ECOWAS addio: Mali, Burkina Faso e Niger se ne vanno

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Da anni sempre più trascinata in una spirale d’instabilità che sembra non aver fine, l’area del Sahel e in generale dell’Africa Occidentale tutta ritorna ancora una volta al centro del dibattito internazionale. È notizia dello scorso gennaio infatti che Mali, Burkina Faso e Niger, ovvero gli Stati dove negli ultimi anni si sono succeduti e conseguentemente radicati regimi militari golpisti, hanno annunciato congiuntamente la fuoriuscita immediata dalla Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, ovvero l’Ecowas. Secondo il comunicato televisivo con cui è avvenuto l’annuncio, l’ECOWAS si sarebbe “allontanato dagli ideali dei suoi padri fondatori e dallo spirito del panafricanismo”, oltre che ad essere sempre maggiormente influenzato da potenze straniere.

La notizia della fuoriuscita di questi Stati, sebbene giunta improvvisamente, non sorprende più di tanto. Infatti erano mesi che le tensioni si accumulavano, specie a valle dell’ultimo colpo di stato in Niger dell’estate 2023 e della conseguente fondazione nel settembre 2023 dell’ Alleanza degli Stati del Sahel o AES (Alliance des Etats du Sahel), un’alleanza militare con un patto di difesa collettiva tra Mali, Burkina Faso e Niger. L’ECOWAS ha immediatamente dichiarato di essere volenterosa nel ricercare una “una soluzione negoziata all’impasse politica”, rimanendo comunque conscia che per mettere in atto effettivamente l’uscita dei tre Paesi sarebbe necessario un anno di tempo.

Cosa è l’ECOWAS

Sin dalla sua fondazione nel 1975, quando l’intento era di aumentare lo sviluppo e  l’integrazione politica e commerciale di 12 stati dell’Africa Occidentale, l’ECOWAS ha dovuto affrontare numerose sfide tra i propri Stati membri in una delle aree geografiche più complesse e instabili del pianeta. Infatti il distacco dell’AES costituisce un pericoloso precedente poltico, sia a livello africano sia a livello globale, dove uno o più stati decidono di abbandonare unilateralmente un’organizzazione internazionale per motivazioni politiche. Uno scenario già visto e discusso in alcune occasioni negli ultimi anni ma che potrebbe benissimo applicarsi ad altri organi di sicurezza collettivi al di fuori del continente africano. Alcuni osservatori politici l’hanno addirittura già ribattezzata “Brexit Africana”.

Nei giorni immediatamente precedenti l’annuncio, funzionari dell’ECOWAS dovevano recarsi a Niamey, la capitale del Niger, per cercare una mediazione con i rappresentanti dell’AES. Tuttavia all’ultimo minuto gli ambasciatori dell’ECOWAS hanno annullato l’incontro. Questo non ha fatto altro che fornire un assist clamoroso ai leader dell’AES, i quali hanno sostenuto che questa fosse la prova lampante che l’ECOWAS non volesse instaurare alcun dialogo e che l’organizzazione fosse succube di pressioni occidentali in merito alle questioni del Sahel.

Per quanto l’uscita degli stati dell’AES possa essere in prima battuta un parziale successo politico, esso si potrebbe tramutare ben presto in un totale disastro economico. L’abbandono dall’ECOWAS non solo isolerebbe ulteriormente tre dei paesi più poveri dell’intera regione, ma porterebbe alla perdita della libera circolazione di uomini e merci in tutta la regione nonchè ai vantaggi economici presenti tra i membri dell’organizzazione. Infatti a seguito dei colpi di Stato che hanno coinvolto i 3 paesi dell’AES, l’ECOWAS ha inizialmente instaurato un regime sanzionatorio molto duro nei confronti dei suddetti Stati, minacciando addirittura un intervento militare in occasione del golpe nigerino della scorsa estate. Ciò ha portato ad un diffuso malcontento popolare ma soprattutto ad un innalzamento esponenziale dei prezzi dei beni di prima necessità ed una scarsità di medicinali. A dimostrazione di come le sanzioni spesso diano scarsi risultati politici ma si ripercuotano soprattutto sulla popolazione e sulle economie locali.

In controtendenza all’uscita dell’AES dall’ECOWAS, quest’ultimo ha rimosso successivamente gran parte delle sanzioni pendenti sul Niger lo scorso febbraio. Il presidente della Commissione ECOWAS, il gambiano Omar Alieu Touray, ha commentato che rimangono in vigore solamente alcune mirate sanzioni ma senza specificarne la natura. Il gesto è stato letto da molti osservatori sia come un segnale di pacificazione e sia un invito non troppo velato ai tre Paesi a rimanere nell’organizzazione. Ovviamente il timore principale dell’ECOWAS è che altri paesi possano unirsi all’AES, archiviando così definitivamente qualsiasi futuro politico possa essa avere nel destino di quest’area.

L’antifrancesismo

Uno dei principali collanti di questo movimento anti-sistema è senza dubbio il sentimento anti-francese, ex potenza colonizzatrice ma ancora oggi con importanti interessi nell’area. I Paesi dell’AES hanno proceduto prontamente all’espulsione delle truppe francesi presenti nei loro paesi, sostituendo le collaborazioni militari e le partnership economiche siglate con Parigi con le loro esatte copie ma firmate con Mosca. È infatti ormai sempre più nota ed endemica la presenza dei mercenari Wagner sul suolo degli stati AES così come la fornitura di attrezzature militari da parte del Cremlino nei confronti dei vari regimi golpisti.

Ad aggiungere ulteriore carne sulla brace dell’antifrancesismo, vi è il rinnovato dibattito emerso nella prima metà del 2024 sull’abbandono del franco CFA. Il franco CFA è una moneta creata nel 1945 ed applicata a numerosi paesei dell’impero coloniale d’oltralpe, il cui acronimo inizialmente stava per Colonies Francaises d’Afrique (Colonie francesi d’Africa). Ottenute la maggior parte delle colonie l’indipendenza, esse rimasero comunque ancorate a questa moneta, motivo per cui l’acronimo venne cambiato in Communate Financiere Africaine (Comunità finanziaria africana). Ad oggi risulta essere una moneta usata da Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Benin, Mali, Niger, Senegal e Togo. Una moneta equivalente viene ugualmente usata da Camerun, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Ciad, e Gabon.

A oggi i paesi dell’AES non hanno una road map comune sull’argomento, tant’è vero che non si sa se l’abbandono effettivamente avverà e quando, rimanendo quindi un puro annuncio in salsa propagandistica. L’intenzione, infatti, sarebbe di allargare l’alleanza e di cooperare anche a livello economico, creando una moneta unica  per gli stati aderenti all’AES, ma visto lo stato delle economie attualmente sembra un piano di difficile riuscita. Una bella gatta da pelare, considerando che unite le economie di Mali, Niger e Burkina Faso costituiscono circa l’8% del PIL dell’area ECOWAS. I sostenitori del CFA ritengono che rimanere all’interno delle logiche finanziarie parigine, e quindi indirettamente ancorati all’euro, sia un cuscinetto vitale per contrastare l’inflazione. Dall’altro lato i detrattori del CFA ritengono che il franco non sia di certo stato creato a beneficio degli Stati africani, ma solo per proteggere Parigi da eventuali speculazioni contro il dollaro americano.

Sintetizzando, la contrapposizione tra l’ECOWAS, o quello che ne rimarrà, e l’AES sarà il fulcro delle dinamiche politiche dell’intera regione negli anni a venire. Per quanto spesso dimenticato dai media nostrani, il Sahel ricopre oggi più che mai un’importanza cruciale su un elevato numero di agende, non riuscendo gli Stati ivi collocati però a divincolarsi né dalle pesanti ingerenze delle potenze estere né da una crisi politica interna ormai dilagante dalla loro indipendenza fino ai giorni nostri.