Domenica 19 aprile si sono svolte le elezioni parlamentari in Bulgaria, segnate da un record assoluto nella partecipazione, rispetto agli ultimi dieci anni: sono infatti scesi a votare oltre il 51% degli aventi diritto. Un dato che mostra la volontà di rinnovamento della popolazione bulgara, dopo anni di instabilità politica. Si è infatti trattato dell’ottavo ciclo di elezioni in soli cinque anni. Un periodo in cui il malcontento popolare per la stagnazione economica e, soprattutto, per una corruzione percepita come sistemica, sono esplosi definitivamente con le proteste dello scorso novembre a Sofia, quando oltre 100.000 persone sono scese in piazza contro il governo e contro la gestione opaca dei fondi pubblici da parte dei partiti Gerb, dell’ex Primo Ministro Boyko Borissov, e del Movimento per i Diritti e la Libertà dell’oligarca Delyan Peevski. Un movimento di protesta come non se ne vedevano in Bulgaria da oltre trent’anni.
Le elezioni di domenica hanno premiato nettamente Rumen Radev, leader del partito Bulgaria Progressista, che con il 45% dei voti ha conquistato la maggioranza assoluta in Parlamento (121 seggi), assicurandosi la possibilità di formare un Governo autonomo, senza alleanze. Radev ha superato nettamente tutti i partiti avversari: i conservatori di Gerb, guidati dall’ex primo ministro Boyko Borissov, e i liberali del PP-DB si sono fermati rispettivamente al 13,4% e al 12,6%, secondo i dati della Commissione elettorale. La vittoria di Radev ha però sin da subito suscitato sgomento sulla scena internazionale, dove è stato più volte definito come “il nuovo Orban”, a causa di alcune sue posizioni sulla guerra in Ucraina e i rapporti con la Russia. Ma chi è dunque Rumen Radev? E cosa aspettarsi per il futuro della Bulgaria all’interno dell’Ue?

Chi è Rumen Radev
Classe 1963, ex aviatore e generale formatosi in epoca sovietica, con esperienza militare negli Stati Uniti, Rumen Radev non è affatto una figura nuova nel mondo della politica. Dal 2016 al gennaio 2026 ha infatti ricoperto per due mandati la carica di presidente della Bulgaria, dimettendosi lo scorso 19 gennaio e lasciando il posto alla sua vice Iliana Jotova, diventata prima donna Presidente del Paese. Il passaggio dalla presidenza — ruolo tradizionalmente neutrale e super partes —alla figura di Premier segna dunque una svolta netta nella sua traiettoria politica. Ed è proprio questa accelerazione ad aver sollevato alcuni interrogativi nell’opinione pubblica.
Da un lato, i tempi estremamente ravvicinati tra le dimissioni e le elezioni non hanno consentito di definire con chiarezza un programma dettagliato, e la strategia che intende adottare sul fronte della lotta alla corruzione, tema centrale in un Paese che resta, ancora oggi, il più povero dell’Unione europea. Dall’altro, nelle ultime settimane Radev ha abbandonato i toni moderati mantenuti in passato, adottando posizioni apertamente pro russe che gli hanno fatto guadagnare l’appellativo mediatico di “nuovo Orban”.
In particolare, la nuova generazione – la cosiddetta GenZ – ovvero la fetta di popolazione protagonista delle gigantesche proteste di novembre, non solo si è detta delusa dell’esito del voto, ma ha anche già iniziato a esprimere il proprio malcontento con post satirici diffusi via social. Più sfumata la reazione del resto dell’elettorato, che sembra oscillare tra cauta speranza e scetticismo. Il nuovo Governo si troverà infatti a operare in un contesto estremamente fragile: lo scorso gennaio la Bulgaria è entrata in eurozona, adottando definitivamente l’euro come moneta, ma continua comunque a registrare i salari e le pensioni più bassi dell’intera Ue, con un’inflazione crescente. Una condizione che alimenta il malcontento e apre spazi politici anche a formazioni radicali. Tra queste, per esempio, il partito di estrema destra Rinascita di Kostadin Kostadinov, il più euroscettico tra tutti, domenica ha preso il 4,3% dei voti, che gli permetterà di entrare per la prima volta in Parlamento.

La questione russa
“La Bulgaria si impegnerà a proseguire il suo percorso europeo” ha dichiarato Radev nella sua primissima conferenza stampa post elezioni. Ma a pesare sono soprattutto le sue posizioni sulla Russia. “La Crimea è russa e questo è un fatto. Nessuna interpretazione lo può cambiare” aveva infatti detto nel corso di un’intervista solo alcune settimane fa, evocando la necessità per l’Ue di tornare a dialogare con la Russia, sia sul piano energetico – aggravato dalle tensioni in Medio Oriente e dalla chiusura dello stretto di Hormuz – che dal punto di vista diplomatico. Sulla guerra in Ucraina, Radev sostiene inoltre che il sostegno militare ed economico debba restare su base volontaria, mettendo in dubbio la capacità della Bulgaria di sostenerlo nel lungo periodo. Parole accolte con freddezza nelle capitali europee e con favore a Mosca, dove il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, a sorpresa, nella giornata di lunedì 20 aprile ha parlato di “disponibilità a un dialogo pragmatico” con Radev.
Il possibile avvicinamento alla Russia, nella visione di Radev, è necessario, non solo in virtù del passato comunista della Bulgaria, ma sopratutto in chiave strategica, essendo la Bulgaria estrema periferia orientale dell’Ue, a pochi chilometri proprio dal conflitto russo-ucraino, ed essendo diventata meta, negli ultimi quattro anni, proprio della diaspora russa e ucraina in fuga dalla guerra, incentivate a scegliere la Bulgaria a causa della lingua e della mentalità simili a quelle di origine.
L’elezione di Radev potrebbe dunque riaprire la linea di frattura all’interno dell’Unione europea. Dopo la recente disfatta di Viktor Orban in Ungheria, emerge infatti un nuovo interlocutore allineato su posizioni simili, seppur con una matrice politica diversa. È importante sottolineare che, a differenze delle marcate posizioni pro-Israele e la generale impostazione di destra ultraconservatrice di Orban, Radev è spostato su posizioni populiste più di sinistra, essendo egli entrato in politica, in origine, proprio con il Partito Socialista Bulgaro nel lontano 2016, e non avendo mai sostenuto apertamente l’aggressione israeliana a Gaza e più in generale in Medio Oriente.
Conclusione
In definitiva, più che un semplice cambio di governo, il voto bulgaro segnala qualcosa di più profondo: la ridefinizione degli equilibri politici nell’Europa orientale, dove le categorie tradizionali di destra e sinistra appaiono sempre meno utili a interpretare la realtà. In Bulgaria, così come in altri Paesi dell’ex Patto di Varsavia, la rottura si sposta altrove: tra europeismo e sovranismo, stabilità e disillusione, tra passato, origini e presente. L’alta affluenza di domenica racconta una volontà della popolazione a tornare attiva nel futuro politico della Bulgaria. Resta da capire se il nuovo Governo saprà trasformarla in un progetto coerente — o se sarà l’ennesimo capitolo di una crisi che, da anni, fatica a trovare una via d’uscita.
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