruppi etnici – come ad esempio quello asiatico – la fede, il famigerato fattore “F”, sembra aver contato eccome, sebbene in un modo nuovo. Secondo i primi exit poll, gli elettori cattolici hanno sostenuto Trump rispetto a Harris con un margine a due cifre. Nel 2020, i cattolici hanno sostenuto Joe Biden, che sarebbe diventato il secondo presidente cattolico d’America, con un margine di cinque punti. In entrambi gli anni, circa un quarto degli elettori era cattolico. Altri gruppi religiosi hanno rispettato l’immagine del 2020. Circa 6 protestanti su 10 hanno sostenuto Trump rispetto a Harris e hanno costituito circa il 40% dell’elettorato. Poco meno di 2 elettori su 10 hanno dichiarato di non essere credenti e hanno sostenuto Harris con un margine di 3 a 1. Il gruppo religioso più forte di Trump sono stati, invece, i reborn, i cristiani bianchi rinati, che rappresentano circa 2 elettori su 10. Circa 8 su 10 di loro lo hanno sostenuto a livello nazionale, con un margine simile a quello del 2020.
Più complesso ancora è analizzare il voto dell’elettorato arabo-americano, il più sfuggente degli “americani col trattino”. Il conflitto a Gaza e in Libano ha fatto perdere ai democratici una base di voto un tempo fedele, lasciando i partiti politici privi di grinta. In queste elezioni gli occhi sono stati puntati su Dearborn, la città a maggioranza araba più grande degli Stati Uniti: circa il 54% dei 110.000 abitanti si identifica come di origine mediorientale o maghrebina, molti dei quali sono di origine libanese e palestinese. Qui ha covato il fuoco del risentimento nei confronti dell’amministrazione Biden-Harris per la pessima gestione della crisi mediorientale nonché la perdita di smalto della politica estera americana. Molti cittadini hanno seguito con interesse la campagna elettorale senza, tuttavia, tifare per nessuno: da un lato Biden si è per loro trasformato in “Genocide Joe“, dall’altro Trump restava comunque il presidente del muslim ban: non abbastanza, però, da non sceglierlo. Anzi, quanto basta a credere che possa mettere fine al conflitto in Medio Oriente.
In attesa di conoscere meglio i dati sull’elettorato asiatico (che di per sè riunisce una varietà estrema di etnie e profili elettorali), merita una particolare attenzione l’elettorato indo-americano, che in molti speravano si mobilitasse in massa per eleggere una presidente che indiana lo è per metà. Una speranza diffusa in tutta la Georgia, dove un afflusso di asiatico-americani (la popolazione è raddoppiata dal 2012 ) ha trasformato gran parte dell’area di Atlanta, come le contee di Gwinnett, Forsyth e Fulton. Le attività commerciali asiatiche sono sparse in tutta la regione. In alcune parti del Nord-Est di Atlanta, cartelli in cinese, coreano e vietnamita costeggiano le strade. La legislatura statale ha il più grande caucus asiatico-americano e delle isole del Pacifico negli Stati Uniti continentali e, nel 2020, le comunità asiatico-americane della Georgia hanno contribuito a far pendere lo stato a favore dei democratici per la prima volta dal 1992.
Secondo i dati AAPI , nello stato vivono circa 610.000 asiatico-americani, mentre gli indo-americani costituiscono il gruppo più numeroso, con circa 177.000 residenti. Si tratta di una comunità stratificata per religione, lingua, casta e classe, presso cui il background di Harris è stato accolto con gioia, ma non ha rappresentato nulla per molti altri. Molti elettori, infatti, hanno dichiarato di vedere Harris come “black” ma soprattutto che le sue ascendenza erano secondarie rispetto al suo programma.
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