Egitto, Bab-el-Mandeb, Iraq: il delicato equilibrio dell’Italia nel Levante

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Le ultime settimane hanno visto l’emersione di tre dinamiche diverse tra loro ma che, lette in forma convergente, contribuiscono a una riflessione sistemica sul futuro della politica italiana nel quadrante strategico compreso tra il Medio Oriente, il Nord Africa, il Mar Rosso, la Penisola Arabica.

Le diverse geografie dell’interesse italiano

Bab-el-Mandeb, Iraq, Egitto i teatri interessati. La presa di controllo da parte degli Houthi dell’area costiera yemenita proiettata sullo stretto di Bab-el-Mandeb ha portato la Difesa italiana e il Ministro Guido Crosetto a prendere in considerazione il rafforzamento della capacità di scorta al naviglio mercantile in movimento tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, spingendo al contempo nel perimetro dell’Unione Europea per un potenziamento della missione “Aspides” varata dopo l’attacco dei ribelli filo-iraniani al traffico mercantile nel Mar Rosso tra fine 2023 e l’inizio del 2024. A fine settembre, inoltre, le truppe italiane hanno completato il ritiro dall’Iraq assieme alle forze della coalizione anti-Isis in campo dal 2014, come richiesto da Baghdad all’alleanza guidata dagli Stati Uniti, cui l’Italia contribuiva con la missione Prima Parthica.

Eventi strategici di rilevanza regionale a cui si aggiunge un fatto giurisprudenziale di rilevanza interna ed internazionale: la sentenza di condanna in primo grado per sequestro aggravato da parte della Corte d’Assise di Roma, pronunciata il 28 settembre scorso, contro tre agenti dell’intelligence egiziana accusati di aver partecipato al rapimento del ricercatore italiano poi assassinato nel gennaio 2016. L’evento ha aperto grandi discussioni sulla relazione tra Roma e Il Cairo, guidata dal regime di Abdel Fattah al-Sisi con cuimolti governi italiani hanno consolidato una cooperazione strategica ed economica nell’ultimo decennio, mentre sui rapporti bilaterali pendeva in molti casi il dilemma legato alla effettiva responsabilità dei vertici dello Stato egiziano nel drammatico caso Regeni.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani prima e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni poi hanno ribadito che la linea di Roma non è quella di andare allo strappo col Cairo dopo la condanna degli agenti in primo grado. Meloni ha detto: “Io non sono tra coloro che ritengono che per risolvere il problema chiudere i rapporti diplomatici con l’Egitto aiuti, piuttosto crea maggiori difficoltà”. Huffington Post segnala parimenti che è slittata, a valle della condanna di primo grado pronunciata a Roma, la discussione su un nuovo memorandum militare italo-egiziano previsto alla Camera dei Deputati per l’1 ottobre.

L’arco di crisi

Parliamo di evoluzioni che condizionano l’approccio italiano da aree e Paesi d’interesse strategico per il Paese e a regioni attraversate da un arco di crisi che dal Levante da tre anni in ristrutturazione geopolitica tra guerra e cambi di paradigma politici tocca la penisola arabica dove è ripresa la guerra in Yemen, il Corno d’Africa, la Somalia e si estende a Ovest fino a saldarsi con la sempre precaria situazione libica. Attraverso queste arterie nevralgiche e in tensione della geopolitica passano una fetta importante dell’import-export dell’Italia, la capacità di Roma di connettersi ai mercati globali, la sicurezza nazionale nella profondità del Mediterraneo Allargato. Avere dei pivot sistemici nell’area e una capacità di proiezione nel quadrante levantino esteso dal Mediterraneo Orientale alle porte dell’Oceano Indiano e dal Nord Africa all’Iraq, saper capire come prevenire le minacce e sfruttare le opportunità strategiche è vitale per Roma. La fase attuale, in ogni caso, pone la politica di fronte a scelte difficili nel quadro di un contesto in mutamento.

I teatri si sovrappongono e compenetrano tra loro. Prendiamo il caso dell’Egitto. L’Italia, come potenza di taglia mediasu scala globale che si fa medio-grande nel Mediterraneo e proprio in virtù del suo ruolo di partner strategico dello Stato guidato da al-Sisi, ha la possibilità di far valere contemporaneamente le scelte politiche che hanno reso Il Cairo un partner importante per Roma sia la doverosa e fondamentale ricerca della verità sul caso Regeni, ben lungi dall’essere concluso dopo le sentenze di primo grado.

Egitto, la ricerca della verità su Regeni è interesse nazionale

La difesa della verità e della ricerca delle motivazioni che hanno portato alla brutale uccisione di un connazionale possono andare di pari passo con la continuità della presenza diplomatica al Cairo che, peraltro, diversi governi prima di Meloni hanno decretato e consolidato e anzi deve essere la leva per far sì che nel quadro degli accordi politici con un Paese a cui l’Italia ha accesso si inserisca anche l’impegno al rispetto di quanto deciso per via giudiziaria. Del resto, il rapporto bilaterale Roma-Il Cairo è multilivello.

“L’Egitto non è soltanto un interlocutore politico per Roma: è uno dei Paesi nei quali Eni ha costruito una presenza energetica di lungo periodo, con il giacimento Zohr come punto centrale di una relazione che coinvolge produzione, infrastrutture e prospettive di sviluppo di nuove risorse”, nota Policy Maker, aggiungendo che in una recente visita diplomatica di Tajani “Gaza, Libia, Sudan e Mar Rosso erano nello stesso elenco di temi discussi con le autorità egiziane, a dimostrazione del fatto che l’Egitto è uno dei pochi interlocutori che Roma non può trattare come marginale quando discute di sicurezza e stabilità nel Mediterraneo allargato”.

Visto in maniera complementare, questo significa che anche il rapporto con l’Italia è a maggior ragione indispensabile per l’Egitto, fattore che potrebbe contare come leva esercitabile per spingere a una piena collaborazione delle autorità de Il Cairo. Alle quali, del resto, interessa per ragioni strategiche la prospettiva che anche le rotte del Mar Rosso, da cui dipendono gli introiti non secondari del Canale di Suez, siano percorribili e disostruite da minacce. Dunque c’è tutto l’interesse egiziano a guardare con attenzione all’idea italiana di alzare l’asticella della presenza europea a presidio della libertà di navigazione in un contesto che vede, a ben guardare, gli Houthi astenersi, per ora, da minacce dirette. L’arco di crisi dell’Africa orientale a Sud dell’Egitto vede il sommarsi della guerra civile sudanese, delle tensioni etiopi, del secessionismo del Somaliland e della recrudescenza della pirateria nelle acque somale a perturbare un contesto già di per sé caotico. Per l’Egitto è raagion di Stato fornire risposte chiare sul caso Regeni anche per non pregiudicare un rapporto politico che può garantire stabilità nelle relazioni tra il Cairo e l’Europa in una fase complessa per la geopolitica regionale. E questo l’Italia deve ben tenerlo in mente.

Dall’Iraq al Libano

Del resto, il presidio securitario si completa con l’attenzione alle dinamiche mediorientali. Il ritiro dall’Iraq non segna la fine dell’interesse dell’Italia per un Paese che è un discreto fornitore di petrolio (circa il 6% del fabbisogno nazionale) e un player importante per la stabilità regionale già condizionata dalle ripetute guerre e dal conflitto iraniano che ha avuto ricadute anche su Baghdad. Avvenire ricorda che “il nuovo premier iracheno Ali al-Zaidi, insediato nel maggio 2026 dopo estenuanti trattative, ha promesso lealtà e contratti petroliferi alla Casa Bianca, ma l’influenza di Teheran in Iraq è sempre più ingombrante mentre la promessa integrazione nell’esercito delle milizie sciite è ora slittato a metà 2027” e resta il fatto che “dopo 20 anni di nostro addestramento, l’esercito iracheno non è ancora formato”. La continuità dell’assistenza alle unità irachene e ai combattenti del Kurdistan posto sotto la sovranità di Baghdad sotto forma di cooperazione appare possibile per consolidare le capacità di difesa di un Paese il cui indebolimento creerebbe conseguenze in tutta la regione.

Il quadrante levantino tra Medio Oriente e Mediterraneo Allargato produce, parafrasando quanto diceva Winston Churchill dei Balcani, più complessità geopolitica di quanto riesca a digerirne e in tal senso per l’Italia una strategia olistica va valutata pesando tutti i vettori per calcolarne la risultante ottimale capace di indicare la stabilità. La via maestra potrebbe essere quella di una diplomazia strategica capace di combinare strumenti di proiezione e autorevolezza politica-diplomatica, oltre all’indubbio peso dell’influenza economica, per consolidare l’autorevolezza dell’Italia come attore interessato alla stabilità regionale. Un fattore che passa anche attraverso una fattiva cooperazione col Golfo e con la comprensione di cosa sarà di un altro teatro critico, quello del Libano, dopo che con il termine del 2026 finirà la missione Unifil.

Difficile ipotizzare però che un ritiro coincida con un totale disimpegno di quei Paesi europei, come Italia, Spagna e Francia, in prima linea per garantire la tutela dell’unità nazionale libanese all’ombra del sempre incombente scontro tra Hezbollah e Israele che due volte, nel 2024 e nel 2026, ha coinvolto l’intero Stato. La parola d’ordine deve esserestabilità, nei teatri d’interesse politico e strategico e in quelli che potrebbero esserlo domani. L’Italia deve mantenere il sangue freddo ma il caos in una regione strategica per l’interesse nazionale e l’accumularsi dell’entropia impongono a Roma di tenere alta la guardia. La difesa dell’interesse nazionale richiede una capacità d’azione e di prontezza all’altezza dell’articolata natura delle sfide.

Fonti