“Le sanzioni stanno arrivando”. Donald Trump, per avvisare l’Iran, ha scelto un celebre adagio del Trono di Spade. Lo stesso potremmo fare noi introducendo il tema delle elezioni di medio-termine. La domanda che tutti si pongono, ma che in pochi hanno il coraggio di replicare in pubblico, riguarda la performance elettorale del tycoon: la prima metà del mandato è terminata. Due anni in cui sono stati sollevate accuse in grado di mettere al tappeto chiunque. Dal Russiagate alle vicende a sfondo sessuale, The Donald è ancora in piedi, nonostante il contorno mediatico che ha accompagnato la sua azione. Gli analisti lib-dem temono la riproposizione di un incubo non pronosticabile: Trump che smentisce le proiezioni e conferma la maggioranza in entrambi i rami parlamentari. È possibile? Vediamo. 

Dalle urne usciranno tutti e 435 i membri della Camera dei rappresentanti e un terzo di quelli della Camera alta, cioè del Senato, più alcuni governatori.  I senatori da eleggere per mezzo di questa turnata non sono 33, come accade di solito, ma 35: due passeranno dalle suppletive. Il Gop, in contemporanea con le presidenziali, è arrivato alla maggioranza dei seggi ovunque “grazie” al trionfo di Trump, considerato allora un corpo estraneo. Oggi la percezione che i leader repubblicani hanno del tycoon non è cambiata, ma i destini politici degli elefantini e del presidente, almeno allo stato attuale, sono giocoforza legati. La “fuga” di Paul Ryan è lì a dimostrare l’esistenza di una certa dose di preoccupazione: non pare un caso che un potenziale rivale di Trump, nel caso i repubblicani decidessero, elettori permettendo, di far saltare il banco in vista del 2020, abbia rinunciato al seggio prima delle medio – termine, ma risulterà una mossa vincente? Ci ragioneremo dopo.  Non giriamoci attorno: il risultato più chiacchierato è un pareggio: Camera ai democratici, che potrebbero così complicare la vita alle riforme promesse dal Tycoon e Senato al Gop. Prima di passare all’analisi degli scenari, diamo un occhio ai sondaggi

Verso un Congresso a doppia velocità

Le rilevazioni statistiche sono tante. Quella più citata racconta di una vittoria alla Camera da parte dei dem: 205 seggi a 199. Per i 31 rimanenti, gli analisti hanno optato per non sbilanciarsi troppo. Rispetto a questa prima assise, il conto è semplice: vince chi supera l’avversario in 217 collegi. Lo stesso sondaggio, nella sezione riguardante il Senato, attribuisce la maggioranza ai repubblicani, che si confermerebbero con 57 seggi “contro” 43  appannaggio degli asinelli. Ma a influire, dalle parti di Washington, sarà anche la casistica: quasi tutti gli scranni da riassegnare, oggi, appartengono ai democratici. Ecco perché è improbabile prevedere un ribaltone. Biden and co., per divenire maggioritari pure al Senato, dovrebbero prevalere in 25 collegi su 35. In questa circostanza, i numeri suggeriscono che Trump possa aggiungere un paio di punti sul suo pallottoliere: due senatori in più, utili a consolidare la tenuta parlamentare. 

Poi c’è la media nazionale, che com’è noto, in un sistema federale, ha una valenza relativa: i dem sono in fuga rispetto al Grand Old Party di una decina di punti. C’è un “ma”, una variabile indipendente: la risalita di Trump in termini di popolarità. Il presidente oggi è quotato al 41%, cinque punti in più rispetto a poche settimane fa. Questo fenomeno è familiare a tutti i leader mediatici: la prossimità delle elezioni coincide con la rimonta della china. Possiamo escludere che The Donald stupisca tutti ancora una volta? No, sarebbe come scherzare col fuoco. É utile far notare, però, che le elezioni di medio termine rappresentano da sempre un fattore di riequilibrio dopo l’abbuffata presidenziale. Chi governa corre sempre nella corsia più scomoda. A meno che eventi storici, com’è accaduto per George W.Bush e Franklin Delano Roosevelt, non contribuiscano ad alleggerire la corsa. Bill Clinton, come si può leggere qui, è l’unico presidente della storia degli Stati Uniti ad aver vinto le elezioni di metà mandato senza l’ausilio, per così dire, di un accadimento cruciale. 

Un elezione per ridare identità al Partito democratico

Le elezioni di medio-termine influiranno sull’identità del Partito Democratico. La leadership del futuro passa dalla tipologia di candidati in grado di ottenere il consenso più largo. Barack Obama, che sta provando a fare da sintesi e che ha contribuito alla selezione dei candidati, ha definito queste elezioni le “più importanti” della sua vita. Hillary Clinton non ha escluso l’ipotesi di riprovarci dopo il 2020. Dal 7 novembre in poi si ragionerà sullo sfidante di Trump per la Casa Bianca. C’è la cosiddetta “onda socialista”, quella costituita dai candidati promossi e sostenuti da Bernie Sanders. Donne, persone di fede musulmana e difensori delle istanze Lgbt: la Ocasio Cortez è l’esplicazione meglio tangibile di questo stile politico, quello che punta a identificarsi con le minoranze in ascesa negli States, ma vale la pena sottolineare che ha vinto le primarie e si giocherà l’elezione in un collegio in cui i dem trionfano da qualche secolo. Ma c’è anche chi evidenzia un come back da parte dei cosiddetti moderati. L’altra faccia del democratici è quella ben rappresentata da Bill de Blasio:  bianca, non troppo legata all’obamismo di ritorno e speranzosa di costruire una leadership basata sulla credibilità amministrativa. Joe Biden, a causa del fattore anagrafico, rischia di restare un’eterna promessa. Michelle, la cui opera biografica sta per uscire nel Belpaese,  ha ribadito più volte la sua indisponibilità a correre per le presidenziali, ma sarà vero? C’è bagarre, insomma, e più di qualche quesito aperto sull’avvenire. 

Passando alla sfide più significative, non si può non citare l’uno contro uno  tra Ted Cruz e Beto O’Rourke, un altro che raffigura un verosimile volto del futuro dem. Se gli asinelli dovessero superare i  trumpiani in Texas, il disastro per Trump sarebbe totale. Mischiando un po’ le carte, vale la pena menzionare qualche partita valevole per i governatorati. Gli americani ne sceglieranno 36. La Florida, da sempre spartiacque presidenziale, verrà assegnata, come pare, ad Andrew Gillum, primo potenziale governatore afroamericano dello stato più a sud-est degli States, o a Ron De Santis, militare, avvocato e trumpiano di ferro sin dal 2012. quattro anni prima che il magnate scendesse in campo? Il 7 mattina Andrew Cuomo sarà ancora il governatore dello stato di New York? Il giurista è in odore di candidatura per le primarie presidenziali ma, come per Elizabeth Warren in Massachusets, deve prima ricevere il placet degli elettori più vicini  a lui in linea geografica.  Un’ altra competizione da tenere a mente è quella che in Georgia vedrà opporsi l’uscente Briank Kemp e la rampante Stacey Abrams: una contesa simbolica tra le istanze più conservatrici e quelle più progressiste dello scenario americano. La competizione per i governatorati, stando alle proiezioni senza toss ups di Real clear politics, cioè senza lasciare in sospeso le partite di difficile prevedibilità, dovrebbe veder trionfare i repubblicani 27 a 23. Ma i democratici, rispetto all’ultimo giro, otterrebbero qualche governatore di più: non si potrebbe parlare di vittoria repubblicana. 

Un test per la nuova America polarizzata

Concludendo, si possono disegnare almeno due scenari. Trump, in questi giorni, ha iniziato ad attaccare Paul Ryan, lo speaker della Camera che ha rinunciato al seggio anzitempo. Perché? Qualcuno interpreta le dichiarazioni del presidente come una resa anticipata: non mi avete fatto fare quello che avrei voluto, sembra voler dire Trump, e adesso siamo destinati alla sconfitta. Se i candidati moderati, come i sondaggi lasciano intendere, dovessero trionfare nella maggior parte dei collegi, prescindendo dall’appartenenza partitica, allora tanto il trumpismo quanto il vento socialista di Sanders, entrerebbero in crisi. Se i risultati dovessero invece consolidare la tendenza favorevole alle correnti più estreme, allora avrebbero ragione Steve Bannon e la sua teoria della contrapposizione tra popolo ed élite. La stessa paventata da Cristopher Lasch, in tempi non sospetti, nel suo “La rivolta delle élite, il tradimento della democrazia”.

Certo è, infine, che se le elezioni di medio -termine non dovessero sorridere al Tycoon, nonostante i risultati in politica interna, si aprirebbe una partita tutta interna al Grand Old Party. Guardando alla scelta di Ryan, si può ipotizzare che qualcuno, in casa degli elefantini, stia muovendo gli scacchi per provare a gridare “matto!” rivolgendosi al presidente degli Stati Uniti d’America. Poi c’è l’incubo dei commentatori benpensanti: una seconda, inaspettata, affermazione di Trump. “Le elezioni stanno arrivando”.   

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