Alla luce degli svolgimenti attuali, chi meglio di un diplomatico può documentare la politica del presente? Abbiamo voluto coinvolgere con questa intervista Elena Basile, che ha servito il Paese come ambasciatrice d’Italia in sedi prestigiose come la Svezia (2013-2017) e il Belgio (2017-2021). Nata a Napoli, si è laureata presso l’Orientale e nel 1985 è entrata nel servizio diplomatico. Ha lavorato in Madagascar, Canada, Ungheria e Portogallo. Nel 2008 è stata a capo della sezione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa. Dal 2010 al 2012 è stata a capo del dipartimento Nord America. Ha scritto diversi libri (“Donne, nient’altro che donne” nel 1995, “Una vita altrove” nel 2014, “Miraggi” nel 2018, “In famiglia” nel 2022, “Un insolito trio” nel 2023) oltre a quello più recente, intitolato “L’Occidente e il nemico permanente”, che ha sollevato un acceso dibattito e si è rapidamente piazzato ai primi posti delle classifiche di vendita.
Elena Basile ha scritto questo libro dopo essersi dimessa (febbraio 2023) dal ministero degli Affari Esteri a causa della politica adottata dal Governo a proposito della guerra in Ucraina. Il grande pubblico ha cominciato a conoscerla, soprattutto attraverso la Tv, con lo scoppio della guerra tra Hamas e Israele. Tra poco dovrebbe uscire un altro suo libro, una raccolta di racconti intitolata “Frammenti di Bruxelles”.
La politica come progetto di evoluzione della società è stata sostituita dalla mera gestione dell’esistente, dalla cosiddetta governance. Che cosa ne pensa?
“La politica come progetto di trasformazione della società è morta negli anni Novanta, nel ventennio unipolare, quando la ubris degli Stati Uniti, vincitori della Guerra Fredda, ha imposto un’espansione del capitalismo, ponendo in primo piano la supremazia militare per lo spostamento degli equilibri internazionali a favore dell’Occidente (bombardamenti a Belgrado, Afghanistan, Irak, Siria, Libia). Le guerre “umanitarie” hanno destabilizzato il mondo e distrutto l’ordine liberale. Diversamente da come credeva Fukuyama, non è finita la Storia e non ha trionfato la democrazia. Ha prevalso invece l’economia, che ha ucciso la politica. There is no alternative è stato il ritornello che ha portato al potere mediocri burocrati, impegnati solo nella gestione dell’esistente”.
Lei vede un processo di limitazione della libertà di pensiero nelle società cosiddette “liberali”?
“Il liberalismo autoritario era già stato teorizzato da Herman Heller nel 1933, rispecchiando nella teoria politica la fine della Repubblica di Weimar. Restringimento della sfera pubblica e fine delle politiche sociali accompagnati da sovvenzioni statali a banche e imprese. La fine della libera informazione e la criminalizzazione del dissenso sono una conseguenza di questo Stato di cose. Pensi che l’Europa impedisce l’accesso ai media russi fin dall’inizio della guerra, mentre fino a pochi giorni fa a Mosca tutti potevano liberamente guardare i media occidentali. Un paradosso che nessuno, qui, ha stigmatizzato”.
Che cosa ne pensa della Von Der Leyen che, parlando della spesa pubblica europea da destinare agli armamenti, ha detto “faremo come con i vaccini”?
“La Presidente della Commissione ha tradito gli interessi dei popoli europei e ha portato avanti politiche destinate solo a soddisfare gli interessi degli Usa, delle oligarchie finanziarie, energetiche, delle armi e ovviamente farmaceutiche durante la crisi del Covid. C’è stata un’inchiesta, non so se ancora in corso, relativa a certe sue comunicazioni, rimaste peraltro segrete, alla Pfizer”.
Qual è, oggi, la sua lettura della crisi nel Donbass?
“Nel 2014 si realizza un colpo di stato anglo-americano in Ucraina con la complicità dell’estrema destra neo-nazista. Il Battaglione Azov, prima denunciato dai nostri impassibili editorialisti, viene poi legittimato e sdoganato. Inizia una guerra civile nel Donbass che farà, secondo stime delle Nazioni Unite, 14.000 morti da entrambe le parti, ignorata dai media occidentali. Questa non è disinformazione putiniana ma la verità. Zelensky, eletto anche dai filorussi con un programma di pace, una volta al potere intensificherà le spedizioni punitive dell’esercito ucraino contro la popolazione del Donbass”.
L’Europa si prepara alla guerra ma pochi ne parlano. Perché?
“Il liberalismo autoritario implica anche l’esautoramento dei Parlamenti. L’escalation che la NATO ha scelto in Ucraina ha fatto gradualmente accettare come inevitabile a un’opinione pubblica manipolata e addormentata le armi offensive date a Kiev per colpire il territorio russo e le proposte dell’ondivago Macron, che vorrebbe dispiegare truppe NATO sul territorio ucraino. Insomma uno scontro diretto con una potenza nucleare. Un delirio impensabile durate la Guerra Fredda”.
Sembra proprio che le èlite europee abbiano già accettato la prospettiva di una guerra in Europa a spese (finanziare e umane) degli europei. È questo il futuro che ci attende?
“L’economia di guerra penalizza i beni comuni. I federalisti europei propongono debito comune per la difesa, una nuova emergenza come per la crisi sanitaria. Ero un tempo anche io una federalista europea. Purtroppo le guerre sono una cartina di tornasole. Questa Europa non è la mia Europa. La difesa comune senza autonomia strategica, la moneta senza integrazione politica, la politica estera in un’Europa a guida polacca, non corrispondono agli obiettivi di Ventotene e ai Progetti di Altiero Spinelli. Sono forse la concretizzazione delle strategie segrete di Schuman finanziato dalla Cia e in grado di prospettarsi un’Europa destinata al ruolo di colonia Statunitense”.
Secondo lei contano ancora in Europa i partiti e i movimenti pacifisti?
“L’articolo 11 della Costituzione non è interpretabile à la carte. L’Italia non dovrebbe fornire armi a un Paese in guerra ma adoperarsi diplomaticamente per riconciliare gli interessi contrapposti. E gli interessi russi non sono mai stati riconosciuti. La demonizzazione dell’avversario apre la strada alla guerra e all’odio di cui la guerra si serve. I movimenti pacifisti sono disuniti, privi di soldi e di strumenti per il radicamento nel territorio, privi di media. Non mi aspettavo risultati diversi alle elezioni. Vedere il trionfo, anche grazie all’astensionismo, di due donne guerrafondaie e prive di scrupoli come la Von der Leyen e la Meloni è stata tuttavia una sofferenza”.
Ambasciatrice, lei sarebbe per l’uscita dalla Nato?
“Non si tratta di propensioni individuali ma di politica, che è l’arte del possibile. L’Italia può pochissimo in politica economica come in politica estera. Gli americani, che hanno come Nato e come Paese più di un centinaio di basi militari sul territorio italiano, non ci permetterebbero mai di uscire dalla NATO. L’Europa continentale e mediterranea deve riprendere il sopravvento su quella polacca, far valere gli interessi dei popoli europei e mitigare l’arroganza statunitense in ambito Nato. Vorrei che le forze del progresso (non i miliziani fascisti e guerrafondai, moderati di destra e di sinistra, Ppe e SD in Europa) lavorassero per preparare il terreno a un’Europa neutrale, unita politicamente e economicamente, in grado di divenire protagonista di una nuova architettura di sicurezza europea, euroatlantica e euro asiatica, e di dialogare in armonia con i Brics e gli USA in un mondo multipolare. Tuttavia si tratta di un percorso di lunga durata e di alta visione strategica, non è certo per domani mattina”.

