Nel novembre del 2019 l’Iran ha vissuto un nuovo periodo di profonda insofferenza sociale. In diverse città del Paese sono state organizzate proteste, in alcuni casi non sono mancati scontri e disordini. É stato quello il segnale di un grande malcontento che attraversava soprattutto la fascia media della popolazione. Quella cioè maggiormente stroncata dalle sanzioni internazionali e dalla mancanza di concrete prospettive di sviluppo future. La gente era scesa in piazza non tanto per ragioni politiche quanto economiche: l’aumento del prezzo dei carburanti decretato allora, con l’intento da parte del governo di finanziare così le sovvenzioni alle classi più povere, ha rappresentato la fatidica goccia in grado di far traboccare il vaso. All’indomani del voto per le presidenziali però tutto tace. La situazione è tranquilla, la vigilia delle elezioni è trascorsa via senza grandi tensioni, l’elezione di Ebrahim Raisi alla presidenza non ha destato nuove insofferenze, nemmeno tra i più giovani. Cosa è cambiato in questi mesi?

Una vittoria aspettata

A ben guardare le cronache delle ultime ore, a Teheran il passaggio di consegne sta avvenendo in modo formale e tranquillo. É stato lo stesso presidente uscente Hassan Rohani, un moderato più volte etichettato come riformista, ad annunciare in televisione la vittoria del conservatore Raisi ed a congratularsi con lui. Prima ancora del verdetto ufficiale, è stato il principale sfidante del nuovo capo dello Stato ad ammettere la sconfitta: Abdolnasser Hemmati, ex governatore della Banca Centrale e accreditato quale riferimento per i riformisti, ha pubblicamente dichiarato di riconoscere la vittoria di Raisi quando i risultati erano solo parziali. Un clima tranquillo ben distante dai disordini di nemmeno due anni fa. Anche in piazza non ci sono stati grossi tumulti: la vita a Teheran e nelle principali città iraniane all’indomani del voto sta scorrendo via senza clamori particolari. Ma dietro a questa apparente serenità si nascondono diversi elementi. In primis, l’indifferenza: meno della metà degli iraniani è andata al voto, molti giovani sono rimasti a casa. Dunque le consultazioni non sono state vissute come un momento decisivo dall’elettorato.

In pochi cioè hanno realmente pensato che la propria condizione sociale od economica potesse realmente dipendere dall’esito dell’ultima tornata elettorale. Si è preferito così evitare di mettersi in coda ai seggi oppure di scendere in strada a manifestare. In secondo luogo c’è un altro elemento che non va dimenticato: le presidenziali del 18 giugno sono state le prime dopo l’omicidio del generale Solemaini, avvenuto per mano Usa a Baghdad il 3 gennaio 2020. Un episodio capace di compattare buona parte della società iraniana e di dare al Paese un orientamento più conservatore. Anche chi è contro l’attuale impostazione della Repubblica Islamica al momento non vede alternative. E così la leadership ha potuto gestire senza troppi affanni il passaggio di consegne da un presidente a un altro. Su Ebrahim Raisi, conservatore e magistrato vicino alla Guida Suprema Ali Khamenei, è stato possibile far convergere buona parte dei voti di chi si è recato alle urne senza scatenare eccessive tensioni tra i riformisti.

Il destino della teocrazia

In Iran (seppur a bassa voce) così come all’estero sono in tanti a chiedersi quale sarà adesso il futuro della Repubblica Islamica sorta con la rivoluzione del 1979. Le proteste durante le presidenziali del 2009, le vittorie di Rohani nel 2013 e nel 2017, nonché lo stallo economico generato dalle sanzioni volute in primis dagli Usa, hanno spesso mostrato la volontà soprattutto dei più giovani di voltare pagina. Una spinta riformatrice che a volte è sfociata anche in un vero e proprio antagonismo alla teocrazia instaurata 52 anni fa. L’ultima tornata elettorale ha mostrato un Paese a tratti rassegnato, con una popolazione giovane nella maggior parte dei casi indifferente alle vicende politiche. Paradossalmente potrebbe essere proprio questo il principale elemento in grado di tenere in vita la Repubblica Islamica. Le istanze provenienti da diversi strati della società sono molteplici, ma negli anni non hanno trovato un preciso sbocco e né tanto meno hanno dato vita alla formazione di reali alternative.

In poche parole, anche per quegli iraniani nati dopo il 1979 non è arrivato il tempo di dare vita a nuovi forti scossoni. Le nuove generazioni sono apparse sempre più distanti dai vertici e dagli ideali originari della teocrazia, una divergenza però ben lontana dall’offrire spunti per nuove rivolte. Spetta adesso al nuovo presidente evitare ulteriori strappi e permettere alla Repubblica Islamica di sopravvivere anche ai futuri passaggi di consegne.

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