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Immaginate un paese dove le strade ribollono di proteste, il presidente tenta di riscrivere le regole fondamentali dello Stato e un tribunale cerca di fermarlo, mentre la tensione continua a crescere giorno dopo giorno. Questo è l’Ecuador oggi, un piccolo paese sudamericano con poco più di 18 milioni di abitanti, incastrato tra una crisi economica, violenze sempre più frequenti da parte dei narcos e una lotta politica che rischia di dividere la nazione. Il 20 settembre 2025, la Corte Costituzionale ecuadoriana ha bloccato un piano del presidente Daniel Noboa per convocare un referendum che avrebbe potuto cambiare la Costituzione. La decisione ha acceso una miccia: Noboa, il Consiglio Nazionale Elettorale e l’intero paese devono ora affrontare un futuro incerto, con la prospettiva di numerose proteste da parte delle comunità indigene e sospetti di influenze straniere. Ma andiamo per gradi.

Cos’è successo e perché conta

Daniel Noboa, il giovane presidente ecuadoriano di 37 anni rieletto ad aprile 2025, ha firmato il 19 settembre il Decreto Esecutivo 148. Questo documento chiedeva agli ecuadoriani di votare in un referendum per creare un’Assemblea Costituente: un gruppo di rappresentanti eletti per scrivere una nuova Costituzione. Noboa dice che è necessario per “ripulire” il paese dalla corruzione e dalla crisi, sostituendo la Costituzione del 2008, scritta sotto l’ex presidente Rafael Correa, un leader di sinistra che molti hanno accusato e accusano di aver lasciato un sistema fragile e corrotto. Ma c’è un problema: la Costituzione attuale dice che ogni proposta di questo tipo deve passare prima dalla Corte Costituzionale, un tribunale che vigila sul rispetto delle leggi fondamentali. Noboa non l’ha fatto. Ha firmato il decreto a Latacunga, una città andina, senza chiedere il permesso, scatenando accuse di “incostituzionalità”. La Corte, il 20 settembre, ha risposto con una misura cautelare: la sospensione del referendum fino a nuovo ordine, obbligando Noboa e il Consiglio Nazionale Elettorale, l’organo che gestisce le elezioni, a fermarsi. La Corte dice che sta proteggendo la democrazia, ma Noboa e i suoi sostenitori accusano i giudici di essere politicizzati e di bloccare il “progresso”.

Perché l’Ecuador è diventato così fragile

Per capire il caos, bisogna conoscere l’Ecuador di oggi. È un paese ricco di petrolio, è uno dei principali esportatori di banane al mondo ed è culla di paesaggi mozzafiato, schiacciato da problemi enormi: violenza, economia allo sbando e proteste continue. Il primo punto non ha bisogno di tante spiegazioni, visto che il Paese ha visto un drammatico aumento degli omicidi, triplicati dal 2023, tanto che Noboa ha dichiarato più volte di aver dovuto usare l’esercito contro i narcos. Il secondo punto viene spiegato dalla statistica, perché quasi il 28% della popolazione vive in povertà. L’aumento del prezzo del diesel da 1,80 a 2,80 dollari al gallone (3,78 litri), deciso di recente, ha colpito duramente categorie di lavoratori fortemente dipendenti da carburante, in particolare agricoltori e camionisti. Infine ci sono le proteste indigene: la CONAIE, la potente Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador che rappresenta milioni di ecuadoriani nativi, ha annunciato uno sciopero nazionale a partire dal 23 settembre contro l’aumento del diesel e le mosse di Noboa, che viene considerato un tentativo di accentramento del potere. Nel 2019, proteste simili hanno paralizzato il paese per settimane, con centinaia di feriti a causa degli scontri con le forze di polizia.

L’uomo al centro del mirino: Daniel Noboa

Noboa, erede di una ricca famiglia di esportatori di banane, è salito al potere nel 2023 come presidente ad interim, promettendo immediatamente ordine e riforme. Rieletto nel 2025, ora vuole una nuova Costituzione per affrontare queste crisi, ma molti considerano questa mossa una sorta di “golpe soft”, un colpo di Stato mascherato da azione totalmente legale. Nel frattempo su X, la piattaforma dove lo scontro di opinioni è all’ordine del giorno, il dibattito è acceso: la Corte Costituzionale dice che il decreto di Noboa viola la Costituzione e che il suo ruolo è proteggere i diritti di tutti. Ha ricevuto cinque denunce di incostituzionalità, e la sospensione è un “atto di difesa della democrazia”. La notte della decisione, l’edificio della Corte è stato evacuato per una falsa minaccia bomba, segnale delle tensioni alle stelle. Il presidente tace sulla sospensione, ma i suoi alleati, come la deputata Ana Centeno, accusano la Corte di essere un ostacolo al “cambiamento”. Noboa insiste che la Costituente serve per combattere la corruzione e la crisi di sicurezza. I rappresentanti indigeni invece vedono Noboa come un “nuovo caudillo” (un leader autoritario). Hanno bloccato strade, promettono proteste dure e accusano il presidente di ignorare i bisogni dei più poveri e di aprire il paese a interessi stranieri.

Un’ombra più grande: gli Stati Uniti

C’è un altro elemento che rende questa storia più complicata: gli Stati Uniti. Noboa ha proposto un altro referendum, bloccato anch’esso, per eliminare il divieto di basi militari straniere nella Costituzione. L’idea è collaborare con gli USA per combattere il narcotraffico, ma molti ecuadoriani temono che sia un passo verso il “neocolonialismo” e una situazione simile a quanto accaduto in altri paesi latinoamericani (vedi il Messico). La Costituzione del 2008, voluta da Correa, era fortemente anti-imperialista e vietava basi straniere. Noboa sembra invece voler aprire l’Ecuador a Washington. Questo fa pensare che la Costituente sia un modo per riscrivere le regole a favore di interessi esterni, non solo interni.

Cosa succederà ora?

La Corte ha 20 giorni per valutare il decreto di Noboa. Intanto staremo a vedere lo sviluppo delle varie proteste, scioperi e blocchi che avranno luogo in tutto l’Ecuador. Il presidente potrebbe cedere e rispettare la Corte, oppure insistere, magari sciogliendo le istituzioni per governare da solo, come fece Alberto Fujimori in Perù negli anni ’90. Ma il rischio è alto: potrebbe perdere il sostegno popolare e internazionale, aprendo la porta a un impeachment o a violenze ben più gravi. L’Ecuador è a un bivio: democrazia fragile o deriva autoritaria. Noboa dice di voler salvare il paese, ma la sua fretta potrebbe distruggerlo. La Corte e le piazze hanno parlato: la sovranità non si impone, si costruisce insieme. Riuscirà l’Ecuador a evitare il baratro?

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