Le elezioni presidenziali sono iniziate ufficialmente il 4 agosto, quando le prime urne sono state aperte in maniera preliminare, ma la battaglia decisiva ha avuto luogo cinque giorni dopo, domenica 9 agosto. Come da pronostico, il presidente uscente, Aleksandr Lukashenko, è stato riconfermato con oltre l’80% dei voti e alla diffusione della notizia sono scoppiate delle pesanti proteste di piazza a Minsk.

La vittoria di misura, sulla quale pesa l’ombra dei brogli, potrebbe rivelarsi un boomerang per Lukashenko, che adesso dovrà essere in grado di reggersi in equilibrio su una polveriera all’interno della quale si incrociano e si scontrano gli interessi di una società civile in fermento, del Cremlino e della Casa Bianca.

Le elezioni

I seggi di tutto il Paese sono stati aperti integralmente nella giornata di domenica 9 agosto, ma le operazioni di voto erano iniziate cinque giorni prima in maniera preliminare per consentire a ogni avente diritto di votare. I candidati ufficialmente in gara per la presidenza erano cinque: Aleksandr Lukashenko, al potere ininterrottamente dal 1994, Svetlana Tikhanovskaya, Siarhei Cherachen, Hanna Kanapatskaya e Andrey Dmitriev.

La grande sorpresa delle elezioni è stata la Tikhanovskaya, candidata indipendente che è entrata nella partita elettorale in maniera incidentale. Era suo marito, il blogger ed attivista politico Siarhei Tsikhanouski, a dover competere per la presidenza, ma la sua campagna è stata dapprima ostacolata da un arresto e in seguito fermata del tutto dalla commissione elettorale, che ha rifiutato di accettarne la candidatura. A quel punto, il 15 maggio, la Tikhanovskaya ha deciso di concorrere al posto del marito, tentando di recuperare il ritardo per mezzo di una campagna senza freni.

È stata la Tikhanovaskaya la grande sorpresa perché è lei che ha incusso maggior timore all’ordine costituito che Lukashenko rappresenta e difende, raggiungendo dei traguardi dall’indubbia storicità come il comizio del 30 luglio, il più partecipato della storia del Paese: circa 60mila presenti. Alla fine, però, il carisma e la capacità di riempire le piazze non hanno avuto la forza di abbattere il muro insormontabile del sistema di potere lukashenkiano.

La pubblicazione dei risultati e gli scontri

A poche ore dall’inizio del conteggio delle schede, la commissione elettorale centrale ha infatti decretato la vittoria del presidente uscente, primo con circa l’82% dei voti. L’opposizione non ha riconosciuto i risultati e la Thikanovskaya ha parlato chiaramente di brogli. A quel punto, i manifestanti antigovernativi hanno occupato le strade e le piazze della capitale, chiedendo le dimissioni di Lukashenko e il ritorno alle urne, dando vita ad una lunga notte di gravissimi scontri.

La protesta ha assunto sin dai primordi i connotati di una guerra urbana su larga scala: da parte delle forze dell’ordine sono stati utilizzati i cannoni ad acqua, gas lacrimogeni, proiettili di gomma e granate stordenti, mentre i manifestanti hanno tentato di erigere barricate nelle strade centrali e fatto vasto ricorso agli ordigni.

I disordini hanno interessato l’intera capitale, dalle periferie al centro, e il numero dei partecipanti è stato elevatissimo, si stima fra le 50mila e le 100mila persone, rendendo obbligato l’invio aggiuntivo di unità dell’esercito e della polizia dalle città limitrofe. Gli scontri sono andati avanti tutta la notte e, pur in assenza di bilanci ufficiali riguardanti feriti e arrestati, le immagini provenienti da Minsk sembrano indicare che si assisterà alla pubblicazione di un bollettino di guerra.

Cosa potrebbe accadere

Il tema centrale della campagna elettorale di ogni candidato, ed in particolare di Lukashenko e della Tikhanovskaya, è stato il futuro del Paese. Mentre il primo ha voluto enfatizzare a più riprese la rilevanza geopolitica delle elezioni per Minsk, la seconda si è anche concentrata su temi più sentiti dall’opinione pubblica, come la corruzione e la democratizzazione. Entrambi, comunque, concordavano su un punto: la necessità di un ripensamento strategico mirante a a fuoriuscire dall’orbita russa e a costruire rapporti più solidi con l’Occidente.

Lukashenko aveva riassunto la sua visione il 4 agosto, parlando alla nazione in occasione dell’apertura preliminare delle urne. L’astio nei confronti del Cremlino era palpabile sin dai primi passaggi: “La Russia ha paura di perderci perché non le è rimasto più nessun vero alleato, mentre l’Occidente ha iniziato a dedicare un interesse sostanziale nei nostri confronti. La nostra risposta è nota: la Bielorussia non si fa amico qualcuno per usarlo contro qualcun altro. Noi sosteniamo una politica estera consistente e prevedibile. La Russia è stata, è e continuerà ad essere il nostro più stretto alleato, chiunque si trovi al potere qui o in Russia. Si tratta di qualcosa di profondo, insito nelle nostre nazioni, anche se la Russia ha trasformato i legami fraterni in una relazione tra collaboratori. E [lo ha fatto] invano!”

A quel punto iniziava la pioggia di critiche e di accuse verso l’alleato, seguita dall’esposizione di un piano di riallineamento geopolitico da concretizzare nel post-elezioni: “In questa difficile situazione [ndr. la pandemia] abbiamo deciso di non chiudere le nostre imprese, contrariamente al resto del mondo, e abbiamo destinato 500 milioni di rubli in più dal bilancio pubblico a coloro che hanno avuto maggiormente bisogno del supporto statale. Tutto questo è avvenuto perché, a causa del conflitto per il petrolio con la Russia, non siamo riusciti a vedere l’entrata nel nostro bilancio di 1 miliardo e 500 milioni di rubli. […] I risultati della situazione attuale ci hanno mostrato che l’elevata dipendenza esterna da uno o due Paesi ci mette in una posizione vulnerabile. Per via di guerre commerciali, prezzi sleali e prestiti costosi, il Paese ha perduto 9 miliardi e 500 milioni di dollari in termini di crescita economica negli ultimi cinque anni […] [Quel denaro avrebbe significato maggiori] pensioni, borse di studio, stipendi per i dipendenti statali e supporto per le famiglie. […] Abbiamo tratto le conclusioni e stiamo già implementando una strategia che garantisca, entro il 2025, la riduzione al minimo di tali fattori”.

Il fattore al quale aveva fatto riferimento Lukashenko era la forte dipendenza di Minsk da Mosca, dall’energia al commercio, una condizione da superare per mezzo dello stabilimento di “partenariati strategici con l’Occidente, gli Stati Uniti, la Cina, i nostri vicini e i Paesi più lontani”. 

Una campagna elettorale incendiaria

Le elezioni presidenziali bielorusse di quest’anno saranno probabilmente ricordate, oltre che per la lunga notte del 9 agosto, per l’operazione antiterrorismo del 29 luglio che ha condotto all’arresto di 33 cittadini russi, accusati di essere membri del famigerato gruppo Wagner in procinto di disseminare il caos nel paese.

La mattina seguente, le autorità bielorusse avevano annunciato l’apertura ufficiale di un caso contro gli arrestati, che si ritiene fossero coinvolti in una trama terroristica coinvolgente oltre 200 militanti e della quale i servizi segreti erano stati informati nei giorni precedenti. Tuttavia, non è da escludere che i militari privati si trovassero a Minsk per una semplice sosta nell’attesa di rincasare a Mosca dopo aver trascorso un periodo operativo all’estero o, al contrario, che fossero appena partiti e in procinto di essere redirezionati in Africa, Medio Oriente o Ucraina orientale.

L’arresto è stato l’apogeo di un’intera fase elettorale caratterizzata dall’agitazione costante dello spettro della minaccia russa, soprattutto da parte di Lukashenko. Il 19 giugno, ad esempio, il presidente bielorusso aveva dato notizia di un tentativo golpista sventato dalle forze di sicurezza: “Siamo stati capaci di agire in anticipo e sventare un piano su vasta scala per destabilizzare la Bielorussia e portarla in una specie di Maidan, una rivoluzione orchestrata. Questo era il loro piano. Le maschere sono state tolte non solo ad alcuni burattini che avevamo qui, ma anche ai burattinai che si trovano fuori dalla Bielorussia”.

Lukashenko non aveva fornito ulteriori dettagli sull’avvenimento, lasciando intendere che la rivoluzione colorata fallita avrebbe potuto avere una doppia regia, perché “oggi il focus di tutti gli interessi politici è sulla Bielorussia, sia ad Occidente che ad Oriente”.

Nei giorni precedenti, fra l’11 e il 18, erano state arrestate più di venti persone in connessione ad un caso di evasione fiscale, riciclaggio di denaro e attività fraudolente coinvolgente la dirigenza attuale e passata di Belgazprombank, una banca di proprietà di Gazprom e Gazprombank. Le forze di opposizione avevano bollato l’intera operazione come politicamente motivata poiché aveva portato all’arresto di uno dei principali candidati alla presidenza, l’ex amministratore delegato della Belgazprombank, Viktor Babariko.

Soltanto il giorno prima dell’avvio delle perquisizioni e degli arresti, Lukashenko aveva accusato il Cremlino di sfruttare gli “oligarchi bielorussi” per finanziare l’opposizione antigovernativa. Il Cremlino aveva sottovalutato il peso di quelle invettive, come evidenziato dalla replica sottotono di Dmitrij Peskov, ignorando che potessero presagire l’approfondimento dello strappo iniziato nei mesi precedenti.

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