Le primarie democratiche, almeno da un punto di vista mediatico, sono iniziate alla fine del 2018, con la candidatura della senatrice Elizabeth Warren, che ha provato a giocare d’anticipo. La Warren è stata la prima figura di peso ad ufficializzare la discesa in campo. Oggi, a distanza di un anno, scatta l’ora X: gli elettori e i simpatizzanti degli asinelli cominceranno a recarsi alle urne per eleggere lo sfidante di Donald Trump. Si parte dall’Iowa, uno degli swing State, ossia una di quelle realtà elettorali in grado di non cristallizzarsi nel corso della storia sulle posizioni di questo o di quel partito. In Iowa, che alla presidenziali assegna sei grandi elettori, i cittadini hanno premiato prima Barack Obama e poi proprio il tycoon. Non c’è una vera e propria tradizione monocromatica e monopartitica, dunque.

Da questo primo appuntamento può emergere uno spaccato indicativo. E quelle dell’Iowa non sono neppure primarie, bensì caucus, ossia votazioni interne, abbastanza informali e riservate agli iscritti del Partito democratico. L’Iowa di solito dà le carte. Nel senso che, attraverso questa prima tornata, vengono svelate le posizioni ai nastri di partenza dei candidati. I rapporti di forza diventano più chiari. E poi c’è un po’ di scaramanzia legata ai precedenti: vincere in Iowa è spesso il preambolo del trionfo finale.

I Democratici, dopo la sconfitta di Hillary Clinton del 2016, hanno lavorato con fatica al rinnovamento della classe dirigente. Alexandria Ocasio Cortez è l’emblema di un percorso in cui è esplosa la “new left”: una corrente massimalista in economia, socialista sul piano dei diritti sociali e riformista su quello dei “grandi temi”. Il “Green New Deal”, che per The Donald fa acqua da tutte le parti, è l’ ulteriore simbolo di una parabola identitaria che pende a sinistra e che guarda a Greta Thunberg, a Jeremy Corbyn e al left wing populism. La Cortez, dopo qualche tentennamento, ha scelto di “endorsare” Bernie Sanders, che in Iowa è dato in leggero vantaggio su Joe Biden, il vero favorito per la nomination. Se l’ex esponente indipendente dovesse salire sul gradino più alto del podio di questa prima competizione, la candidatura del “vecchio leone” del Vermont si consoliderebbe. Un discorso inverso, invece, vale per la senatrice sopracitata: la Warren, nel caso arrivasse dietro Sanders, vedrebbe molto ridotte le possibilità di divenire competitiva sul lungo periodo. A sinistra, del resto, c’è spazio per uno di loro due, mentre nel campo moderato, quello cui appartiene l’ex vice di Barack Obama, il traffico, Bloomberg permettendo, sembra essere di minore entità.

Le rilevazioni statistiche sull’Iowa, per ora, raccontano di una battaglia serrata: Sanders è avanti, ma solo di quattro punti percentuali. Tra Biden, che arriverebbe secondo, e il terzo ed il quarto, ossia il giovane sindaco Pete Buttigieg ed Elizabeth Warren, ci sono almeno cinque punti percentuali: può essere l’inizio di una sfida a due, ma è presto per dirlo con certezza. Biden contro Sanders, a bocce ferme, è comunque la predizione meno rischiosa. Michael Bloomberg, che ha dichiarato di essere disposto ad investire un miliardo pur di battere il tycoon, se la giocherà dal 3 marzo in poi. L’imprenditore è partito in sordina. Un po’ com’era accaduto all’attuale presidente degli Stati Uniti nel campo repubblicano quattro anni fa. Converrà non sottovalutare quest’ultimo aspetto.

Vale la pena spendere qualche parola anche sul primo cittadino di South Bend: Pete Buttigieg, per più di qualche settimana, è stato dato in vantaggio su tutti gli altri in Iowa. Poi la “guerra di Trump” in Iran ha facilitato l’avanzata delle istanze pacifiste. Quelle che Sanders è riuscito a cavalcare meglio degli altri. Ma il trentottenne, che è il primo candidato alle primarie apertamente gay, rimane una variabile interessante. Kamala Harris, che poteva sanare il vuoto lasciato dall’assenza di Michelle Obama, si è ritirata. Beto O’Rourke, che era stato definito l'”Obama bianco”, pure. Altri, già dalla notte del 4 febbraio, saranno costretti alla resa: per prendere parte alle primarie in New Hampshire, che sarà il secondo Stato ad esprimersi, bisogna aggiudicarsi il 15% dei consensi in Iowa.

Joe Biden è il più “obamiano” dei candidati. Il fatto di essere stato il numero due dell’ultimo presidente espresso dai Democratici aiuta. Ma Barack Obama non ha ancora “endorsato” il suo ex vice. E questo è un elemento che gli analisti non possono che rimarcare. L’afroamericano aspetterà. L’obiettivo è unitario. La frammentazione attorno ai nomi sarebbe utile sì, ma Trump, che non aspetta altro. Tutti, ma davvero tutti, pensano che Biden possa uscire vincente da questi cinque mesi di votazioni. Però esistono anche fattori che suggeriscono come la candidatura del moderato della Pennsylvania possa non esplodere: dal coinvolgimento del figlio nella vicenda che ha portato alla richiesta di impeachment per The Donald, all’età, passando per il poco slancio manifestato tra l’elettorato giovanile. Biden può lasciare parecchio terreno per strada. E Michael Bloomberg è pronto ad approfittarne. Un candidato centrista e uno dell’area di sinistra: questo è lo schema di base. Con il tempo, le primarie si trasformeranno in uno contro uno, fino alla nomination della Convention di luglio. E Trump, che nel frattempo deve confidare che il Partito Repubblicano non lo tradisca al Senato sulla messa in stato di accusa, attende al varco.