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Per Joaquín “El Chapo” Guzmán è l’inizio della fine. La sua estradizione negli Stati Uniti – compiuta con un tempismo che ha dell’incredibile il giorno prima dell’insediamento di Trump – segna la fine della sua carriera di grande boss del narcotraffico internazionale. L’ex leader del cartello di Sinaloa è sempre stato un personaggio costantemente in bilico tra mito e realtà come il suo predecessore, il colombiano Pablo Escobar.

Di certo Barack Obama sarà ricordato anche per questo dal suo successore Donald Trump, che oltre ad essersi ritrovato sulle spalle la patata bollente degli immigrati cubani deve ora gestire in patria uno degli uomini considerati tra i più pericolosi al mondo. A penetrarne il mito ci aveva provato l’attore e regista statunitense Sean Penn, che in una clamorosa e discussa intervista per la rivista Rolling Stones aveva dato voce a quest’uomo alto meno di un metro e settanta ma capace di incutere il terrore tra i più importanti cartelli della droga del Messico.“E’ vero – aveva dichiarato “El Chapo” – lo so che la droga distrugge. Purtroppo dove sono nato io non c’era un altro modo e non c’è neanche adesso per sopravvivere, nessun’altra possibilità di guadagnarsi da vivere.” Insomma il mercato della droga come unica possibilità di sopravvivenza. Uno stereotipo di molti narcoboss dietro il quale però si cela l’avidità di una vita lussuosa e criminale.  Forbes, non a caso, lo includeva nel 2009 nella lista degli uomini più ricchi del mondo con una fortuna stimata di circa un miliardo di dollari. E se non bastasse, tutta la biografia de “El Chapo” ne è una conferma. L’ultimo arresto era avvenuto nel gennaio del 2016 dopo una vita fatta di evasioni sorprendenti.La prima nel 2001 quando riesce a fuggire nascosto dentro un carrello della biancheria sporca dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande.  Arrestato nel 2014 in un hotel sulla costa pacifica del Messico, 17 mesi dopo riesce ad evadere attraverso un tunnel lungo un chilometro e mezzo fino all’ultimo arresto, l’8 gennaio del 2016, proprio a pochi giorni dall’intervista rilasciata a Sean Penn.Da allora era detenuto in una prigione di massima sicurezza a nord di Ciudad Juárez dove, proprio pochi giorni fa, aveva denunciato tramite la sua legale Silvia Delgado di “essere costantemente toccato nelle parti intime da una guardia carceraria”.  “Violenza sessuale contro el Chapo” avevano titolato alcuni media, fino alla decisione dell’estradizione negli Stati Uniti, proprio in contemporanea con l’insediamento di Trump.Del resto il neopresidente Usa non aveva detto che “il Messico esporta solo criminali?” avrà pensato più di un giudice  della corte suprema del paese del tequila respingendo tutti gli ultimi ricorsi presentati dalla sua difesa. Atterrato a bordo di un piccolo aereo in gran segreto a Long Island, secondo i media statunitensi lo attende adesso l’udienza davanti al giudice del tribunale federale di Brooklyn. Può rischiare fino alla pena di morte.Il suo arresto comunque non rappresenta la fine del narcotraffico come il principale business dell’America latina. Il cartello di Sinaloa ha già trovato, infatti, un suo sostituto nel boss “El Mayo” Zambada, mentre la smobilitazione delle colombiane Farc sta adesso ridisegnando il mercato della droga di tutto il continente, spiegando anche la guerra narcos esplosa recentemente in Brasile.