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Tra qualche ora conosceremo il responso delle elezioni nel Regno Unito. I protagonisti indiscussi, a ben vedere, sono tre: Boris Johnson, Jeremy Corbyn, ma soprattutto la Brexit. L’uscita dall’Unione europea non fa da sottofondo: è il vero punto focale della partita che si sta giocando. Si tratta, del resto, di una sorta di referendum mascherato.

Se non altro perché se i Tory dovessero ottenere la maggioranza piena degli scranni, la Brexit diventerebbe una formalità. Ma i sondaggi raccontano di come gli scenari possano mutare per via di pochi seggi. Sono almeno 8 i collegi in cui, in relazione alla situazione di partenza, è stato segnalato un pareggio.

Il distacco tra i due principali attori politici – lo abbiamo riportato poche ore fa – è di circa 10 punti percentuali. Johnson è quello in vantaggio. Questo dicono le rilevazioni statistiche. Ma il margine d’errore deve considerare pure la territorialità della contesa: saranno i collegi – 650 in totale – a decidere le sorti dei sudditi di Sua Maestà. E ogni collegio ha le sue logiche. Il 43% su base nazionale dei conservatori può non bastare, mentre il 33% dei laburisti può comunque offrire delle opportunità inaspettate. Jeremy Corbyn, nel caso in cui a Boris Johnson non riuscisse il cappotto, potrebbe comunque essere incaricato come primo ministro, per quanto questa scenografia resti la più improbabile. Il premier uscente, in maniera diversa da Theresa May, non può contare sul sostegno esterno di altre formazioni politiche. Almeno non in seguito alle trattative che ha portato avanti con Bruxelles. L’ex sindaco di Londra deve poter contare su 326 parlamentari, che è il numero minimo per una maggioranza. E tutti quei parlamentari devono provenire dal partito che guida.

Jeremy Corbyn, dal canto suo, può solo sperare che Boris Johnson stecchi. A quel punto, si aprirebbe una fase diversa. E un altro referendum – questa volta palese – sarebbe quasi inevitabile. Ma l’ipotesi appena ventilata rimane difficile. Tutto lascia supporre, infatti, che Boris Johnson riesca nell’impresa. La polarizzazione della campagna elettorale e la resa quasi incondizionata di Nigel Farage rappresentano elementi favorevoli. Il Brexit Party – vale la pena sottolinearlo – non dovrebbe ottenere parlamentari. E questo “grazie” ad una mossa tattica di Farage. Nel caso in cui il numero delle palline sul pallottoliere sorridesse al leader sovranista dei conservatori, allora l’accordo già raggiunto con Bruxelles verrebbe ratificato in breve tempo. Il 31 gennaio è la meta predisposta. Ma c’è pure una terzo e più caotico pronostico da prendere in considerazione.

Boris Johnson deve essere sostenuto da una maggioranza in grado di non cedere sotto i colpi delle pressioni. Se il margine dei parlamentari conservatori fosse troppo ristretto, si ripresenterebbe un timore che Theresa May conosce bene: quello dipendente da un esecutivo che non ha la forza numerica per rimanere in piedi. Una maggioranza amplia, insomma, è davvero preferibile. E 326 è un numero troppo basso per viaggiare in serenità. Pure perché, tra i Tory, c’è una frangia liberale per nulla incline ad assecondare una versione accelerata della Brexit. Una frangia che ha già messo i bastoni tra le ruote a Johnson nel corso del suo primo mandato.

Occhio, infine, agli scozzesi: la richiesta per un secondo referendum teso all’indipendenza della Scozia può declinarsi sul pratico. E i parlamentari del Partito nazionalista scozzese “eletti” secondo i sondaggi più recenti saranno almeno quaranta. Una variabile indipendente che può far comodo ai progressisti di Corbyn. Più c’è confusione, per la sinistra, meglio è. La Brexit può essere ad un passo oppure lontanissima. La decisione, comunque sia, spetta solo ai cittadini.