Il 15 marzo è una delle feste nazionali più importanti e sentite in Ungheria. In questa data, infatti, i cittadini ungheresi ricordano lo scoppio della Rivoluzione del 1848 che portò alla temporanea indipendenza del Regno d’Ungheria dalla Corona asburgica. Sebbene i moti indipendentisti venissero schiacciati nel 1849 dalle truppe dell’Impero austriaco, aiutate in maniera determinate dall’intervento militare della Russia zarista, il 15 marzo è rimasto a simboleggiare la nascita dell’Ungheria moderna e la rinascita della nazione magiara.
Quest’anno, le celebrazioni per questa importante festa nazionale hanno avuto rilievo particolare: con una dinamica diventata sempre più comune dalla vittoria elettorale di Viktor Orbán, avvenuta ormai sedici anni fa, il 15 marzo è stato ulteriormente politicizzato in vista della prossima tornata elettorale del 12 aprile. In questa assolata domenica di marzo, infatti, entrambi gli schieramenti principali, ossia il Fidesz di Orbán e il Tisza di Péter Magyar, hanno convocato manifestazioni di massa per mobilitare i propri militanti e la propria base elettorale in quella che tutti gli analisti hanno visto come una grande prova di forza in vista delle elezioni.
Lo scontro a distanza tra Orban e Magyar
Interessante ed estremamente importante la scelta dei nomi. Cavalcando uno dei suoi cavalli di battaglia degli ultimi anni, Viktor Orbán ha convocato una “Marcia della Pace”, mentre il suo principale oppositore, Magyar, ha optato per una “Marcia nazionale”. Secondo le stime dell’Agenzia ungherese per il turismo, alla prima manifestazione avrebbero partecipato circa 180.000 persone, mentre alla seconda 150.000. Se, numeri alla mano, il Primo ministro Viktor Orbán sembrerebbe aver vinto la gara portando in piazza più persone, secondo diversi analisti Péter Magyar avrebbe vinto lo scontro dialettico grazie a un discorso più accattivante e propositivo. Sicuramente, entrambi i leader hanno lanciato le linee guida della seconda parte di questa campagna elettorale determinante per il futuro dell’Ungheria.
Davanti alla folla riunitasi a Kossuth Tér, di fronte all’Országház, il Parlamento nazionale, Orbán ha tenuto un comizio di trenta minuti durante il quale ha parlato dei temi che, da mesi, stanno alla base della sua campagna elettorale che si può riassumere nello slogan “Fidesz- A biztos választás” (Fidesz-La scelta sicura). E quella parola, “sicura”, ha un ruolo del tutto particolare nella politica del Primo ministro, ricoprendo significati diversi. Da un lato, infatti, Orbán declina la sicurezza nel senso di esperienza alla guida del Paese e stabilità politica, sociale ed economica per attirare il voto della parte più conservatrice dei suoi elettori. Dall’altro, il Primo ministro insiste sulla “sicurezza” dal punto di vista geopolitico, ponendosi come unico argine che potrebbe impedire una guerra in Europa e il conseguente coinvolgimento dell’Ungheria in un possibile conflitto.
Entrambi questi aspetti erano presenti nel comizio del 15 marzo. Davanti ai suoi elettori, Orbán ha ricordato come il mondo stia attraversando una fase estremamente delicata, con i nuovi venti di guerra che soffiano in Medio Oriente e la conseguente crisi energetica che incombe sull’Occidente. Lo scenario dipinto dal Primo ministro ungherese è fosco: milioni di posti di lavoro sono a rischio in Europa, il settore industriale è in ginocchio e il blocco petrolifero rischia di impattare ulteriormente questa situazione, senza contare una possibile nuova ondata migratoria. L’Ungheria, tuttavia, è un Paese sicuro grazie alla guida del Fidesz che ha saputo proteggere i posti di lavoro, abbassare i costi delle bollette con un calmieramento che dura ormai da anni e all’aumento delle pensioni a tutela degli anziani.
“Pericolo di una guerra in Europa”
Successivamente, Orbán ha parlato del pericolo di una guerra in Europa. “Bruxelles si è assunta la responsabilità della guerra in Ucraina. Per questo si sta preparando alla guerra. È già passata alla gestione bellica. Non vogliono tenersi lontani dai guai, ma ci si stanno dirigendo dritti. Più armi, più soldi, più soldati. Ci troviamo di fronte a una prova che nemmeno veterani come me hanno mai visto. È impossibile sapere il giorno o l’ora in cui il primo soldato di Bruxelles metterà piede sul suolo ucraino. Ma una cosa la sappiamo per certo: accadrà”, ha ammonito il Primo ministro ungherese dal proprio palco.
E l’Ucraina è stata nominata diverse volte durante il discorso, venendo accusata di star portando avanti un blocco petrolifero fermando il flusso di greggio russo che transita attraverso l’oleodotto Družba per colpire il popolo ungherese e spingerlo verso un cambio di regime attraverso il voto del 12 aprile. Davanti ai suoi 180.000 sostenitori, tuttavia, Orbán ha lanciato un guanto di sfida a Kiev: “Vedete, ucraini? Vedete, Zelensky? Questo è lo Stato millenario degli ungheresi!” ha affermato “E pensate di poterci spaventare con un blocco petrolifero, ricatti e minacce contro i nostri leader? Siate intelligenti e smettetela! Chiunque voglia distruggere gli ungheresi avrebbe dovuto insorgere prima. Diverse centinaia di anni fa.”.
Un discorso, quello di Viktor Orbán, che ha insistito su temi classici che stanno segnando da mesi la sua campagna elettorale: nessuna proposta concreta, ma parole e slogan che si appellano alla “pancia” degli elettori ungheresi, insistendo sul pericolo della guerra, dell’instabilità economica ed energetica e sul sempiterno scontro con Bruxelles e Kiev, accusate di voler giungere a un cambio di governo per piegare l’Ungheria ai propri voleri. E, naturalmente, principale attore di questa operazione sarebbe Péter Magyar, accusato di essere un burattino nelle mani di Ursula Von der Leyen e di Volodymyr Zelens’kij.
Il discorso di Magyar
Di tutt’altro tenore il discorso di Péter Magyar. Insistendo sul tema del patriottismo che, come nel 1848, deve unire oggi tutti gli ungheresi, il leader del Tisza ha ricordato le radici storiche dell’appartenenza euro-atlantica dell’Ungheria: “Ripetiamolo, così che l’imperatore terrorizzato, ancorato al passato, e i suoi giannizzeri terrorizzati possano sentirlo: il nostro Paese fa parte della Comunità Europea, il nostro Paese fa parte della NATO”, ha ammonito dal palco. E questa appartenenza non è sancita da trattati o articoli, ma dalla tradizione stessa della nazione magiara che, ormai più di mille anni fa, ha scelto il cristianesimo, unendosi così alle altre monarchie europee. Una scelta che l’Ungheria ha mantenuto attraverso tutta la sua storia travagliata. E se la retorica di Orbán vuole proporre un Magyar servo di Bruxelles e Kiev, quella di Magyar vuole dipingere un Orbán burattino nelle mani di Putin. Non a caso, a queste parole la folla ha risposto urlando il famoso slogan del 1956: “Ruszkik, haza!” “Russi, tornate a casa!”.
Accusando Orbán di aver tradito la causa della libertà, il leader di Tisza ha usato il palco del 15 marzo per lanciare le proprie promesse in caso di vittoria alle urne. Un sistema fiscale equo, una tassa patrimoniale sui grandi patrimoni, l’aumento delle pensioni, forti investimenti nella sanità e indagini su chi si è appropriato indebitamente dei beni dei cittadini ungheresi saranno alla base dell’attività del suo governo. Inoltre, il leader dell’opposizione si è appellato direttamente ai giovani, ricordando come queste elezioni saranno determinanti per il loro futuro. Nel suo intento di costruire un partito grande tenda in grado di rivolgersi a tutti gli strati della popolazione ungherese, Péter Magyar ha ribadito come, davanti alla possibilità di sconfiggere la democrazia illiberale di Orbán, non esistano destra o sinistra: il suo obiettivo è infatti quello di unire la nazione in un estremo tentativo di rompere con il sistema Fidesz.
Un’ultima possibilità per la democrazia, quindi, davanti alla quale tutti gli ungheresi onesti devono unirsi al di là della propria appartenenza politica. Un messaggio evidenziato anche dallo slogan elettorale di Tisza, che cita un verso del “Nemzeti Dal”, il “Canto nazionale” scritto dal poeta Sándor Petőfi, che, secondo il mito, avrebbe dato il via proprio alla Rivoluzione del 1848: “Most, vagy soha” (“Ora o mai più”). Nella versione di Pèter Magyar, le parole “vagy soha” (“o mai più”) sono barrate, a indicare proprio l’ultima possibilità per sconfiggere Orbán. Uno slogan e un programma semplici che mostrano il punto di forza di Tisza, ma anche la sua debolezza e le sue contraddizioni.
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