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Emmanuel Macron è stato chiaro nei giorni scorsi. Le elezioni europee,per il presidente francese, sono una “lotta per la civiltà, una lotta storica”. Le parole del leader di Parigi a Le Journal du Dimanche sono un annuncio chiaro. Non c’è solo uno slogan politico, ma anche un messaggio profondo, che rende chiaro a tutti che queste elezioni europee non saranno come le altre. E non è un caso che Macron stia puntando tutto su un voto che, di fondo, non dovrebbe essere decisivo per il suo governo. Ma che invece si sta trasformando in una sfida enorme, che sembra poter effettivamente decidere i destini dell’Unione europea.

Perché se è vero che le elezioni non decideranno le sorti dei parlamenti nazionali né degli esecutivi del continente, è anche vero che mai come questa volta lo scontro è talmente polarizzato che Macron (forse per la prima volta) ha detto una cosa del tutto condivisibile: è davvero una lotta per la civiltà. Nel senso che chi si fronteggia non rappresenta partiti, ma idee del tutto contrapposte sul futuro dell’Ue e della stessa Europa. E decideranno non solo il destino di un continente, ma anche il futuro politico di movimenti e leader che stanno costruendo la loro stessa ascesa politica puntando proprio a maggio del 2019, quando i cittadini europei saranno chiamati alle urne.

Una lotta per la civiltà che ha assunto anche il valore di uno scontro di civiltà. Da una parte un mondo composto da tutti i partiti tradizionali e legati all’Europa come l’abbiamo conosciuta fino a questo momento. Con alcune differenze, anche sensibili, i partiti centristi, conservatori o progressisti, intendono dare un nuovo slancio all’Europa sperando di fermare l’ascesa dei movimenti nazionalisti o più marcatamente populisti.

E la speranza, come detto dallo stesso presidente francese, è quella di creare un fronte che unisca tutti coloro che credono ancora nella struttura europea. L’obiettivo di Macron è quello di costruire una “alleanza più ampia possibile” per vincere questa sfida. Un’alleanza che raccoglie istanze anche differenti ma unite dallo scopo comune di fermare tutti gli avversari politici di Macron e dell’establishment che vede nel presidente francese il campione dell’europeismo.

Dall’altra parte dello schieramento, l’Europa “profonda” schiera tutti i movimenti anti-establishment, dai sovranisti a quelli di sinistra ma spiccatamente critici nei confronti di Bruxelles. Un fronte diviso, ma che potrebbe rappresentare la maggioranza politica che scaturirà dalle elezioni, dove le destre, già in rapida ascesa, sembrano destinate a diventare le forze principali della nuova Unione europea. 

Queste forze rappresentano non solo i rivali diretti del mondo progressista, ma anche la spina nel fianco del sistema rappresentato dall’Unione europea. Non sono solo movimenti di protesta, ma partiti che hanno l’obiettivo di scardinare una struttura di per sé fragile e che potrebbe essere definitivamente messa a repentaglio da questa tornata elettorale.

La particolarità di queste elezioni è che ci si trova veramente di fronte a una contrapposizione non solo ideologica, ma anche culturale. Questa volta a cercare di prendere il sopravvento non sono forze che condividono in ogni caso l’appartenenza all’Europa come comunità, ma è una sfida fra chi considera l’Ue un destino ineluttabile e chi invece non considera l’Unione una realtà necessaria o, nel migliore dei casi, positiva. E con questa seconda idea, si innestano interessi nazionali e internazionali estremamente complessi.

Perché il movimento euroscettico (in senso lato) non è solo composto da partiti di protesta: ma molto spesso è rappresentato da governi e anche di un certo peso. La lotta dei partiti critici non è realizzata da uomini dell’opposizione, ma da ministri, capi di governo ed esecutivi che sono già al potere. Sono all’opposizione rispetto all’attuale Commissione europea, sono fortemente critici verso l’attuale struttura comunitaria, contestano le regole di Bruxelles. Ma lo fanno da una posizione di potere all’interno del proprio Paese.

E quindi non rappresentano più solo dei partiti, ma una lotta fra governi e interessi nazionali contrapposti. E come Macron rappresenta non solo l’Ue, ma l’Ue a trazione franco-tedesca, e dunque la Francia, così gli altri rappresentano i propri interessi nazionali.

Interessi che convergono con quelli di altre potenze, impegnate a scardinare il sistema di potere che controlla attualmente l’Europa: a cominciare dagli Stati Uniti di Donald Trump. Non è un mistero che l’attuale amministrazione americana abbia nel mirino l’Ue e, in particolare, la Germania di Angela Merkel. La guerra dei dazi è un segnale cristallino. Ma dietro questa sfida ce n’è anche una egemonica: gli Stati Uniti non vogliono che Parigi o Berlino controllino il continente. Un’eventualità che, naturalmente, va a discapito della Nato e dell’ombrello di Washington.