C’è del marcio in Groenlandia, dicono in Danimarca. Infatti le elezioni di domani 24 aprile nell’isola più grande del mondo, a Copenaghen sono vissute come un referendum secessionista, i giornali danesi parlano ormai di Greenxit oppure di Catalogna boreale.

Se vincessero, come pare, le forze che spingono per l’uscita immediata della Groenlandia dal Regno, di cui rappresenta il 98 per cento del territorio, s’aprirebbe una crisi di portata internazionale, anche se Kalaallit Nunaat, la Terra dell’uomo del Nord, come la chiamano gli inuit, è abitata da soli 57 mila individui, praticamente gli spettatori dello Juventus Stadium.

Ciò che accade a Nuuk, la lillipuziana capitale groenlandese, coinvolge interessi globali, l’Europa, gli Stati Uniti, la Nato, la Cina. L’accelerazione verso la totale indipendenza – aspirazione che accomuna tutti i partiti, divisi solo dalla tempistica – è dovuta alla travolgente trasformazione dell’Artico a causa del cambiamento climatico e all’irreversibile scioglimento dei ghiacci.

Nel “Nuovo Artico” è in atto la corsa per la conquista delle immense ricchezze ora accessibili; una fetta di pianeta che era quasi la Luna e ora, lontano dai riflettori mediatici, è diventata teatro del Grande Gioco geopolitico del Terzo millennio. E la Groenlandia, territorio danese nonostante gli inuit dal 2009 abbiano progressivamente conquistato la libertà d’autogovernarsi (a parte la politica estera e di difesa, ancora in mano a Copenaghen), si trova al centro della contesa con il suo strategico capitale geografico, ma soprattutto perché è una cassaforte mineraria che racchiude rubini, smeraldi, diamanti, oro, uranio, zinco, petrolio, gas…

Nonostante la pesca rappresenti ancora il 90 per cento del Pil e delle esportazioni, gli Inuit, afflitti da disoccupazione e degrado sociale, intendono comprarsi il biglietto per la libertà con le miniere; determinati a emanciparsi definitivamente dal Regno, che contribuisce con 500 milioni di euro l’anno per un minimo di welfare (non certo di livello scandinavo), offrendo concessioni a canadesi, australiani, sudafricani, soprattutto ai cinesi.

Dura per la piccola Danimarca mollare il bottino e perdere, attraverso la Groenlandia, il ruolo di potenza artica europea, l’unico Paese a tenere agganciata l’Ue alle opportunità di sviluppo nella regione che cresce di più al mondo, 11 per cento l’anno, dove si aprono nuovi immensi territori di pesca, nuove rotte mercantili, dove c’è tutto da costruire, fosse solo per i milioni di turisti sempre più attratti dal Grande Nord.

La Groenlandia uscì trent’anni fa dall’Unione, unico precedente alla Brexit; l’ultima speranza di Bruxelles è che decida di aderirvi da Stato indipendente. Nonostante le aperture commerciali degli ultimi anni, a partire dall’impegno di Antonio Tajani da commissario all’Industria per far restare l’Europa nella partita mineraria, e ai miliardi spesi in compensazione per le quote acquisite sulla pesca, lo sguardo dei sovranisti eschimesi, di destra e sinistra, è volto alla Cina, potenza che si definisce “quasi artica” e che ha annunciato da poco lo sviluppo di una Via polare della Seta.

La Groenlandia sta diventando il quartier generale di Pechino nel Grande Nord. Nell’isola ha già investito circa venti miliardi di euro, aprendo miniere di zinco, ferro, uranio e terre rare, impegnandosi nella costruzione di tre aeroporti e una grande base “scientifica”.

I ministri inuit sono ricevuti regolarmente al più alto livello dal governo cinese, indifferente all’irritazione di Washington e all’indignazione di Copenaghen: sappiamo come l’Occidente sia bene attento a non interferire in Tibet, addirittura a evitare incontri con il Dalai Lama, ma la Cina non si fa scrupoli a operare in Groenlandia come ha fatto in mezza Africa, ignorando lo status di un’isola ancora territorio danese e prima base militare strategica americana nell’emisfero settentrionale. Sin dai tempi della Guerra Fredda la Groenlandia è stata la garitta del Pentagono in cima al mondo; la base di Thule, a 800 chilometri dal Polo Nord è dotata di un sistema radar per la difesa antimissile in grado di proteggere Stati Uniti ed Europa, ma controlla anche molte operazioni in medio oriente (la cattura di Saddam Hussein fu gestita tra i ghiacci). L’ex ministro degli Esteri Vittus Qujaukitsoq, filocinese e ora a capo di un nuovo partito nazionalista (Nunatta Qitornai, discendenti della nostra terra) annuncia non solo la secessione dalla Danimarca, ma anche la chiusura delle basi americane e l’uscita dalla Nato. Ecco perché a Washington, come a Bruxelles, a Pechino e a Copenaghen le elezioni groenlandesi, di cui fino a qualche anno fa nessuno avrebbe nemmeno sentito parlare, sono improvvisamente sotto i riflettori.

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