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Lo stato di emergenza imposto dalla giunta militare che governa il Myanmar da due anni è stato prolungato di altri sei mesi, e le elezioni promesse sono rinviate a data da definirsi. Normalmente, un annuncio simile produrrebbe grande sdegno, ma a Naypyidaw e nelle maggiori città del Paese la popolazione non è insorta e non ha protestato. Perché i birmani non vogliono queste elezioni? Perché Cina e India le appoggiano?

Un esercito “custode della democrazia”

Due anni sono passati da quando il Tatmadaw, l’esercito del Myanmar, ha rovesciato il risultato delle elezioni vinte della Lega Nazionale per la Democrazia (Nld) assumendo la guida del Paese. Il partito del premio Nobel Aung San Suu Kyi, principale oppositore dei militari e fautore di tiepide aperture politiche ed economiche tra il 2016 e il 2021, aveva ottenuto la sua seconda vittoria schiacciante nel giro di cinque anni. Nonostante le aspettative largamente deluse dalla Lady in materia di riforma economica e tutela delle minoranze, in particolare quella musulmana dei Rohingya, l’Nld si era guadagnato una solida maggioranza che aveva ravvivato le speranze dei birmani di un’accelerazione nel processo democratico del Paese.

Autoproclamatosi custode supremo della nazione, il Tatmadaw aveva mantenuto una presenza significativa nelle istituzioni anche durante il governo Nld. Proprio in nome di quella custodia, il generale Min Aung Hlaing aveva denunciato gravi brogli nelle elezioni di fine 2020 che lo costringevano a sospenderne i risultati per rispettare il “Piano d’azione per la democrazia” dell’esercito.

Due anni più tardi, con l’occasione dell’anniversario della presa di potere, i militari prevedevano di sospendere lo stato d’emergenza e rilanciare quel processo – a detta loro democratico – che doveva portare alle elezioni entro agosto 2023. Invece, l’1 febbraio 2023 è stato annunciato un prolungamento di sei mesi dello stato d’emergenza, giustificato dal mancato controllo dell’esercito su più di un terzo del territorio nazionale. Il corollario di questa dichiarazione è arrivato poco dopo, quando il generale Zaw Min Tun ha dichiarato che a causa di un incremento delle attività sovversive non è più sicuro che le elezioni si terranno nel 2023.



La disapprovazione degli Stati Uniti

La sfiducia internazionale nel regime, riconfermata dopo l’estensione dello stato d’emergenza e la proroga delle elezioni, è stata riassunta in nuove sanzioni annunciate da Stati Uniti e Canada, seguite dalle vecchie potenze che hanno occupato il Myanmar in epoca coloniale, Inghilterra e Australia. Sebbene il generale Min Aung Hlaing abbia a lungo esortato la popolazione e il mondo intero a supportare il processo elettorale birmano, fondamentale per la creazione di un “sistema democratico effettivo, disciplinato e multipartitico”, lo scetticismo sulla fattibilità e l’attendibilità delle elezioni abbondava già prima di febbraio.

Tra le critiche più dure c’è quella del segretario di Stato americano Anthony Blinken, che lo scorso novembre aveva incitato la comunità internazionale a negare alla giunta birmana la credibilità che cercava di assicurarsi tenendo un’elezione che non avrebbe mai rispettato degli standard accettabili di democraticità. Nella dichiarazione, Blinken prevedeva che l’elezione farsa programmata dalla giunta avrebbe solo “alimentato ulteriore violenza, prolungato la crisi e ritardato la transizione verso la democrazia e la stabilità nel Paese”.

A confermare la posizione americana è intervenuto il mese scorso il consigliere del dipartimento di Stato Derek Chollet, affermando che “non si possono tenere elezioni libere e corrette se la giunta imprigiona ogni opposizione significativa, commette atrocità ogni giorno e sopprime tutti gli organi di informazione del Paese”. Il messaggio di Chollet arrivava pochi giorni dopo la promulgazione della nuova legge elettorale birmana che introduce regole stringenti, studiate appositamente per squalificare la Lega Nazionale per la Democrazia. L’assenza del maggior partito d’opposizione sulle schede elettorali delegittimerebbe qualsiasi risultato prodotto da queste elezioni agli occhi della comunità internazionale.

Tuttavia, per alcuni Paesi un’elezione del genere rappresenta un’opportunità.

Perché Beijing strizza l’occhio alla giunta birmana

A fronte delle sanzioni americane ed europee che hanno isolato il Tatmadaw subito dopo il golpe del 2021, una fornita schiera di leader ha mantenuto buoni, se non ottimi rapporti con Min Aung Hlaing. In particolare, il supporto e la legittimazione garantiti da Russia, Cina, e in minor misura dall’India, gli hanno permesso di rimanere in carica nonostante il sostanziale fallimento nel consolidamento del potere militare. Cina e Russia hanno bloccato l’azione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ponendo il loro veto su un intervento contro l’esercito birmano. Con i mezzi forniti dagli alleati regionali, Min Aung Hlaing continua a combattere il Governo di Unità Nazionale e altri gruppi etnici armati che oppongono resistenza al governo della giunta, compiendo numerose violazioni dei diritti umani.

Tale supporto è aumentato negli ultimi anni, di pari passo con la crescita degli interessi in Myanmar legati al successo del Consiglio (militare) d’Amministrazione dello Stato. In particolare la Cina, che subito dopo il golpe si era espressa in maniera prudente, è ora diventata una dei “più potenti facilitatori” del Tatmadaw, garantendogli “un salvagente cruciale in termini di legittimità”. Lo dicono i 10 ministri degli Esteri dell’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, che hanno deciso di interdire i generali del Myanmar dalle riunioni dell’organizzazione fino a che questi non implementeranno un piano per risolvere la crisi. Beijing ha infatti ospitato il ministro degli Esteri appuntato dalla giunta birmana per esigenze di coordinamento, e ha spinto altri partner regionali a fare lo stesso.

Se la prolungata instabilità e la difficoltà di mitigare i rischi reputazionali di operare in un mercato del genere hanno spinto gran parte delle aziende che operavano in Myanmar a sospendere le attività nel Paese o a delocalizzarle completamente, la Cina al contrario rimane il maggior investitore nel Paese. Dal 2018, i due Paesi hanno sviluppato il corridoio economico Cina-Myanmar (Cmec) che collega le economie dei due Stati. Il mega-progetto si articola in piani infrastrutturali di varie dimensioni, e comprende la zona economica speciale di Kyaukphyu. Attraverso questa, la Cina si affaccia sull’Oceano Indiano con un porto in acque profonde, un oleodotto e un gasdotto, per i quali ha costruito anche ferrovie e autostrade. Per quanto complesso, questo è solo uno dei mega-progetti che lega indissolubilmente il governo di Naypyidaw alla Cina.

In questo frangente di isolamento birmano sia dall’Occidente che dai partner dell’Asean, Beijing sa di poter cementare il suo ruolo di partner fondamentale, che il Myanmar non è nella posizione di rifiutare. La politica di proiezione di potenza cinese ha gioco facile con la debole giunta di Min Aung Hlaing, e finché sarà in grado di sostenere il governo birmano unilateralmente, le minacce di Washington suoneranno flebili nel lontano Sud-Est Asiatico.

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