È il settembre del 1978: dopo alcuni segnali che hanno di fatto preannunciato una decisa svolta interna ad uno dei paesi più influenti del mondo arabo, tra incontri e missioni diplomatiche che hanno fatto scalpitare l’intero medio oriente, a Camp David il presidente egiziano Anwar al-Sadat incontra il primo ministro israeliano Menachem Begin con la ‘supervisione’ dell’allora presidente USA Jimmy Carter; è la pace che segna il riconoscimento ufficiale dello stato d’Israele da parte dell’Egitto, primo paese arabo ad interrompere formalmente il conflitto con le autorità di Tel Aviv. All’interno di un contesto, quale quello internazionale di fine anni 70, segnato dalla guerra fredda l’episodio appare tra quelli destinati a creare profonde discontinuità nella regione mediterranea ed in quella all’epoca ancora chiamata ‘Asia Minore’; Il Cairo infatti, dopo gli anni di Nasser, si riavvicina drasticamente a Washington da cui ogni anno, a partire proprio dal 1978, parte verso l’Egitto un cospicuo finanziamento di 1.3 Miliardi di Dollari volto ad ammodernare l’esercito del paese africano. Quello scenario, protrattosi negli anni della presidenza Mubarack, oggi appare molto lontano e, forse, definitivamente tramontato.

Lo stop degli aiuti USA all’Egitto

Come su tanti altri punti e tanti altri fronti, così come oramai ha abituato analisti e suoi stessi sostenitori, proprio sui rapporti tra Washington ed Il Cairo l’attuale presidente USA Donald Trump ha repentinamente cambiato idea e linea nel breve volgere di poche settimane; soltanto ad aprile il tycoon newyorkese ha ricevuto alla Casa Bianca il suo omologo egiziano Al Sisi e l’incontro è apparso molto più che cordiale: il numero uno dell’amministrazione americana ha più volte elogiato l’ex generale salito al potere nel luglio del 2013 dopo il rovesciamento di Morsi, definendo il suo governo come tra ‘i più attivi’ ed i più coraggiosi nella lotta al terrorismo. Il 22 agosto scorso, il drastico dietrofront: il segretario di stato USA, Rex Tillerson, dalla capitale lituana Vilnius, dove si trovava per un incontro con rappresentanti delle repubblica baltiche, ha chiamato il suo omologo egiziano Sameh Shoukry per annunciare la sospensione degli aiuti economici e militari; secondo l’amministrazione Trump, l’Egitto non ha fatto progressi nell’ambito del rispetto dei diritti umani e dunque niente più fondi destinati all’esercito ed alle autorità de Il Cairo.

Una decisione che, se da un lato riflette i rapporti non più privilegiati tra Egitto ed USA che già dal 2011 risultano essere più incrinati a seguito di quanto accaduto con la cosiddetta ‘primavera araba’, dall’altro lato però sorprende per le tempistiche e le modalità con cui essa è avvenuta; non solo Washington ha chiuso i cordoni della borsa a pochi mesi dall’accoglienza quasi trionfale di Al Sisi, ma lo ha fatto anche a dispetto di uno dei leader del medio oriente che maggiormente ha sostenuto Donald Trump nella campagna elettorale contro Hillary Clinton, tanto da essere tra i primi capi di Stato a congratularsi con il nuovo inquilino della Casa Bianca a poche ore dall’acclamazione. In particolare, lo stesso Al Sisi si è sentito maggiormente tutelato dalla vittoria del candidato Repubblicano, essendo la Clinton (in qualità di Segretaria di Stato) tra le principali sostenitrici della svolta operata nel 2011 dall’amministrazione Obama in favore dei Fratelli Musulmani all’indomani dello scoppio delle proteste legate alla primavera araba.

Già nell’ottobre del 2013, proprio il predecessore di Trump aveva per la prima volta stoppato e congelato gli aiuti militari all’Egitto all’indomani del definitivo insediamento di Al Sisi ma, per l’appunto, il contesto quattro anni fa era radicalmente diverso: Washington guardava con sospetto il nuovo corso intrapreso dall’ex generale egiziano, il quale appena pochi mesi prima aveva posto fine ad un governo, guidato per l’appunto dalla fratellanza musulmana, che aveva i favori degli USA ed in particolare dell’ala ‘liberal’ dell’amministrazione Obama; inoltre, proprio nel momento in cui gli Stati Uniti minacciavano Damasco di intervento armato in risposta ad un attacco chimico poi rivelatosi non effettuato dall’esercito lealista, l’Egitto di Al Sisi riprendeva i contatti diplomatici con la governance siriana e, da lì a breve, si schiererà anche al fianco di Haftar nel contesto della vicina guerra libica. Poi negli anni, l’iniziale ‘gelo’ tra Washington ed Il Cairo si è andato affievolendo, fino alla svolta operata con l’insediamento dell’amministrazione Trump; adesso, per l’appunto, il nuovo stop alla collaborazione tra i due paesi rimescola ancora una volta tutte le carte in tavola.

Niente aiuti militari ad un Egitto in lotta contro il terrorismo

Le amministrazioni de Il Cairo non hanno mai brillato certo per trasparenza e democrazia; a testimoniarlo sono le durate dei mandati dei tre presidenti che hanno governato il paese dal 1952 al 2011, interrotti soltanto dalla morte dei Capi di Stato o dalle sollevazioni popolari come nel caso della fine dell’era Mubarack. E’ pur vero, allo stesso tempo, che governare un paese così popoloso e pieno di contraddizioni il quale a sua volta è tra i principali fari culturali ed economici dell’intero mondo arabo nonché crocevia del Mediterraneo, non è affatto semplice ed il percorso verso la democrazia in Egitto non può che richiedere tempo e soprattutto non può prevedere le stesse dinamiche insite nei sistemi occidentali; per cui, puntare il dito soltanto contro l’Egitto di Al Sisi sul tema dei diritti umani appare come opera di mera disonestà intellettuale e come vero e proprio pretesto volto a creare maggiore instabilità all’interno di un sistema, quale quello egiziano, retto da equilibri sottili e molto delicati.

Ma al di là tanto della retorica statunitense sui diritti umani, quanto delle ragioni vere o presunto che hanno spinto l’amministrazione Trump a chiudere improvvisamente i rubinetti degli aiuti militari all’Egitto, appare lampante un’ennesima contraddizione nella politica estera USA sul fronte della lotta al terrorismo: mentre si armano ‘alleati’ (o presunti tali) che in fatto di diritti umani appaiono essere ancora più indietro rispetto al Cairo, si congela la collaborazione con uno degli eserciti maggiormente impegnati nella lotta all’ISIS. Quantunque il governo di Al Sisi, come dimostra il caso Regeni, ha ancora molta strada da compiere sul fronte del miglioramento del rispetto dei diritti umani, il suo esercito però non è stato impiegato contro altri paesi in chiave offensiva bensì all’interno del proprio paese per sconfigge i terroristi asserragliati nel Sinai; non solo i tanti attentati degli ultimi mesi, ma anche i diversi episodi di violenza manifestatisi all’interno della penisola che compone l’unica parte asiatica di un paese estero soprattutto nel continente africano, dimostrano  come proprio l’Egitto è in prima linea nella lotta all’ISIS e togliere i finanziamenti militari vuol dire anche contribuire ad indebolire Il Cairo nella battaglia anti islamista.

Al Sisi virerà ancora di più verso la Russia, con Putin il rapporto appare stabile e solido e Mosca ha ritrovato nell’Egitto un alleato nel cuore del mediterraneo che, dopo i fasti di Nasser, ha visto via via scivolare verso l’orbita USA durante la presidenza Sadat che ha poi portato l’esercito egiziano ad essere una vera e propria ‘succursale’ a stelle e strisce in medio oriente; allo stesso tempo, gli ottimi rapporti intrattenuti con l’Arabia Saudita porranno Il Cairo come importante mediatore all’interno del contesto siriano e yemenita, oltre a far recitare ad Al Sisi una parte non indifferente nel difficile tentativo di trovare un nuovo punto di incontro tra israeliani e palestinesi. L’Egitto dunque, sembra avere i mezzi per trovare nell’immediato futuro le possibilità di sopperire al congelamento degli aiuti USA.

Resta però il fatto che la decisione dell’amministrazione Trump dimostra ancora una volta uno dei tanti paradossi occidentali: mentre vengono siglati accordi da svariati miliardi di Dollari con paesi, quali Arabia Saudita e Qatar, che oltre ad essere indifendibili sul campo del rispetto dei diritti umani appaiono anche come sostenitori di molte sigle jihadiste, vengono congelati finanziamenti a paesi, come l’Egitto, che pur tra alti e bassi da anni sono impegnati a sradicare la minaccia terroristica che proviene dalle province più remote e che mette a repentaglio la stabilità di una delle nazioni più importanti del mondo arabo in grado di combattere anche politicamente l’ISIS e la galassia jihadista.

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