A larga maggioranza Nuova Democrazia e Kyriakos Mitsotakis hanno vinto le elezioni in Grecia, scalzando dal potere dopo quattro anni la sinistra di Syriza e il Primo ministro uscente Alexis Tsipras. A punire Tsipras è stata, in larga misura, la classe media urbana che lo aveva premiato nei due voti politici del 2015 e aveva consentito a Syriza di affermarsi come partito maggioritario del panorama politico greco. Syriza, che pure non cade a picco (lascia sul terreno poco meno del 4% dei consensi e si attesta al 31,56%, a otto punti dal vincitore), perde perchè si è rotto il blocco sociale che ne ha sostenuto l’ascesa, fondata sul sostanziale interclassismo degli avversari dell’austerità, dalle classi popolari al ceto medio.

L’adesione, inizialmente riluttante e poi via via sempre più convinta, di Tsipras ai programmi di austerità imposti dalla Troika, l’aumento delle problematiche sociali, il crollo di pensioni e salari, la svendita massiccia di asset pubblici, il supremo affronto della legge sul pignoramento della prima casa, violazione del principio greco di sacralità dell’ospitalità domestica (xenia) hanno mese dopo mese sancito la rottura tra Syriza e il suo elettorato. Che si conferma tra le fasce più povere della popolazione ma affonda nella classe media, chiave di volta della vittoria di Mitsotakis.

Yorgos Pagoulatos, professore di Economia all’Università di Atene ed editorialista del quotidiano Kathimerini, ha spiegato a Formiche le principali debolezze del governo Tsipras: “Syriza si proponeva come un partito in rottura con il vecchio modo di fare politica in Grecia. Hanno invece dato vita a un governo di qualità molto bassa, non sono stati in grado di gestire emergenze come gli incendi che hanno colpito l’Attica lo scorso anno e che sono costati la vita a oltre 100 persone. Le istituzioni non hanno funzionato, ci sono stati scandali che hanno coinvolto persone vicine al premier il settore dei media e quello giudiziario”, e l’assenza di un vero programma di rinnovamento economico ha condannato il Paese alla stagnazione, alla rassegnazione, al declino.

Il nuovo Primo ministro vince le elezioni promettendo un sostanziale ritorno alla normalità, e ricette economiche che, sottolinea StartMag, suonano “molto anni Ottanta-Novanta del secolo scorso, quando l’ondata liberista si espandeva un po’ dovunque sull’onda delle rivoluzioni tatcheriane e reaganiane”. Con il ritorno in auge di Nuova Democrazia, “nel paese sono tornate suadenti le ricette del liberalismo moderato e modernizzatore che Mitsotakis ha promesso nei suoi comizi in queste lunghe settimane elettorali: snellimento dell’apparato pubblico, lotta al clientelismo, privatizzazioni, liberalizzazioni, taglio delle tasse per aziende e proprietà, investimenti nell’innovazione. Meno timidezze rispetto a Tsipras nella riduzione della spesa pubblica e utilizzare i margini ora concessi da Bruxelles per attirare gli investimenti dall’estero, dare impulso alla produttività e creare le condizioni perché i tanti disoccupati (soprattutto giovani) e gli esodati dall’amministrazione pubblica vengano assorbiti dal settore privato”.

Ironicamente, si può dire che Mitsotakis abbia vinto promettendo, in campo economico, di fare con maggior ordine ciò che a Tsipras è stato imposto in maniera riluttante. La sua vittoria non necessariamente rappresenterà la riscossa della Grecia: le ricette neoliberiste, del resto, già ingolfano i programmi di austerità della Troika e particolare attenzione va data alla volontà di attrazione degli investimenti esteri. Uno degli effetti collaterali dell’austerity di Tsipras è stato proprio il massiccio ingresso di capitali stranieri nel Paese, attratti dal tracollo dei prezzi di asset (immobili, infrastrutture, servizi) e costo del lavoro (cioè dei salari). Il risultato? Un saccheggio. Dal porto del Pireo, comprato dai cinesi di Cosco, agli aeroporti passati in mano tedesca in Grecia gli investimenti esteri hanno portato fuori da Atene il controllo su fondamentali fonti di ricchezza. E il calo della disoccupazione e il ritorno di un discreto livello di esportazioni sono stati garantiti solo dall’aumento della profittabilità per le imprese legato alle più dure norme su lavoro e salari.

Alla Grecia serve tornare a un piano di sviluppo e crescita che parli, essenzialmente, greco: Mitsotakis promette rottura e discontinuità, ma sono tali concetti applicabili in un Paese che, economicamente parlando, non ha più lacrime da piangere? Istituzionalizzare le ricette di austerità e tagli al bilancio promettendo una loro versione dal volto umano in nome della “competitività” rappresenta davvero un cambiamento di ampio spessore? I greci che hanno votato per la “normalizzazione” accetteranno nuovi compromessi al ribasso? Onori e oneri della risposta a queste domande alla nuova maggioranza di Nuova Democrazia, che è destinata a formare un governo monocolore. E a dimostrare che la Grecia esiste ancora. Per quanto le premesse parlino di un cambiamento retorico, umorale e ideologico a cui, nella prassi, difficilmente farà seguito una discontinuità altrettanto grande.