Effetto-Kim: militarizzati Corea del Sud e Giappone

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Le crescenti tensioni in Corea del Nord e la volontà di Pechino di espandere la propria sfera d’influenza sull’Estremo Oriente hanno ottenuto come primo risultato quello della corsa agli armamenti di Corea del Sud e Giappone. Entrambi gli Stati hanno da tempo intrapreso una politica di riarmo e di miglioramento delle proprie capacità belliche, investendo quantità sempre crescenti di fondi pubblici per costruire delle forze armate in grado di rispondere alle sfide dei tempi attuali. In questo senso, Kim Jong-un sembra aver ottenuto un primo risultato, probabilmente insperato, ma dai forti risvolti geopolitici: cambiare la politica militare di tutto l’Estremo Oriente. Risultato che la Cina può guardare con interesse, sia in senso negativo che positivo, e stessa cosa può dirsi degli Stati Uniti.

Partendo dalla Corea del Sud, primo obiettivo della politica provocatoria di Kim Jong-un, si osserva come i governi sudcoreani siano sempre più intenzionati ad aumentare le loro spese militari e a migliorare i propri sistemi di difesa, sia “autoctoni”, sia attraverso l’ausilio dell’alleato americano. Nell’ultimo anno, il governo di Seul ha battuto il record di spesa per il proprio apparato militare: 42mila miliardi di won, ovvero l’equivalente di 36 miliardi di dollari. Spesa che, come dimostrato dai dati dello Stockholm International Peace Research Institute, aumenta costantemente da anni – soltanto tra il 2015 e il 2016 assistiamo a un aumento del 4% – e che sicuramente non è destinata a fermare la propria crescita. Di questo ampio budget del 2016, 11 miliardi sono andati per il miglioramento dei mezzi e delle apparecchiature delle forze armate, in particolare per ciò che concerne il miglioramento della flotta aerea e dei sistemi anti-missile. Oltre all’aumento delle spese militari, il governo di Seul, preoccupato dai test missilistici e nucleari di Kim, sta pensando non soltanto a sviluppare un proprio sistema di difesa autonomo da Washington, ma anche a ripensare al dispiegamento di bombe nucleari tattiche americane nelle basi sudcoreano dopo 25 anni dagli accordi conclusi per rimuoverle.



Anche il Giappone sta da tempo rivalutando la possibilità di modificare l’assetto delle proprie forze armate per conferire loro un ruolo che non sia di mera sicurezza dei confini. Una scelta difficile per il governo Abe, che deve prima di tutto fare i conti con un pacifismo forzato del Giappone imposto dalla costituzione del 1946. L’articolo 9 della norma fondamentale nipponica lascia infatti pochi dubbi sulla politica militare: “Aspirando sinceramente ad una pace internazionale fondata sulla giustizia e sull’ordine” si legge nell’articolo, “il popolo giapponese rinunzia per sempre alla guerra, quale diritto sovrano della Nazione, ed alla minaccia o all’uso della forza, quale mezzo per risolvere le controversie internazionali”. Da questa formula è nato il pacifismo giapponese degli ultimi decenni. Ma i cambiamenti politici dell’Asia hanno da molto tempo fatto cambiare approccio ai legislatori nipponici, cercando di reinterpretare questa disposizione per giustificare un nuovo approccio alle forze armate come “forze di difesa dinamica”, dicitura usata dalla linee-guida della politica militare giapponese già nel 2013 e oggi tornate in auge dopo le prove missilistiche di Pyongyang. A conferma di quanto detto, il governo Abe ha approvato a dicembre del 2016 un piano da 46 miliardi di dollari per il rafforzamento delle forze armate e dei sistemi di difesa su tutto il territorio giapponese. Questo stanziamento s’inserisce nel progetto del governo di Tokyo di aumentare la spesa militare di 0.8% l’anno nel periodo 2014-2018. Ma ciò che più interessa, è la notizia delle ultime ore che il governo sia sul punto di aumentare la spesa militare di ben 2,5 punti percentuali, con l’intento di fornire il proprio Paese di un sistema Sm-3 e di un nuovo dispositivo Aegis.

In tutto questo, vi sono chiaramente risvolti politici non indifferenti che possono essere letti in una duplica direzione. È evidente che, in questo preciso momento storico, la corsa agli armamenti di Corea del Sud e Giappone non possa che essere rivolta al contenimento della minaccia nordcoreana e allo sviluppo di una politica militare che possa tenere a freno la sfera d’influenza cinese. In questo senso, gli Stati Uniti non possono che essere contenti, sia perché è più facile, in questo modo, contenere le spese per la difesa degli alleati, sia perché permette agli Usa di avere un deterrente migliore alle provocazioni di Kim ma anche alla sfera d’influenza di Pechino. D’altra parte, va anche detto che Tokyo e Seul non hanno intenzione soltanto di spendere di più per la difesa, ma di farlo per sviluppare propri eserciti e propri sistemi di difesa che siano autonomi rispetto a quelli offerti dal Pentagono. Sono in molti sia in Corea che in Giappone a considerare la presenza militare degli Stati Uniti eccessiva o addirittura ingombrante rispetto alle proprie politiche internazionali, e soprattutto il primo ministro sudcoreano non ha mai negato di voler rivedere al ribasso il numero di soldati americani di stanza in Corea del Sud. In particolare, in entrambi i Paesi, quello che si teme è di essere coinvolti come vittime in guerre volute da altri ed essere considerati terreno di scontro fra gli Stati Uniti e i suoi nemici. Il graduale “indipendentismo” militare di questi due storici partner di Washington può quindi rivelarsi un’arma a doppio taglio. Da una parte rafforzare il sistema militare delle alleanze statunitensi, dall’altro un modo per svincolarsi lentamente dalle politiche militari degli Stati Uniti.