Le elezioni di medio – termine, quest’anno, riguardano pure 36 governatori. L’attenzione, da un punto di vista mediatico, è concentrata soprattutto su Camera e Senato. Il destino politico di Donald Trump, almeno in parte,  è legato al mantenimento della maggioranza in entrambi i rami parlamentari. Ma considerata l’importanza che il consenso ottenuto all’interno di ogni singolo Stato assume per le presidenziali, lo spaccato dei governatorati diviene in grado di rappresentare, meglio di altre competizioni, la tendenza elettorale presente negli States

Oggi, i repubblicani controllano 33 Stati, mentre i democratici ne governano 16. Uno, l’Alaska, è considerato indipendente per via della non appartenenza di Bill Walker al Gop. Ma siamo nel campo delle sottigliezze: le mappe del 2018 attribuiscono, seppur di poco, lo Stato geograficamente più esteso della Confederazione al rosso repubblicano. Proprio l’assenza di Walker, tra l’altro, potrebbe giocare a favore di una clamorosa vittoria degli asinelli. Vedremo come andrà a finire. 

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Anche per questo genere di competizione, come avviene per Camera e Senato, gli analisti usano tripartire le tabelle: ci sono governi già colorati di rosso, quelli in blu e stati toss – ups, cioè non assegnabili per via del poco scarto fatto registrare dai due principali contendenti. Di solito si tratta di meno di quattro punti percentuali. I sondaggi, in ogni caso, possono sbagliare. Andrebbe ripetuto a mo’ di mantra. 

Prima di procedere, vale la pena sottolineare un ulteriore aspetto: gli stati americani non sono le Regioni italiane. Chi amministra uno Stato federale ha un potere davvero considerevole. Buona parte dei politologi ritiene che le elezioni valevoli per i governatori siano più importanti di quelle per le assemblee rappresentative. Sopra le 50 stelle, insomma, c’è solo il presidente.

Come accade per la Camera Alta, le medie ponderate dalle rilevazioni rischiano di essere mal interpretate a causa della griglia di partenza: gli asinelli partono in seconda fila. La ragione è rintracciabile nei soli 16 stati in cui sono maggioritari alla soglia di questa turnata. É davvero difficile che Joe Biden e compagni riescano a prevalere nel conteggio finale. I repubblicani dovrebbero superarli, partendo dai 33 di base, ma non dovrebbero guadagnare sostanziali spazi nella mappatura rispetto a due anni fa. Insomma, a meno di sorprese non si potrà parlare né di trionfo per il Gop né di sconfitta per i democratici . 

Qualcosa di poco pronosticabile, stando pure a quanto si legge qui,  potrebbe accadere in Florida, dove Andrew Gillum, candidato afroamericano e democratico, sembra potersela vedere contro Ron De Santis, repubblicano ed espressione del trumpismo più oltranzista. Perdere in Florida farebbe accendere più di qualche spia sul palmare del Tycoon.  Altre partite interessanti si giocheranno in Alaska, Georgia, Kansas e Nevada: se i repubblicani dovessero crollare in questi stati, la cattiva performance farebbe notizia sul piano nazionale. L’Iowa, combattutissimo, è un caso a sè.  Meno complicate le sfide in Oklahoma e South Dakota, dove il Gop dovrebbe riuscire a spuntarla.

Un discorso inverso può essere fatto, in relazione ai democratici, per il Wisconsine il Connecticut, dove il celeste si sta affievolendo. Occhio pure all’Ohio: si potrebbe dover aspettare fino all’ultima scheda.  Tutte le altre competizioni sono considerate ‘solid’, cioè chiuse.  Il computo totale, tra le assemblee rinnovate e quelle per cui si voterà in contemporanea con le presidenziali del 2020, dovrebbe vedere in vantaggio i repubblicani di almeno un paio di stati (26 a 24). Con più di qualche differenza rispetto al 33 a 16 di cui sopra.  Non un ottimo modo per lanciare la volata al secondo biennio targato Donald Trump, ma andrà davvero così? Real Clear Politics evidenzia un 20 a 18 già scritto, con 12 zone ancora tutte da colorare. Le sorprese, quando si tratta di elezioni americane, non mancano mai.