Elezioni europee, parla Marco Tarchi: “Euroscettici tanti, anti-Ue pochi”

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Le elezioni europee, i temi più caldi in campo, le differenze rispetto al 2019, i partiti populisti e il sentimento antieuropeista. E ancora: i diversi obiettivi di Fratelli d’Italia e Lega. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Marco Tarchi, politologo, tra i massimi esperti in materia di populismo, nonché professore di Scienza politica all’Università di Firenze. Il suo ultimo libro è Le tre età della fiamma, edito da Solferino.

Le ultime elezioni europee, nel 2019, sono avvenute nel bel mezzo della “stagione dei populismi”. Che periodo stanno attraversando, oggi, i partiti populisti europei? È lecito attendersi un loro exploit oppure quel periodo dorato è da considerare concluso?

“Il destino dei partiti populisti è di essere strettamente legati al proprio contesto nazionale e alle sue dinamiche interne. Solo nel caso di grandi crisi globali, come quella economica scoppiata nel 2008 o quella migratoria del 2015 subiscono effetti generalizzati. Il loro elettorato guarda ai problemi di casa propria; è scarsamente interessato a ciò che accade oltre frontiera. Di conseguenza, non si può dare oggi un giudizio complessivo sullo stato di salute di questa anomala e frastagliata famiglia politica. Se, ad esempio, il Rassemblement national in Francia e l’Alternative für Deutschland in Germania vanno a gonfie vele, la situazione in Danimarca e in Spagna è molto diversa, e anche nei paesi dell’Est ci sono casi molto diversi. In ogni caso, il fenomeno, che è ciclico per natura, è tutt’altro che estinto, perché è il malfunzionamento delle democrazie liberali ad alimentarlo”.

Sempre facendo un confronto con il passato, nel 2019 uno dei temi più caldi coincideva con quello dell’immigrazione. Oggi, al contrario, sembrano essere emerse nuove parole chiave: guerra, riarmo, ambiente, economia green. Quali sono i partiti che potrebbero essere avvantaggiati da questa trasformazione e chi, invece, potrebbe pagarne le conseguenze?

“Non sono convinto che il tema dell’immigrazione sia meno sentito di cinque anni fa, almeno in molti paesi. Certo, guerra e riarmo sono questioni allarmanti, ma dubito che possano orientare le scelte di voto, salvo che nei Paesi confinanti con la Russia. Pesano senz’altro i fattori economici, che in genere penalizzano – in fasi di recessione o stagnazione come l’attuale – i Governi, di qualunque colore siano, e favoriscono chi è all’opposizione. La questione ecologica può favorire i partiti Verdi sottraendo un certo numero di consenso alle forze della sinistra tradizionale, senza però produrre terremoti elettorali. In generale, sembra annunciarsi un aumento dei seggi dei partiti sovranisti, ma bisognerà vedere in che proporzioni”.

A suo avviso è ancora attuale la dicotomia euroscettici/antieuropeisti?

“Più che una dicotomia, la definirei una diversa gradazione di un sentimento di sfiducia verso l’Unione europea: moderato in un caso, radicale nell’altro. L’euroscetticismo mi sembra, di questi tempi, piuttosto diffuso, mentre l’aperto antieuropeismo si è fatto marginale: le proposte di uscita dall’euro, ad esempio, sono ormai sostenute solo da microformazioni che difficilmente riusciranno ad entrare nel parlamento di Strasburgo”.

Collegandoci all’Italia, è possibile che nel medio-lungo periodo i differenti percorsi europei intrapresi dai partiti della maggioranza possano in qualche modo avere conseguenze sul governo Meloni? FdI, Lega e FI sembrano giocare partite diverse…

Non lo credo. Malgrado le divergenze di opinione su vari argomenti, nessuna delle componenti dell’attuale maggioranza ha alternative alla situazione esistente. Il previsto rafforzamento di Forza Italia a danno della Lega può tutt’al più suscitare alcune frizioni nella distribuzione di incarichi e posti di sottogoverno, ma strappare non conviene neanche ai centristi, che non avrebbero sponde di peso sufficiente per sostenere operazioni trasformistiche.

Nel suo ultimo libro Le tre età della fiamma ha analizzato l’evoluzione di Fratelli d’Italia. Considerando l’ultima trasformazione del partito, quale risultato potrà sperare di ottenere Giorgia Meloni alle prossime europee?

Se il 27-28 per cento che oggi i sondaggi gli predicono diventasse realtà, credo che FdI si potrebbe accontentare: sarebbe un passo avanti (in percentuale) sul dato delle politiche, che terrebbe gli alleati a debita distanza. L’epoca degli entusiasmi che aveva fatto salire le intenzioni di voto al 31 è alle spalle e, nella fase di difficoltà economiche che il governo è costretto ad affrontare, è difficile che possa ricrearsi. Inoltre, il solido ancoraggio a destra voluto da Meloni impedisce la conquista di quell’elettorato populista trasversale che aveva fatto volare la Lega oltre il 34% nel 2019.

Ultima spiaggia o nuovo punto di partenza: cosa può rappresentare il prossimo appuntamento elettorale per la Lega di Matteo Salvini?

“Forse né l’uno né l’altro. Al momento, la concorrenza a Fratelli d’Italia per la conquista di quella parte di elettorato che li vede più simili che diversi è perdente, ma da ciò a prefigurare un crollo vero e proprio, ce ne corre. Non vedo però punti di partenza all’orizzonte, nel senso che un cambio di strategia non mi pare avere basi solide: ritornare a fare il sindacato delle classi medio-basse del Nord, come parrebbero auspicare i cosiddetti “governatori”, non allargherebbe di sicuro l’area del consenso, in una fase in cui FdI e Forza Italia non se la passano male, e il rischio sarebbe quello di ritornare al livello dell’epoca della segreteria Maroni: un partitino del 5% su scala nazionale”.

Afd: può arrivare dalla Germania la sorpresa delle prossime europee?

“Se la campagna denigratoria in atto da almeno un anno non avrà successo, probabilmente sì, ma gli attacchi degli ultimi giorni, con la scoperta di presunte spie al servizio della Cina nelle file del partito e di altrettanto presunti finanziamenti russi potrebbero fare qualche danno. E non è affatto da sottovalutare la concorrenza del partito populista di sinistra e anti-immigrazione di Sahra Wagenknecht, fuoriuscita da Die Linke e molto popolare nei Länder dell’Est”.

Archiviata la stagione della “destra contro la sinistra”, ha ancora senso parlare di “élite contro popolo” oppure siamo entrati in una nuova era politica?

“Nessuna di queste formule è tramontata, anche se la loro capacità di attrazione subisce alti e bassi. In ogni caso, non mi pare che si siano disegnati nuovi spartiacque capaci di sostituirsi a quelli del recente passato”.