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In Germania è corsa aperta al voto anticipato e mentre i partiti preparano le strategie in vista dell’elezione che sceglierà il successore di Olaf Scholz, la cui coalizione rosso-giallo-verde è collassata nei giorni scorsi, il Paese si interroga sulle radici di una crisi sistemica che pone Berlino di fronte a grandi interrogativi.

Tra Scholz e Merkel, alle radici della crisi tedesca

Scholz ha indubbiamente responsabilità per una sostanziale carenza di leadership e per non aver tenuto dritto la barra del comando di fronte all’assalto di Verdi e Liberali alla diligenza delle politiche governative. Ma sarebbe errato dividere tra una Germania prima di Scholz, quella che usciva dal lungo regno di Angela Merkel, al potere dal 2005 al 2021, intenta a vivere un’età dell’oro, e un Paese spinto sull’orlo del baratro dall’assenza della Cancelliera.

Il cancelliere uscente, che oggi la sua Spd valuta di sostituire con il Ministro della Difesa Boris Pistorius come candidato alle elezioni, ha da un lato pagato la fine del “sincretismo tedesco” che Merkel è stata in grado di costruire. Merkel, si ricordava su Aliseo, nei suoi anni al potere ha da un lato plasmato l’Europa del rigore a uso e consumo della Germania e dall’altro “ha fatto coesistere, semplificando, Mario Draghi e Vladimir Putin“. Infatti, “la Cancelliera promotrice dell’austerità ha criticato il quantitative easing keynesiano della Bce dal 2015 salvo sfruttarlo per cavalcare con l’indebolimento dell’euro la crescita delle esportazioni”. Al contempo, Merkel “ha criticato Putin per le mosse in Crimea, imposto sanzioni e, a parole, seguito la linea di Usa. Ma usato con forza l’alleanza energetica con Mosca per consolidare il rafforzamento del sistema-Germania rispetto al resto dell’Europa”.

Le certezze in frantumi della Germania

Il triennio Scholz è stato caratterizzato dal disincanto circa le certezze che Merkel aveva costruito, o meglio degli equilibri temporanei che Berlino si era illusa fossero permanenti. Primo assunto: l’economia tedesca sarebbe sempre volata sull’onda dell’export della sua industria, trascinata dai settori core (automobile, meccanica, chimica, farmaceutico per fare alcuni esempi) dove la qualità dei prodotti tedeschi era riconosciuta. Secondo punto: mai più Berlino avrebbe dovuto preoccuparsi di problematiche securitarie. A cui seguiva, come corollario, il terzo: la Germania avrebbe potuto sempre cavalcare la tigre dei Paesi rivali dell’Occidente in nome della convergenza economica, da cui l’abbraccio energetico con la Russia (“GeRussia”) e quello industriale con la Cina (“GeCina”). Last but not least, l’Europa avrebbe sempre risposto agli stimoli della sua storica locomotiva.

Scholz si è trovato a fronteggiare il crollo di queste certezze, cadute come tessere del domino, una dopo l’altra. E la debolezza politica del cancelliere, unita all’inconsistenza politica dei suoi alleati, ha sul lungo periodo creato problemi sistemici. La crisi energetica ha morso duramente, l’economia ha vissuto due fasi recessive dalla fine della disponibilità di gas russo in avanti, l’export è calato su vari fronti e, soprattutto, la relazione economica con la Cina è stata condizionata dalla geopolitica e dall’aumento della diffidenza col blocco occidentale.

Lo schiaffo americano

Intanto, gli Stati Uniti, che avevano già guadagnato politicamente dalla rottura russo-tedesca, hanno messo il dito nella piaga: amplificando quanto già pianificato da Barak Obama e Donald Trump, Joe Biden ha promosso una vera e propria “guerra economica” alla Germania, e dunque all’Europa. Gas naturale a basso costo, politiche industriali di “ingegneria” produttiva che hanno drenato miliardi di euro dall’Unione Europea, come l’Inflation Reduction Act e il Chips Act, sostegno attivo ai Paesi più antitedeschi nell’Europa a ventisette, come la Polonia. Tutto questo mentre nuove risorse dovevano essere drenate da un faticoso riarmo a cui Scholz si è, senza entusiasmo, dedicato.

Il risultato è stata la fine della continua stabilità tedesca, che ora si affaccia al 2025 e all’arrivo del Trump 2.0 con una classe dirigente in crisi e con una risposta politica dominante, quella dell’opposizione cristiano-democratica guidata dall’oppositore storico di Merkel, Friederich Merz, che vede nel rigorismo conservatore su conti pubblici, economia, energia, immigrazione la risposta. Berlino pronta ad alzare barriere e trincee è sulla difensiva dopo una “policrisi” che l’essersi crogiolati troppo a lungo sugli allori nell’era Merkel, non leggendo il mondo che cambiava, ha impedito di prevenire. E per la Germania e l’Ue è l’epoca della grande incertezza.

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