Pubblichiamo la prima parte di un intervento di Elena Basile, già ambasciatrice d’Italia in Svezia e in Belgio, editorialista e autrice di molti libri di narrativa (da Donne, nient’altro che donne del 1995 a Frammenti di Bruxelles del 2024) e di saggi (L’Occidente e il nemico permanente, 2024).
C’era una volta il Diritto Internazionale. Nel dopoguerra le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale hanno dato vita a un sistema di organizzazioni internazionali che traduceva in norme i rapporti di forza politici. Il diritto come è noto non è avulso dalla politica e dalla società. Il Consiglio di Sicurezza formato da 5 membri permanenti detentori del potere di veto contraddice l’uguaglianza degli Stati sovrani che pure è un principio onusiano. L’ostilità nata nell’immediato dopoguerra tra USA e URSS ha minato alla base l’efficacia di una Organizzazione che aveva l’ambizione dell’utilizzo della forza legittima. Le mediazioni tra Mosca e Washington nel sistema bipolare hanno tuttavia permesso in alcuni casi all’ONU di funzionare. Cito spesso la crisi di Suez oppure quella del Kippur al fine di evidenziare come il CdS sia riuscito, dato l’accordo tra le principali potenze, a temperare la violenza e a porre le condizioni per una mediazione.
Nel 1991, con la dissoluzione dell’URSS e l’inizio dell’unipolarismo, gli Stati Uniti, restati soli sulla scena internazionale, avrebbero potuto dare inizio a un sistema basato sul rispetto tra gli Stati, l’applicazione del diritto, la cooperazione in sostituzione della competizione e del dominio. Non mi sembra che così sia stato. Mi piacerebbe ascoltare in proposito i tanti politici e intellettuali che hanno interpretazioni differenti di quanto è accaduto. È ormai noto come le guerre di esportazione della democrazia, le rivoluzioni colorate, le primavere arabe, l’invasione della Libia siano state violazioni aperte dell’ordine internazionale creato nel dopoguerra. In breve, potremmo sostenere che, a partire dal 1997, L’OSCE e l’ONU, (nei suoi aspetti di organizzazione della sicurezza internazionale non in quelli settoriali che continuano a funzionare) siano state sostituite dalla NATO.
L‘Occidente poteva permettersi di applicare le norme a la carte e di affermare di farlo a nome della Comunità Internazionale, concetto piuttosto ambiguo, in quanto gli sviluppi delle dinamiche internazionali, con la nascita dei BRICS e del Sud Globale, hanno dimostrato come il cosiddetto Western World sia divenuto una minoranza politica, economica, tecnologica e demografica. Gli Usa continuano a detenere un potere riconosciuto, basato sulla supremazia militare e su una governance economica costruita a loro vantaggio. L’egemonia tuttavia è crollata.
Spero che gli autorevoli accademici filoatlantici, dati alla mano, convengano che il baricentro del mondo si sta spostando, almeno dal 2008, in un processo graduale ma stabile, verso il Pacifico. Obama riconobbe immediatamente questa tendenza, poi sfociata nell’affermazione del mondo multipolare. Oggi due terzi del mondo votano all’ONU contro l’Occidente. La competizione con la Cina e le guerre in Ucraina come in Medio Oriente sono il riflesso di questi cambiamenti. È importante sottolineare che l’espansionismo della NATO ai confini con la Russia fu varato nel momento di massima forza dell’Occidente, quando Mosca era in ginocchio e non
poteva essere accusata di disegni imperialistici verso l’Europa. L’intenzione di desovranizzare il perdente della guerra fredda, definito dai politici statunitensi una stazione di benzina con armi nucleari, inizia a causa della volontà di dominio USA e dei problemi del capitalismo occidentale immerso nella trappola, del debito di cui la crisi del 2008 è stata la manifestazione piú evidente.
Il progetto di dominio imperialistico statunitense a cui l’Europa continentale ha resistito fino al 2014,(fino all’accelerazione degli eventi rappresentata dal colpo di Stato americano a Kiev e dalla successiva annessione russa della Crimea) è andato avanti con coerenza. Esso ha portato alla guerra con la Russia in quanto Mosca, avendo una storia e una potenza diverse, ha rifiutato di giocare il ruolo del perdente della guerra fredda. Non ha voluto essere succube di Washington come
gli sconfitti della seconda guerra mondiale: Germania, Giappone e Italia. La narrazione attuale astorica motiva il conflitto per procura tra la NATO e la Russia in Ucraina quale guerra difensiva, una reazione alla minaccia rappresentata da Mosca. L’incongruenza sembrerebbe palese. Probabilmente la classe politica occidentale
considera il rifiuto della Russia, (i cui aspetti geografici, economici, energetici e geo-politici sembrerebbero non noti e certamente sottovalutati,) a farsi sottomettere dall’impero economico alla stregua di una minaccia esistenziale per la nostra centralità e per i privilegi della classe dominante da Washington a Bruxelles.
Sono convinta che questa analisi potrebbe essere condivisa da molti esponenti dell’establishment. La differenza non sta nell’analisi ma nella posizione. Ricordo ancora le parole di un Segretario Generale della Farnesina secondo il quale
per fare politica bisogna accettare il principio di realtà costituito dal Neoliberismo europeo, dal filo-atlantismo e dal cieco rispetto del nostro ruolo nel quadro gerarchico della NATO e dell’Europa. Insomma non c’è alternativa. Lo slogan della Thatcher ha coniato la politica occidentale e ha portato al governo le due destre: l’una populista, l’altra tecnocratica. La minaccia della terza guerra mondiale e dell’estinzione della vita sulla terra sono tuttavia variabili che smascherano la follia del presunto realismo. La mia speranza è che politici, accademici e diplomatici, alla luce della razionalità, se ne accorgano in tempo.
(1. continua)

