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In Catalogna è successo quello che tutti, in un modo o nell’altro, si aspettavano: la frattura sociale si è manifestata anche nel voto del 21 dicembre mostrando un “Parlament” diviso praticamente a metà fra costituzionalisti e indipendentisti. E la partecipazione record all’82% indica che è un voto che esrpime un’ottima fotografia della realtà sociale. Vince il blocco indipendentista, di poco, con la lista di Carles Puigdemont, Junts per Catalunya, che riesce addirittura ad avere più seggi in parlamento della lista di Esquerra republicana guidata da Junqueras e imponendosi come primo partito tra gli indipendentisti. Dall’altro lato, si assiste al trionfo di Ciudadanos di Inés Arrimadas che, con più di un milione di voti, si assicura il predominio assoluto fra gli “unionisti” e si eleva a partito più votato fra tutti quelli che si sono presentati alle elezioni in Catalogna che ha cannibalizzato il Partido Popular. Partito più votato che però, per una questione di legge elettorale, non ottiene la maggioranza relativa. E la ragione è da ricercare in un decreto del 1980, firmato dall’allora presidente Tarradellas, che ha “corretto” il sistema di ripartizione dei seggi rendendo più difficile lo sblocco degli scranni in parlamento per Barcellona, facilitandolo per le province. In sostanza, il distretto elettorale di Barcellona, dove risiede la maggioranza degli elettori (77% degli aventi diritto) elegge il 63% dei rappresentanti, mentre una provincia come Lleida, che ha solo il 5,7% dei votanti, ha l’11 per cento dei parlamentari. Questo, ovviamente, punisce i partiti costituzionalisti che hanno in Barcellona e dintorni il loro più grande bacino di voti, mentre premia i partiti indipendentisti che invece raccolgono molti più voti in provincia. E lo si vede anche da un semplice dato: a Barcellona e Tarragona, il partito più votato è stato Ciudadanos; a Girona e Lleida la lista più votata è stata Junts per Catalunya.

Queste elezioni riflettono dunque quella spaccatura sociale che già avevamo descritto, fra città e provincia, ormai divenuto un vero e proprio leitmotiv di ogni tornata elettorale. La città si rivela decisamente più moderata rispetto alla provincia, meno desiderosa di strappi all’ordine costituito, e premia i partiti che non vogliono secedere da Madrid. Forse anche per motivi demografici e culturali, poiché tantissimi elettori di Barcellona e Tarragona sono nati da genitori di altre regioni spagnole trasferiti in Catalogna per motivi di lavoro. Motivi culturali cui si aggiungono anche motivi economici: a Barcellona molti sanno che la città è cresciuta e si è sviluppata anche grazie all’appartenenza alla Spagna. Sostenere un piano indipendentista senza rassicurazioni sul futuro, sull’economia e sul lavoro, non poteva ricevere nella metropoli un’ampia maggioranza. E le minacce di Madrid, insieme alla fuga delle imprese, hanno certamente scalfito alcune certezze.

Ma se c’è un altro insegnamento che queste elezioni hanno dato, è che l’indipendentismo, in Catalogna, non è affatto morto con l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione, lo scioglimento del governo e l’arresto dei leader separatisti. L’allarme lanciato da molti osservatori sull’effetto boomerang rispetto agli arresti, in parte si è rivelato corretto. Il separatismo non ha la maggioranza popolare (ottiene circa il 49% degli aventi diritti contro il 51% a favore dell’unità), ma ha ottenuto la maggioranza in Parlamento, con 72 seggi conquistati e solo due persi rispetto al 2015. E con i leader in carcere o in “autoesilio” e incapaci di scendere in piazza o realizzare una campagna elettorale completa, c’è da dire che il risultato storico di Ciudadanos e degli unionisti viene quantomeno ridimensionato. Resta però il dato inequivocabile che, ottenuta la maggioranza assoluta parlamentare ma non nel voto popolare, gli indipendentisti, adesso, difficilmente potranno parlare a nome di tutta la Catalogna. Non rappresentano una minoranza, ma non rappresentano neanche il sentimento di tutto il popolo catalano né della sua maggioranza, come ribadito anche ieri da un festante Carles Puigdemont: il 52 per cento degli elettori si è infatti espresso per partiti che non hanno appoggiato il referendum separatista, non appoggiano la secessione e, come nel caso di Ciudadanos, hanno chiesto anche l’applicazione dura dell’art. 155. Insomma, anche solo a livello numerico, dire che “la Repubblica catalana ha vinto contro la monarchia del 155”, come ha sostenuto Puigdemont, appare azzardato.

Adesso, per la Catalogna, si apre una fase estremamente convulsa. Il blocco indipendentista ha la maggioranza assoluta, ma potrebbe essere difficile formare un governo, e c’è chi già parla di ripetere le elezioni fra sei mesi. Per il blocco indipendentista, l’unico metodo per governare in maniera abbastanza sicura è quello di coalizzarsi o con il Partito socialista o con il braccio catalano di Podemos (Catalunya en Comù). Ma non sono secessionisti. Dall’altro lato, Podemos ha già detto di non voler appoggiare un governo con Ciudadanos e Partido Popular. Lo statuto assegna due mesi di tempo al parlamento per votare l’investitura di un presidente di governo e c’è chi parla di un primo voto il 6 febbraio, ma servirebbe la maggioranza assoluta. In caso di mancata elezione, due giorni dopo si voterebbe un candidato a maggioranza semplice e, in quel caso, sarà probabilmente eletto un presidente. Se non ci dovesse essere un accordo fra i partiti, si dovrà di nuovo sciogliere il parlamento e indire nuove elezioni tra fine maggio e i primi di giugno.

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