Stasera Joe Biden e Donald Trump si sfideranno in un dibattito televisivo che andrà in onda sulla Cnn. Regole rigidissime regolamenteranno il ring fra i due: niente “appunti da casa”, nessuna possibilità di consultarsi con i rispettivi staff nelle pause pubblicitarie, ma soprattutto microfoni spenti mentre l’avversario sta parlando, per evitare l’effetto talk show urlato. Qualcuno, infatti, ricorderà il povero Biden costretto a sbottare nei confronti del disco rotto Trump, intimandogli di tacere una volta per tutte.
Una predilezione di pancia, quella degli americani per il wrestling politico, che è intimamente legata alla storia della tv. Il tubo catodico, infatti, trasformò per sempre il dibattito politico, eleggendo elementi secondari come il look, la telegenia, l’ironia, la prontezza di spirito. Tutte doti che non fanno necessariamente un buon presidente, ma un campione dei media sì. Un metodo molto rischioso che espone a scivoloni imperdonabili. Come nel 1976, quando il presidente in carica Gerald Ford annunciò che il governo degli Stati Uniti non considerava Paesi come la Polonia o la Jugoslavia, schiacciati dall’egemonia sovietica. Una gaffe imperdonabile che pagò caramente nei sondaggi e al voto. Stessa sorte toccò a George Bush padre, che collezionò due figuracce nel primo dibattito del 1992: più volte non comprese le domande rivoltegli e molto spesso venne beccato a osservare nervosamente il suo orologio. Otto anni più tardi, nel 2000, il duello televisivo presidenziale vide protagonista di sospironi di impazienza il candidato democratico Al Gore, accusato di essersi comportato da saccente e maleducato, lasciando la vittoria a Bush figlio.
Quando si pensa alla storia dei duelli presidenziali in tv, la prima immagine che balza alla mente è lo scontro Kennedy-Nixon nel 1960. Ben pochi sanno, o ricordano, che il primo dibattito televisivo ebbe luogo quattro anni prima, quando Adlai Stevenson sfidò Dwight Eisenhower: tuttavia, i due uomini non comparvero nel dibattito. Invece, il 4 novembre 1956, due loro sostituti discussero in tv: per i Democratici, l’ex First Lady e icona del partito Eleanor Roosevelt; per i repubblicani, la senatrice senior del Maine, Margaret Chase Smith. Nel 1956 Margaret Chase Smith era al suo secondo mandato al Senato e conosceva Eleanor Roosevelt da due decenni. “Rispettavo e ammiravo la signora Roosevelt per la sua intelligenza e leadership attiva“, scriverà Smith nella sua autobiografia. Smith era stata un’assidua frequentatrice della Casa Bianca ai tempi di Roosevelt ed era apparsa nel programma radiofonico della First Lady. Entrambi avevano rubriche su quotidiani periodici e nel 1956 apparivano regolarmente nelle liste delle donne più ammirate d’America.
Il forum di dibattito fu il programma della CBS Face the Nation , allora alla sua seconda stagione: era la prima volta che una donna appariva in quel programma. Sebbene Smith non fosse ancora sicura delle sue capacità di dibattito, era fiduciosa di poter offrire un argomento forte a sostegno di Eisenhower. Si optò per una dichiarazione di chiusura di due minuti, anche se la CBS accettò con riluttanza. Vennero vagliate con attenzione chirurgica le scelte nel guardaroba e nell’acconciatura. Bisognava essere energiche ma educate, informate ma pudiche.
Il dibattito ebbe luogo due giorni prima delle elezioni e si concentrò quasi interamente su questioni di politica estera. Come previsto, Smith rimase equilibrata e taciturna, il che permise a Roosevelt di dominare, fino alle dichiarazioni conclusive. La tensione si tagliò fette tra le due virago, tanto da portare Eleanor Roosevelt a rifiutare la stretta di mano dopo il dibattito.
Quel primo duello dimostrò che la preparazione contava fino a un certo punto: vincente era chi sapeva bucare lo schermo. Il nuovo mezzo televisivo stava subendo un boom non solo negli USA, ma nel mondo intero. Ma come si giunse a quello storico dibattito? Nel 1960 entrambi i candidati avevano qualcosa da dimostrare e molto da perdere: da un lato, il senatore Kennedy, giovane, bello, rampollo di una delle più ricche famiglie della East Coast, doveva dimostrare di non essere un raccomandato, o peggio, una seconda scelta (come, in effetti, era). Dall’altro lato, Nixon, un uomo della middle class, storico vicepresidente di Eisenhower, doveva dimostrare di non essere “l’eterno secondo”. Le premesse erano buone: Kennedy era un animale da palcoscenico e Nixon un grande e saggio oratore.
Nel 1960, l’operazione duelli fu presa in carico dalle tre emittenti principali. La CBS, che sponsorizzò il primo; dalla NBC, che sponsorizzò il secondo; dalla ABC che sponsorizzò il terzo e quarto dibattito. Entrambi i candidati accettarono e presentarono un numero ragionevole di richieste affinché tutto si svolgesse con imparzialità. Vennero scelti giornalisti esperti: questi potevano fare domande a entrambi i candidati; in particolare nel primo e nel quarto dibattito entrambi poterono fare delle dichiarazioni di apertura prima che i giornalisti cominciassero con le loro domande.
Se Kennedy veniva dato come vincente da coloro i quali avevano seguito il dibattito in tv, tutti quelli che avevano ascoltato il duello alla radio credevano che Nixon si fosse difeso meglio. In quell’occasione nuovi elementi balzarono agli occhi dell’opinione pubblica: le mani (tremanti o ferme), il volto (sudato o disteso), il look e la gestualità. Non a caso, nel primo duello, l’America intera fissò nella mente il contrasto tra il sorriso smagliante di Kennedy e il volto sudato e mal rasato di Nixon. Il trionfo televisivo di Kennedy (seguito da una vittoria di misura, invece) segnò così tanto la storia americana che, per i successivi sedici anni, nessun candidato alla presidenza ebbe più il coraggio di affrontare il proprio avversario in tv.
Quarantaquattro anni dopo, ancora una volta, gli Americani e il mondo si preparano a una nuova stagione elettorale. Sul ring, due cariatidi che si candidano a guida della nazione (e del mondo). Dopo il 27 giugno, un nuovo scontro è previsto il 10 settembre sulla Abc. Preparate i pop corn, altro che 1960.