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Da stato tra i più pacifici dell’America Latina a paria della comunità sudamericana. È questa la trasformazione in atto in Ecuador negli ultimi mesi, causata dalla particolare ondata di violenza legata al narcotraffico, ma soprattutto dalle azioni del suo stesso presidente Daniel Noboa. La più eclatante e recente di quest’ultime è stato sicuramente l’assalto della polizia di Quito all’ambasciata messicana nella notte tra il 5 ed il 6 aprile.

L’irruzione è stata compiuta per poter arrestare l’ex vicepresidente ecuadoriano Jorge Glas, rifugiatosi nell’ambasciata messicana da dicembre scorso. Fedelissimo dell’ex presidente di sinistra Rafael Correa, Glas è stato condannato per corruzione e associazione a delinquere per un totale di 22 anni di carcere perchè coinvolto in uno scandalo insieme alla società di costruzioni brasiliana Odebrecht, pena che aveva iniziato a scontare nel 2017 per poi essere rilasciato nel 2022 in libertà vigilata. Viste le sue continue entrate e uscite dal carcere per motivi di salute, nel dicembre 2023 il politico 54enne si era rifugiato nell’ambasciata messicana, dalla quale ha ricevuto asilo politico proprio il 5 aprile.

A seguito del blitz delle forze ecuadoriane, Glas è stato sequestrato e trasferito in un carcere di massima sicurezza. Qui il 9 aprile l’ex vicepresidentse ha tentato il suicidio, rimanendo tuttavia illeso e venendo trasferito in ospedale. A seguito di questa grave violazione, il Messico ha immediatamente rotto le relazioni diplomatiche con l’Ecuador ed il presidente messicano Lopez Obrador ha tuonato contro la «flagrante violazione del diritto internazionale e della sovranità del Messico». Il tutto a conferma dell’enorme tensione presente già da settimane tra i governi di Città del Messico e Quito. Infatti recentemente Obrador aveva messo in dubbio la legittimità delle elezioni presidenziali ecuadoriane, le quali avevano visto vincitore il candidato di destra Daniel Noboa, poiché svoltesi in un clima molto teso a detta di Obrador creato in parte dallo stesso Noboa, con svariati episodi violenti nel corso della campagna elettorale. Primo fra tutti, l’assassinio lo scorso agosto avvenuto presso la capitale Quito di Fernando Villavicencio, tra i pochi candidati ad opporsi alla commistione tra classe politica e criminalità organizzata. Gli esecutori dell’attentato, una volta arrestati, sarebbero stati trovati poi impiccati in carcere, cancellando così qualsiasi pista che potesse portare ai mandanti. A seguito delle accuse di Obrador e soprattutto dell’asilo politico concesso a Glas, l’ambasciatore messicano in Ecuador è stato dichiarato «persona non grata». È importante ricordare come Obrador sia stato un esponente di sinistra alleato di lunga data del predecessore di Noboa, l’ex presidente Rafael Correa.

L’assalto all’ambasciata, la condanna unanime

Il 7 aprile il Messico ha annunciato l’intenzione di ricorrere alla Corte Internazionale di Giustizia. Parallelamente quasi l’intera comunità statuale dell’America Latina si è schierata con il Messico. Svariati Stati sono arrivati addirittura a richiamare le proprie delegazioni diplomatiche da Quito, tra cui il Venezuela di Maduro, il Nicaragua, la Bolivia ed il Perù. Andando più a Nord, Washington ha condannato aspramente la violazione della Convenzione di Vienna del 1961, la quale afferma che le forze di sicurezza di un paese ospitante non possono entrare in un’ambasciata senza il permesso del personale diplomatico ivi residente. Anche il segretario generale dell’ONU Guterres si è detto «allarmato» sulla violazione avvenuta a Quito. A conti fatti l’irruzione di Noboa è stata di una gravità inaudita, andando ad infrangere l’inviolabilità delle ambasciate, cosa peraltro che sembra andare di moda nell’ultimo periodo storico (vedesi le vicende legate all’attacco israeliano dell’ambasciata iraniana a Damasco).

Dall’altro lato, l’entourage del presidente Noboa ha affermato che l’arresto di Glas è stato effettuato poiché l’asilo politico è stato dato «in contrasto con il quadro giuridico convenzionale». Il presidente Daniel Noboa, esponente liberale di destra figlio dell’uomo più ricco del paese nonché vincente alle elezioni contro la “correista” Luisa González, sta gestendo da mesi un’agenda di politica interna tra le più difficili di tutto il continente. Entrato di fatto in guerra con i gruppi criminali legati al narcotraffico, a gennaio è stato dichiarato lo stato di emergenza nazionale portando ad un’ondata di violenza mai vista prima sul suolo ecuadoriano. Il blitz presso l’ambasciata messicana rientrerebbe nella strategia di Noboa di dimostrare al proprio elettorato una mano più incisiva sulle questioni di politica interna. Infatti, dopo le violenze di gennaio i sondaggi sono stati molto altalenanti e Noboa deve pensare a riassicurarsi la riconferma alle prossime elezioni, programmate nel maggio 2025, poiché è stato eletto solo per terminare il mandato dell’ex presidente Guillermo Lasso, rimosso tramite impeachment per appropriazione indebita.

In generale le vicende di Quito rientrano in quella polarizzazione politica a cui stiamo assistendo negli ultimi anni in America Latina. Sono difatti sempre più nette e marcate le differenze tra i governi di sinistra (il Messico di Obrador, la Colombia di Petro o il Brasile di Lula) e quelli di destra (l’Argentina di Milei, l’El Salvador di Bukele o l’Ecuador di Noboa). Per quanto Noboa possa aver provato a rinsaldare la posizione del proprio consenso con un’azione di forza interna, ciò gli servirà a poco se l’Ecuador diventerà il paria dell’America Latina, portando così il paese de facto nelle mani dei narcotrafficanti a cui Noboa stesso ha voluto fare la guerra all’inizio di quest’anno.

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