Mancano poco più di 12 mesi alle Elezioni Usa 2020. Se per i Repubblicani l’incumbent Donald Trump (alle prese con l’Ukrainegate) è una certezza, ancora non è dato sapere chi sarà il prescelto democratico. Il tanto atteso election day, però, questa volta potrebbe avere un meccanismo differente: ad essere messo sotto accusa è l’intero sistema elettorale, reo di essere ancora troppo intriso di quei lasciti dei padri nobili della Costituzione. Robert Dahl, uno dei critici più feroci della democrazia americana, nel 2000 tenne presso l’Università di Yale una serie di lezioni che avevano per oggetto proprio il documento sacro di tutti gli americani. L’anno dopo, quella raccolta di lezioni divenne Quanto è democratica la Costituzione americana? un saggio illuminante su quelli che sono i punti di maggiore criticità dell’esperienza democratica d’Oltreoceano. Nella sua analisi, Dahl parte da un presupposto, ovvero l’idea che molti americani siano convinti che la loro Costituzione sia un modello per il resto del mondo: tuttavia, egli mette in mostra alcune pecche che renderebbero questo documento un po’ meno perfetto di quello che sembra. Egli punta il dito innanzitutto sulla rappresentanza ineguale fra Camera e Senato, il noto “compromesso del Connecticut”, per poi passare alla Corte Suprema: essa può dichiarare anticostituzionale una legge regolarmente approvata da corpi costituzionali preposti, avocando a sé il potere di prendere decisioni politiche che riguardano la vita di milioni di Americani. Ma veniamo alla madre di tutti i difetti: il sistema elettorale, quello stesso impianto che ha favorito la creazione di un bipolarismo partitico “all’americana”, e il barocchismo del famoso Collegio elettorale.

Un’elezione barocca

La notte elettorale del 7 novembre 2000, negli Stati Uniti, si è ripetuto un dramma che avrebbe portato dopo settimane frenetiche a dare la precedenza ad un candidato che non aveva ricevuto la maggioranza dei voti popolari. Come è possibile?

All’alba della nazione, quando un apposito comitato ristretto presentò un progetto di Costituzione che prevedeva l’elezione del presidente da parte del Congresso, questa opzione non venne accolta, così alcuni giorni dopo nacque l’alambicco del Collegio elettorale e i delegati, esausti, approvarono quella scelta singolare. La risposta che viene solitamente data è contenuta nel celebre Federalist n. 68 di Alexander Hamilton: si volle sottrarre la scelta del presidente alle maggioranze popolari e metterla nelle mani di cittadini “scelti e virtuosi”. Ha funzionato? Secondo molti no, ma soprattutto il Collegio è stato superato dai tempi, configurandosi come un istituto arcaico e dispendioso. Primo difetto irrimediabile di questo sistema è che esso disincentiva il candidato alla competizione negli Stati “sicuri”; secondo, scoraggia i potenziali candidati di un terzo partito a correre per la presidenza e, terza argomentazione, disincentiva i votanti degli Stati sicuri a recarsi ai seggi.

Nel corso degli anni le falle di questo sistema hanno indotto a vagliare una serie di proposte di riforma delle elezioni presidenziali: una delle tante prevedrebbe la sostituzione del Collegio Elettorale con l’elezione diretta del presidente. Una seconda ipotesi di modifica potrebbe mantenere il Collegio Elettorale ma dovrebbe stabilire che i voti degli elettori di uno Stato siano assegnati ai candidati in proporzione diretta rispetto ai voti popolari ottenuti.

Il National Popular Vote Interstate Compact

Negli ultimi mesi, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, stanno prendendo piede una serie di dibattiti e tentativi di riforma piuttosto interessanti. Quasi in sordina, si sta facendo strada una proposta che potrebbe avere degli effetti innovativi sul ciclo elettorale presidenziale. L’idea di base è di mantenere il Collegio elettorale, modificando il suo funzionamento: ad essere eletto dovrebbe essere quel candidato che ottiene il maggior numero di voti assoluti, ovvero che prevale nel voto popolare. Questo progetto è stato ribattezzato National Popular Vote Interstate Compact e prevede che gli Stati che lo adottano si impegnino ad assegnare i propri Grandi Elettori al candidato che ha vinto nel voto popolare, a prescindere dal risultato all’interno dello Stato. Una rivoluzione copernicana, insomma. I sostenitori di questo sistema starebbero cercando di licenziarlo come un progetto bipartisan che non andrebbe a toccare la pratica costituzionale ma che andrebbe a rispolverare lo spirito dei Padri fondatori. Come ha sostenuto lo studioso Mario del Pero, chi trarrebbe giovamento da questo sistema sarebbero sicuramente i Democrats, campioni del voto popolare nelle ultime elezioni, perdenti però nelle due competizioni dove avevano più voti (nel 2000 e nel 2016). Ergo, questo sistema non si prefigge di essere la manna dal cielo che renderà effettivamente le elezioni americane più democratiche o gli eletti più rispondenti ai desiderata del popolo, ma di correggere un sistema che ha numerose storture.

Ad oggi lo hanno adottato 15 Stati e il distretto di Columbia che insieme contano 196 voti elettorali che costituiscono, a loro volta, il 36,4% del collegio elettorale e il 72,6% dei voti necessari per dare al provvedimento forza legale. Il progetto è stato supportato da editori e quotidiani inclusi il New York Times e il Los Angeles Times con la motivazione che il sistema attuale scoraggerebbe i votanti e lascerebbe l’enfasi elettorale su una serie di piccoli temi e su pochi Stati imprevedibili, i cosiddetti swing States dove i risultati elettorali sono fortemente competitivi a differenza di quegli Stati, politicamente solidi, dove tradizionalmente la campagna elettorale avviene in sordina.