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Le elezioni europee 2024 hanno già i due grandi perdenti: Olaf Scholz e Emmanuel Macron. Sonoramente bocciati alle urne poche settimane dopo aver parlato, dalle colonne del Financial Times, di un costrutto futuro per l’Europa, ambizioso e di ampia portata sistemica, il presidente francese e il cancelliere tedesco hanno visto i loro partiti, Renaissance e la Spd, tracollare.

Per la giovane formazione macroniana, capofila del gruppo liberale Renew Europe, e per la storica formazione socialdemocratica tedesca, si tratta del peggior risultato elettorale mai conseguito. In Francia il partito di Macron, dato poco sopra il 15% dagli exit poll, è stato più che doppiato dal Rassemblement National di Marine Le Pen, che vola al 31,5%. Ottenendo, ovviamente, il risultato di maggior prestigio della sua storia. In Germania la Spd scende al 14%, peggiorando il 15,8% delle Europee 2019 e cancellando, con gli interessi, i guadagni delle politiche 2021.

Per capire l’ampiezza della disfatta, Macron perde 7 punti rispetto alle Europee del 2019 e oltre dieci dalle presidenziali di due anni fa. Mentre l’Spd non ha mai fatto così male nel secondo dopoguerra. E per tornare a una percentuale più bassa bisogna tornare al 10,1% dell’elezione dell’Impero Tedesco del 1887. Macron è sorpassato dal Rassemblement di Le Pen e dell’astro nascente Jordan Bardella, Scholz tracolla assieme ai Verdi e ai Liberali dell’Fdp partner di coalizione, che rispettivamente scendono al 12 e al 5%. Sommate, le tre formazioni supererebbero di poco il 29% della Cdu-Csu, a capo dell’opposizione. E l’Spd viene addirittura sorpassata dall’ultradestra di Alternative fur Deutschland, al 16%.

Da due anni e mezzo l’asse franco tedesco di Scholz e Macron ha, con grandi conflittualità interne, provato a tenere la barra dritta dell’Europa continuando a formare il “motore” delle linee di tendenza della Commissione. Macron e Scholz hanno amplificato la dinamica inaugurata da “Cancelliera” da Angela Merkel, con i transalpini Nicolas Sarkozy, François Hollande e da ultimo Macron al suo cospetto, di ridurre a un codominio Parigi-Berlino le decisioni sull’Europa. Emblema di tutto ciò è stata la presa di posizione sulla transizione energetica, dopo la rottura traumatica con la Russia, e sulla guerra in Ucraina. Macron per strategia di proiezione di potenza, Scholz a ruota della connazionale Ursula von der Leyen hanno col tempo abbandonato la ricerca spasmodica di un accordo sull’Ucraina per diventare rigidamente chiari sul contenimento di Vladimir Putin.

Nelle ultime settimane è bene sottolineare come la mobilitazione da pre-conflitto abbia permeato la comunicazione dei due governi. Macron ha preso posizioni nette, nella Spd è spiccata quella del ministro della Difesa Boris Pistorius, che ha addirittura avvertito la Germania di “prepararsi alla guerra” entro il 2029. Questo è parso il tentativo dei due leader di valorizzare la loro centralità come capi degli esecutivi di fronte a un contesto che vedeva una crescente disaffezione elettorale. E Francia e Germania dover risolvere dei nodi da tempo irrisolti.

Di Parigi ricordiamo il precipuo problema del debito pubblico crescente, l’anemica ripresa economica delle periferie, l’aumento della disuguaglianza tra Parigi e il resto del Paese, i sedimenti della rivolta sociale dei Gillet Gialli e del movimento critico della riforma sulle pensioni, la spaccatura del tessuto sociale connessa alle riforme liberalizzatrici di Macron. Tutti temi annacquati dal presidente con il rilancio del mito della puissance militare. Peraltro sfidato da più parti, soprattutto in Africa.

La Germania, invece, vive una crisi d’identità del suo modello di sviluppo dopo che la guerra in Ucraina ha spezzato molte delle basi della logica basata sulle esportazioni e i bassi prezzi dell’energia che ne ha fatto la fortuna economica. Le batoste della magistratura contabile sul governo per i “buchi” riscontrati sul bilancio hanno fatto il resto. L’ambiguità di Scholz nel decidere in che misura imbracciare o meno la necessità di un rilancio geopolitico di Berlino in un’Europa in trasformazione si è poi unita alla palese guerra economica americana lanciata a colpi di sussidi green e tecnologici proprio per ridimensionare la forza di Berlino nei settori di punta, in cui la Germania è ritenuta troppo abbracciata alla Cina.

Di questi e altri dossier Macron e Scholz, persi nel loro solipsismo, hanno mancato di padroneggiare le dinamiche fondamentali. E ora il colpo elettorale al Parlamento Europeo da loro subito può, potenzialmente, rimescolare le carte dell’asse franco-tedesco in seno al Consiglio Europeo ove si prenderanno le decisioni fondamentali. Gli uomini soli al comando sono andati fuorigiri sulla salita più dura della corsa all’Europa: una bocciatura delle loro politiche e anche di un’idea di Unione Europea che non si può più pensare avulsa dalle priorità, che vanno dalle legittime aspirazioni ai timori, dei popoli e degli altri Paesi membri.

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