Il conflitto israelo-palestinese, ormai allargatosi fino a coinvolgere le forze statunitensi e diversi attori regionali, potrebbe subire un’ulteriore scossa con le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026. Gli elettori si dirigeranno presso le urne in un clima di isolamento internazionale e di forte critica estera verso le operazioni militari lanciate negli ultimi anni. Ci sarà chi vorrà scagliarsi contro l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu, accusato di non aver protetto a dovere gli israeliani il 7 ottobre 2023, e chi potrebbe prendere in considerazione nuove figure da seguire per la guida del Paese, nella speranza di una tempestiva risoluzione del conflitto.
Questa specifica tornata elettorale sembra avere un’importanza spiccata proprio per gli esiti che incideranno sulle manovre regionali, tenendo conto del numero di Paesi coinvolti nel conflitto ed i diversi approcci che i partiti candidati dichiarano in riferimento alla questione palestinese. Inoltre, le prossime elezioni parlamentari avranno luogo successivamente al completamento del mandato quadriennale della Knesset, un evento che interrompe la tendenza a sostituire governi di breve durata con elezioni anticipate.
Channel 12 e Channel 13 hanno pubblicato i dati dei sondaggi e, secondo entrambi i canali, Netanyahu rischierebbe lo spodestamento a favore dell’ex capo dell’esercito Eisenkot. Ciò che colpisce più duramente il primo ministro è la frammentazione interna alla propria coalizione, composta da piccoli partiti di destra nazionalista ed estremista che rifiutano di correre uniti, tra questi Ben Gvir e Smotrich. Se queste liste scendessero sotto la soglia di sbarramento del 3,25% – corrispondente a 4 seggi -, Netanyahu potrebbe perdere il supporto necessario per formare una coalizione di 61 seggi. Attualmente, il suo blocco è stimato a soli 49 seggi contro i 59 delle opposizioni sioniste.
La crisi del leader più longevo d’Israele
L’offensiva del 7 ottobre perpetrata da Hamas ha inevitabilmente compromesso la reputazione del leader Netanyahu, storicamente riconosciuto come il baluardo della sicurezza del Paese. Il sentimento di fiducia degli israeliani è andato progressivamente sfaldandosi in merito alle politiche securitarie, mentre il loro sostegno agli attacchi a Iran, Hezbollah e Hamas è rimasto fermo e convinto (almeno a livello statistico).
Sfidanti politici hanno pubblicamente criticato le operazioni militari di Israele, non in riferimento alla violenza sproporzionata adoperata durante il conflitto, ma biasimando la gestione di Gaza in una guerra, a detta di molti, troppo lunga e dispendiosa. A dimostrazione di ciò, fu proprio Gadi Eisenkot a dimettersi dal Gabinetto di guerra nel 2024perché riteneva che non venissero perseguiti obiettivi prioritari, tra cui ottenere un cessate al fuoco immediato per il rilascio degli ostaggi.
Uno dei punti di massima frizione riguarda la coscrizione all’IDF degli Haredi (ebrei ultraortodossi). Gran parte della popolazione israeliana ritiene che l’esenzione della leva ultraortodossa dal servizio militare sia inaccettabile, e che questa concessione settaria vada ad infierire sulla vita di altri civili in età di arruolamento. Nonostante gli Haredi godano ormai da anni di questa esenzione, l’alleanza politica con Netanyahu in cambio di sostegno da parte dei leader ultraortodossi riscuote ormai da tempo un malcontento generale che probabilmente si rifletterà alle urne.
Netanyahu deve inoltre difendersi da tre accuse di frode e abuso di ufficio e da un’accusa di corruzione del cosiddetto caso 4000, dalle quali sfugge negando fortemente qualsiasi addebito e attaccando la magistratura.
Chi è Gadi Eisenkot, il generale che sfida Netanyahu
Gadi Eisenkot ha rivestito il ruolo di capo di Stato maggiore dell’IDF e, nel settembre del 2025, ha fondato il suo partito Yashar (‘onesto’ o ‘corretto’ in ebraico), oltre ad aver ricoperto il ruolo di ministro senza portafoglio per un anno a seguito dell’attacco del 7 ottobre 2023.
La sua personalità sembrerebbe aver guadagnato un discreto consenso per due motivi principali: per prima cosa, agli occhi di molti israeliani che si sono espressi nei sondaggi degli scorsi giorni, Eisenkot viene identificato come un capo militare capace, reduce di un percorso professionale lodevole e autore della Dottrina Dahiya, una strategia militare elaborata all’indomani della guerra in Libano del 2006 e resa pubblica dal generale nel 2008. La dottrina prevede l’impiego di una forza militare massiccia e di una distruzione estesa delle infrastrutture dell’avversario con l’obiettivo di esercitare una forte pressione deterrente e impedirgli di sostenere un conflitto prolungato.
La seconda ragione del suo consenso parrebbe risiedere nelle sue umili origini e nel sacrificio che lui, leader di partito e attore politico, ha vissuto con la morte del figlio in battaglia dopo il 7 ottobre. Questi elementi risponderebbero alla necessità che il popolo israeliano ha di identificarsi in un leader che si mostra al loro pari: umile, sofferente e dalla volontà tenace.
Nel luglio del 2026 Eisenkot ha registrato un alto numero di consensi. I sondaggi lo indicavano come il candidato premier preferito dal 43% degli intervistati, contro il 34% di Netanyahu. Verso la fine dello stesso mese, però, Netanyahu ha parzialmente recuperato terreno, raggiungendo un testa a testa perfetto con Eisenkot, entrambi fermi al 38%. Allo stesso modo, un sondaggio di fine agosto di Channel 12 attribuisce al partito Yashar 25 seggi, contro i 21 del Likud, mentre Channel 13 stima il partito di Eisenkot a 24 seggi, contro i 19 del Likud.
Tuttavia, la crescita di Eisenkot non segnala automaticamente un cambiamento delle politiche securitarie adottate da Israele: molti dei principali leader di opposizione mantengono infatti posizioni molto rigide nei confronti di Hamas, Iran ed Hezbollah, differenziandosi da Netanyahu più sul piano della competenza amministrativa che sugli scopi geopolitici da conseguire.
La vera incognita: costruire una maggioranza
Sebbene il blocco di destra a sostegno di Netanyahu stia subendo un evidente calo, formulare previsioni circa la futura struttura del governo non è affatto semplice. Sempre secondo i sondaggi di fine agosto, l’opposizione sionista composta da Yashar, Together, Yisrael Beytenu e i Democratici, raggiungerebbe circa 59 seggi sui 61 necessari per governare. La partita si gioca dunque sui partiti arabi, stimati a 12 seggi, muniti del potere di cambiare il peso delle coalizioni.
Tuttavia, il posizionamento ideologico di alcuni partiti sionisti ed il conseguente rifiuto a coalizzarsi con i partiti arabi rappresenta un ostacolo che potrebbe mettere a repentaglio l’ascesa al potere dell’opposizione, conducendo ad un potenziale stallo politico prolungato. Se nessuno riuscirà ad ottenere una maggioranza chiara, Israele potrebbe scivolare nuovamente nell’instabilità, ritrovandosi costretto a indire nuove elezioni.
L’obiettivo comune dell’opposizione resta la volontà di porre fine all’era Netanyahu, in particolare ora che Haaretz sembrerebbe aver riportato gravi negligenze del primo ministro in relazione agli eventi del 7 ottobre. Il leader del Paese, infatti, avrebbe ignorato un esplicito avvertimento sull’imminente attacco di Hamas ricevuto dal presidente degli Emirati Arabi Uniti dieci giorni prima e avrebbe mancato di avvertire l’intelligence israeliana del potenziale attacco, liquidando con eccessiva fretta il segnale di allarme.