Trenta ore di colloqui, un governo in esilio e l’ombra iraniana: rivelazioni importanti, ma ancora tutte da verificare. In Egitto basta pronunciare il nome dei Fratelli Musulmani perché il calendario torni immediatamente al 2013. Alla caduta di Mohamed Morsi, alle manifestazioni represse nel sangue, alla messa al bando della confraternita e all’ascesa del generale Abdel Fattah al-Sisi, presentatosi come l’uomo capace di salvare lo Stato dal disordine. Tredici anni dopo, alcune registrazioni trasmesse durante il programma Al-Hekaya, condotto da Amr Adib sull’emittente MBC Masr, riportano al centro della scena la domanda che il potere egiziano non ha mai smesso di porsi: la confraternita è davvero sconfitta oppure sta soltanto aspettando una nuova crisi?
Secondo Abdel Rahim Ali, giornalista e studioso dei movimenti islamisti, le registrazioni proverrebbero da circa trenta ore di riunioni riservate tra esponenti legati ai Fratelli Musulmani e settori dell’opposizione egiziana all’estero. Negli estratti diffusi si discuterebbe di una nuova rivoluzione, della futura Costituzione, della formula dello «Stato civile» e della creazione di un governo di salvezza in esilio, pronto a intervenire qualora una crisi interna provocasse il collasso dell’attuale sistema.
Le rivelazioni sono state riprese dalla stampa araba, che attribuisce ad Ali anche l’identificazione di Yahya Moussa, Reza Fahmi e Omar Talaat quali figure centrali dell’entità denominata Meydan. Ma il primo dovere è distinguere i fatti dalle interpretazioni. Gli estratti esistono e sono stati trasmessi; le trenta ore complete non sono pubbliche; la loro autenticità integrale non risulta verificata da una fonte indipendente; la selezione dei passaggi è stata compiuta da soggetti apertamente ostili alla confraternita. Per ora siamo dunque davanti a materiale politicamente significativo, non ancora a una prova giudiziaria conclusiva.
Un governo senza territorio
Il progetto di un governo in esilio può impressionare sul piano simbolico, molto meno su quello operativo. Un governo alternativo acquista peso soltanto quando dispone di almeno tre elementi: riconoscimento internazionale, risorse finanziarie stabili e una struttura organizzativa capace di operare dentro il Paese. Non risulta dimostrato che Meydan possieda oggi una simile combinazione.
La confraternita ha conservato reti all’estero, capacità comunicative, relazioni associative e una memoria organizzativa quasi centenaria. Ma in Egitto ha subito una repressione durissima: dirigenti arrestati o costretti all’esilio, beni confiscati, strutture clandestine penetrate dagli apparati di sicurezza, capacità di mobilitazione fortemente ridotta. Secondo un resoconto di Al-Ain, una manifestazione promossa da Meydan ad Amsterdam nel luglio 2026 avrebbe raccolto appena quattordici persone. È un dato proveniente da una fonte ostile al movimento e deve essere trattato con prudenza, ma non descrive certamente un’organizzazione sul punto di conquistare il Cairo.
Sul piano strettamente militare, i Fratelli Musulmani e le loro eventuali emanazioni non dispongono delle capacità necessarie per affrontare direttamente l’apparato egiziano. Le forze armate controllano i principali centri di comando, le infrastrutture strategiche, le comunicazioni e una parte consistente dell’economia nazionale. Un rovesciamento del sistema non potrebbe dunque derivare dalla sola azione della confraternita. Richiederebbe una frattura dentro lo Stato, una perdita di coesione nelle forze armate, manifestazioni popolari estese e la convergenza di gruppi sociali molto più ampi dell’islamismo politico.
Il pericolo più realistico non è pertanto una colonna di militanti diretta verso il palazzo presidenziale. È l’incontro tra reti organizzate e una crisi economica capace di portare in piazza settori che non hanno alcun rapporto ideologico con la confraternita.
La vera opposizione è l’economia
Il punto debole dell’Egitto non è oggi la forza dei Fratelli Musulmani, ma la fragilità del contratto sociale sul quale si regge il sistema di al-Sisi. Inflazione, debito, svalutazione della moneta, costo degli alimenti, disoccupazione giovanile e dipendenza dai finanziamenti esterni esercitano una pressione continua sulle famiglie. All’inizio del 2026 l’inflazione annua era tornata intorno al 13 per cento, secondo la documentazione del Fondo monetario internazionale.
Il governo ha investito enormemente in infrastrutture, nuove città e grandi opere, ma la crescita costruita dall’alto non sempre produce un miglioramento percepibile nella vita quotidiana. Una parte dell’economia rimane inoltre legata alle imprese militari, con effetti controversi sulla concorrenza e sull’iniziativa privata.
In questo quadro, la confraternita potrebbe cercare di presentarsi non come forza islamista desiderosa di restaurare l’esperienza di Morsi, ma come componente di una più vasta coalizione civile. Da qui l’insistenza, nelle registrazioni, sulla formula dello «Stato civile». Non si tratta necessariamente di una conversione ideologica. Potrebbe essere una scelta tattica per rassicurare liberali, nazionalisti, religiosi non appartenenti alla confraternita e capitali occidentali.
Una rivoluzione non nasce però da un documento costituzionale preparato all’estero. Nasce quando il costo dell’obbedienza diventa superiore a quello della ribellione. La strategia attribuita a Meydan sembra puntare precisamente su questa possibilità: non provocare da sola la crisi, ma prepararsi a sfruttarla.
Il misterioso canale iraniano
La parte più delicata riguarda il presunto viaggio compiuto da Reza Fahmi in Iran nel luglio 2025 per discutere finanziamenti e sostegno politico. Abdel Rahim Ali ha parlato di contatti con funzionari iraniani e di collegamenti con i Guardiani della Rivoluzione. Anche in questo caso, tuttavia, le fonti accessibili riportano le sue affermazioni senza presentare documenti indipendenti capaci di confermarle. Nomi e ruoli attribuiti ai dirigenti di Meydan
Un rapporto tra l’Iran sciita e un’organizzazione proveniente dall’islamismo sunnita può sembrare contraddittorio, ma la geopolitica mediorientale è piena di collaborazioni tattiche tra soggetti ideologicamente lontani. Teheran ha sostenuto Hamas, nato nell’area dei Fratelli Musulmani palestinesi, perché la comune ostilità verso Israele ha prevalso sulle differenze confessionali.
Nel caso egiziano, però, l’Iran dovrebbe valutare con estrema prudenza un’operazione simile. Destabilizzare l’Egitto significherebbe minacciare il Canale di Suez, alterare gli equilibri di Gaza, allarmare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e offrire al Cairo un motivo per rafforzare la cooperazione con Israele e con le monarchie del Golfo. Un finanziamento iraniano, se confermato, potrebbe quindi avere uno scopo meno amb amb than promoting an impossible Islamist conquest: maintaining a network of pressure capable of distracting and conditioning the Egyptian government.
La battaglia per Suez e per il mondo arabo
L’Egitto non è un Paese mediorientale qualsiasi. Controlla Suez, collega Mediterraneo e Mar Rosso, confina con Gaza, possiede le forze armate più numerose del mondo arabo ed esercita un’influenza decisiva sulle questioni palestinesi. Qualsiasi instabilità interna avrebbe conseguenze immediate sui traffici marittimi, sui prezzi energetici, sul turismo e sulla sicurezza delle rotte tra Asia ed Europa.
Per Arabia Saudita ed Emirati, la stabilità egiziana costituisce una barriera contro il ritorno dell’islamismo politico. Per Israele, il mantenimento del trattato di pace con il Cairo è un interesse strategico vitale. Per gli Stati Uniti, l’Egitto rimane un pilastro dell’architettura regionale e un interlocutore indispensabile nella gestione di Gaza. Per la Turchia e il Qatar, che in passato hanno ospitato o sostenuto ambienti vicini alla confraternita, il dossier rappresenta invece uno strumento negoziale nei rapporti con al-Sisi.
La pubblicazione delle registrazioni serve quindi anche alla politica estera egiziana. Il messaggio rivolto agli alleati è semplice: sostenere il Cairo significa impedire che l’instabilità economica apra nuovamente la porta alla confraternita e, forse, all’influenza iraniana. È una narrazione efficace perché trasforma la sopravvivenza del governo egiziano in un interesse collettivo arabo e occidentale.
Un allarme reale, ma anche politicamente utile
Le registrazioni non devono essere liquidate. Dimostrano almeno che una parte dell’opposizione in esilio ragiona sul dopo al-Sisi, cerca una struttura comune e tenta di superare le divisioni prodotte dalla sconfitta del 2013. Ma tra discutere una rivoluzione e possedere la capacità di realizzarla esiste la stessa differenza che passa tra disegnare una nave e attraversare l’oceano.
Il governo egiziano potrebbe utilizzare queste rivelazioni per chiedere nuovi aiuti economici, una maggiore collaborazione informativa e un irrigidimento europeo contro le organizzazioni vicine ai Fratelli Musulmani. Potrebbe anche servirsene per giustificare un’ulteriore stretta interna contro oppositori, giornalisti e associazioni civili non necessariamente coinvolti nei progetti di Meydan.
Il vero rischio è proprio questo doppio movimento: un’opposizione clandestina che attende la crisi e un potere che, temendo la crisi, restringe ancora gli spazi politici. Entrambi possono contribuire a produrre ciò che affermano di voler evitare. Perché le rivoluzioni preparate negli alberghi dell’esilio raramente conquistano un Paese; ma anche i governi che vedono una congiura dietro ogni dissenso finiscono talvolta per fabbricare la rivolta che volevano scongiurare.