La geografia politica degli Stati Uniti è in continuo mutamento. Le elezioni presidenziali del prossimo 3 novembre saranno un banco di prova notevole per studi e rilevazioni di demografi e scienziati politici. Un’occasione per capire come sta cambiando il Paese, in particolare su quanto può pesare la cosiddetta invasione blu degli Stati rossi.

Con questa espressione si intende un travaso di elettori in corso da diversi anni dagli Stati storicamente democratici a quelli tradizionalmente repubblicani. Arizona, Texas, Nord Carolina e Florida sono solo alcune delle roccaforti che potrebbero presto cambiare optando per politici dell’asinello. Secondo i demografi alla base c’è un nuovo ricambio generazionale che rimescolerà le carte.

Gli elettori in movimento

Il professor Seth C. McKee, della Oklahoma State University e Jeremy M. Teigen del Ramapo College hanno studiato le migrazioni negli Stati costieri del Sud per osservare la composizione dei nuovi arrivati. Stando ai loro dati nel 2012 il mix di migranti interni arrivati a Sud era diviso tra il 34% provenente dal Nord-Est, il 31% dal Midwest e il 35% da montagne, pianure e regione pacifica. Le persone partite dal Nord-Est e Midwest corrispondo al 40% degli arrivi in Texas, al 66% in Georgia, al 73% in Nord Carolina, al 75% in Sud Carolina e all’81% in Florida.

Ma come impattano queste percentuali sul voto? Sempre secondo McKee e Teigen i migranti del Midwest sono leggermente democratici, quelli della costa pacifica leggermente repubblicani mentre quelli di montagne e pianure fortemente repubblicani. Al lato opposto gli elettori del Nordest mostravano un’appartenenza fortemente liberal. Tanto per dare un’idea dell’effetto “un aumento del 10% di arrivati dal Nordest in una contea del Sud ha aumentato il voto presidenziale per i dem nel 2008 e 2012 di cinque punti percentuali”, scrivono ancora i due ricercatori.

Kristin B. Tate, analista di posizioni conservatrici, ha scritto un libro dal titolo inequivocabile “The Liberal Invasion of Red State America”. Secondo Tate aziende e persone stanno fuggendo da Stati blu ad alta tassazione e bassa crescita economica verso realtà più dinamiche con minori imposte e maggiore espansione. Fattori che giocano un ruolo chiave non solo nell’attrattiva ma anche sulle scelte future dei cittadini come vedremo più avanti.

Quali stati stanno affrontando la trasformazione

Prima di continuare è bene sgomberare il campo da ogni dubbio: la trasformazione non viaggia a senso unico. Lo spostamento di elettori se da un lato rende gli Stati rossi meno rossi, dall’altro rende quelli blu meno blu, come successo in Wisconsin, Pennsylvania e Michigan, vinti da Donald Trump nel 2016. Dal 2000, 27 Stati sono diventati più repubblicani e 23 (più il distretto di Columbia) sono diventati più democratici. Sulla carta una buona notizia per il Gop ma va notato che conquistare la Rust belt cedendo parte della Sun Belt potrebbe essere rischioso in base al sistema del collegio elettorale. Pennsylvania, Wisconsin e Michigan contano per circa 46 voti contro i 109 di stati come Nord Carolina, Georgia, Florida e Texas.

Ovviamente questo fenomeno non riguarda tutta l’unione. Alcuni sono diventati sempre più rossi, come West Virginia, Missouri, Arkansas o Tennessee; mentre altri più blu come California, Oregon e Washington. Quindi il ribaltamento dem riguarda solo alcune realtà. Colorado Arizona sono quelle con l’avanzamento più marcato, mentre seguono poco lontano il Nord Carolina, il Texas, Georgia e Florida. Dal 2000 gli ultimi cinque stati di questa lista hanno assorbito oltre 6 milioni di migranti domestici.

mappa migrazioni e voto usa

Fuga dalle città liberal

Se ci concentriamo nel dettaglio delle città questo diventa ancora più evidente. Esiste un cosiddetto esodo blu dalle grandi città urbane orientate a sinistra. Solo New York perde oltre 200 abitanti al giorno e così fanno altri agglomerati urbani come San Francisco, Los Angeles, San Jose, San Diego, Chicago e Boston. Tutte realtà dove il costo della vita per la classe media è diventato insostenibile. La stessa Tate ha fatto notare come la contea in cui vive a Houston “ha assorbito un grande numero di migranti dalla California e questo perché lì una famiglia di classe media più permettersi una casa”.

Questi flussi non ha caso sono andati a investire le aree metropolitane di Stati rossi, in particolare Dallas e Houston (Texas), Phoenix (Arizona), Atlanta (Georgia) e Orlando (Florida). Non solo. Tra il 2018 e 2019 la popolazione di diverse aree con un milione di abitanti è cresciuta dell’1,5% in particolare Las Vegas (Nevada), Austin e Sant’Antonio (Texas), Raleigh e Charlotte (Nord Carolina), Jacksonville e Tampa (Florida) e Nashville (Tennessee).

A “fuggire” sono soprattutto giovani. Secondo il demografo del Brookings Institution William Frey a spostarsi sono millenials, persone di età tra i 20 e 30 anni che sono diversificate e vicine a posizioni liberal. Stando agli studi di Frey gli americani di età compresa tra i 20 e 40 hanno cinque volte più probabilità di muoversi rispetto alle persone più vecchie di età compresa tra i 50 e 70 anni.

Gli effetti di questo passaggio non si sono ancora visti come nel caso del Texas dove nel 2018 Beto O’Rourke non è riuscito a superare Ted Cruz rieletto con un margine di 2,6%. Ma i segnali non mancano. Lo stesso Cruz sei anni prima aveva conquistato il seggio con quasi 16 punti in più. È utile soffermarci un attimo su questa sfida per capire meglio l’afflusso di nuovi voti. Nel 2012 il senatore repubblicano si imposte con 4 milioni e 440 mila voti, nel 2018 con 4 milioni e 260 mila. Il balzo però è avvenuto in casa dem. Paul Sadler si era fermato a 3 milioni e 194 mila mentre O’Rourke è riuscito ad arrivare a 4 milioni e 45 mila. Quasi un milione di voti in più.

Non a caso tra i “Texas Five” – le città di Houston, Dallas Fort Worth, San Antonio e Austin – il vantaggio dem è passato a 130 mila voti del 2012 a 800 mila proprio nel 2018. In Arizona nella contea di Mircopa, che include la città di Phoenix tra il 2012 e 2016 il partito dell’asinello ha ridotto il deficit rispetto ai repubblicani di 100 mila voti per poi conquistarla nel 2018. In Georgia tra il 2012 e 2018 le quattro contee che compongono Atlanta e i sobborghi hanno visto i democratici aumentare il vantaggio i 250 mila voti.

Il caso del Nord Carolina

Uno degli Stati in cui questo rimescolamento di elettori è stato massiccio è la Carolina del Nord. Stando ai dati del Carolina Population Center nel 1990 il 70% dei residenti era nato nello Stato. oggi quella percentuale è scesa al 56%. Tra il 2000 e 2016 lo Stato ha accolto oltre un milione di nuovi residenti. E nel 2018 il 62% dei migranti arrivava da Stati blu, in particolare Nord-Est.

Nel Tar Heel State arrivano in media cittadini più giovani rispetto ai vicini del Sud Carolina e della Florida, meta di molti pensionati che fuggono dal freddo inverno nella Snow Belt. Lo Stato attira professionisti e giovani soprattutto col triangolo innovativo composto dai centri di Chapel Hill, Raleigh e Durham e con l’industria bancaria di Charlotte.

I sondaggi in vista delle votazioni di novembre fotografano al momento un avanzata dei dem. Secondo la media di Real Clear Politics Joe Biden è avanti per circa 0,6 punti su Donald Trump (47,8% contro 47,2%). Al Senato il dem Cal Cunningham sarebbe avanti di circa 4 punti sull’incombente Thom Tillis mentre nella corsa a Governatore il dem uscente Roy Cooper sarebbe avanti di 8 punti su Dan Forest.

I limiti del modello

Un tale scenario lascerebbe poco spazio per i repubblicani disegnando una prossima onda dem. Ma è realmente così? Non proprio. In parte per le ragioni che abbiamo già evidenziato. Non tutti i cittadini che si spostano sono democratici. Basti pensare ai pensionati bianchi che si spostano dal Midwest in Florida. Ma a pesare sarà anche la pandemia e la crisi economica. Solitamente in periodi di contrazione gli spostamenti si riducono quindi il fenomeno potrebbe rallentare. In secondo luogo molti esperti pur essendo concordi sulla possibilità di un ribaltamento non hanno fornito tempistiche e i recenti sondaggi dimostrano che forse il 2020 non sarà ancora l’anno del ribaltone.

Allo stesso tempo ci sono altre due cose da considerare. Questi mutamenti porteranno il partito repubblicano a cambiare la sua linea su alcuni aspetti, magari lavorando per includere alcune minoranze dato che il fronte dei migranti non è compatto come sembra. Allo stesso tempo non è detto che gli elettori non cambino mai idea. All’inizio avevamo sottolineato che molti si spostano verso Stati con crescita economica e soprattutto tassazione meno opprimente. Non è quindi scontato che trasferirsi i comunità più conservatrici, magari in materia fiscale, non possa portare a un cambiamento di opinione anche per persone di estrazione democratica.

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