Dalla montagna al mare, dalle Alpi al Mediterraneo, il territorio italiano è per eccellenza la maggiore espressione di un Paese adagiato tra due entità non solo geografiche ma anche culturali e identitarie. Eppure, tanto lungo le delimitazioni alpine quanto lungo quelle marine, esistono non pochi problemi. I confini italiani in alcuni punti non sono ben definiti. È una questione forse sottovalutata, ma concretamente reale e non secondaria: a quasi 160 anni dall’unità, sono diversi i fronti aperti con gli Stati vicini per la delimitazione delle frontiere.

Il caso del Monte Bianco

Di recente ha fatto scalpore la vicenda legata al rifugio Torino. Si tratta di un’importante struttura non lontana da Punta Helbronner, nei pressi del Monte Bianco. La questione riguarda quindi i confini tra Italia e Francia. Il 27 giugno del 2019 le autorità transalpine hanno vietato il sorvolo in parapendio della zona, una circostanza che ha iniziato a destare sospetti: perché i francesi hanno preso un provvedimento del genere in un’area ricadente in territorio italiano? Molto semplice: poche settimane prima i comuni di Chamonix e St. Gervais, ricadenti sul versante francese, hanno unilateralmente esteso i propri confini anche su Punta Helbronner. In tal modo è stata fatta propria la posizione storicamente sostenuta da Parigi e cioè che il rifugio Torino ricade in territorio francese.

Nei mesi successivi un deputato di Fratelli d’Italia, Francesco Lollobrigida, ha portato la questione in parlamento con un’interrogazione. Soltanto il 12 ottobre è arrivata una prima risposta dalla Farnesina, secondo cui l’Italia si è opposta a questa scelta unilaterale dei comuni francesi. In concreto però non sembrano essere stati fatti passi per dirimere la controversia risalente addirittura all’anno dell’unità italiana. In cambio infatti della Savoia, nel 1860 la Francia ha lasciato sovranità a Roma su Punta Helbronner. Per gli italiani quell’intesa è ancora valida, per i francesi invece no. E mentre la controversia va avanti, i comuni transalpini intanto intascano i proventi degli impianti sciistici della zona. Anche perché è proprio su Punta Helbronner che arriva la funivia di collegamento con la località turistica valdostana di Courmayeur.

Il rifugio alpino

Lungo il confine tra l’Italia e la Svizzera vi è una contesa fra le due Nazioni che ha a che vedere con la struttura denominata Guide del Cervino. Si tratta di un rifugio, con annesso ristorante, che si trova nel Plateau Rosa e capace di fruttare diversi milioni di Euro per il turismo valdostano. La struttura è divenuta oggetto di rivendicazioni da parte della Svizzera a causa dello scioglimento dei ghiacciai alpini e, in particolar modo, del Valtournenche . Quest’ultimo si è ritirato di circa 230 metri. Il nocciolo della questione deriva dal regolamento dei confini nelle Alpi, i quali vengono tracciati secondo “la direzione del verso delle acque”. Se il verso segue il lato italiano, una determinata struttura viene considerata appartenente all’Italia, se invece segue il lato svizzero, la stessa viene considerata sotto sovranità svizzera.

È proprio questo modo di regolare i confini e l’arretramento del Valtournenche che ha fatto sorgere le pretese di Berna sul rifugio. Secondo Alain Wicht, sovrintendente alle frontiere elvetiche per Swisstopo, l’arretramento del ghiacciaio ha determinato un cambiamento nel verso dello scorrimento delle acque nella zona del rifugio verso la Svizzera e per tale motivo la struttura deve ritenersi appartenente al territorio elvetico. A questa tesi si oppone l’Istituto Geografico militare di Firenze, secondo cui il rifugio si trova senza dubbio in territorio italiano. Una commissione tecnica adesso sta cercando di definire i confini ma le operazioni non sono del tutto semplici. Berna è disposta a riconoscere la sovranità del rifugio all’Italia in cambio di 650 metri quadrati di territorio, lo stesso in cui si trovano il rifugio, il ristorante e la nuova ala della struttura in progetto. Ma da Roma è arrivato il no.

La contesa con l’Algeria dell’Italia sulla Zee

Dal 21 marzo del 2018 v’è una questione che ha portato l’Italia e l’Algeria a trattare in merito alla vicenda legata alla Zee, ovvero la Zona Economica Esclusiva. Quest’ultima è regolamentata dalla convenzione di Montego Bay, un documento che funge da base del diritto internazionale del mare e che la stabilisce entro le 200 miglia nautiche dalla linea di base dello Stato costiero. In quest’area la Nazione interessata esercita il diritto di gestione delle risorse naturali avendo anche giurisdizione in materia di installazione e uso di strutture artificiali o fissa, ricerca scientifica, protezione e conservazione dell’ambiente marino. L’Italia non ha mai stabilito i confini della propria Zee e, nel 2018, l’Algeria ha allargato i propri estendendoli fino alla Sardegna. Il caso sollevato dall’ex presidente della Regione Sardegna, Mauro Pili, è arrivato in Parlamento. Tra Algeri e Roma viene adesso portato avanti un dialogo diretto a risolvere le rivendicazioni dell’Italia. Nel dicembre del 2019 è stato depositato alla Camera un disegno di legge per istituire una Zee italiana.

Prima firmataria è stata Iolanda Di Stasio, deputata del M5S che ad InsideOver ad agosto ha confermato il coinvolgimento trasversale da parte delle forze politiche: “La proposta di legge sulla Zee – ha affermato Di Stasio – ha ricevuto la piena approvazione da parte della Commissione esteri della Camera, con un appoggio trasversale che ne valorizza ulteriormente l’importanza strategica per il Paese e attendiamo dunque la calendarizzazione per il voto dell’Aula”.

Le controversie legate al trattato di Caen

Non è soltanto l’attuale mancanza della Zee a dare grattacapi all’Italia sul fronte dei confini marittimi. C’è un altro caso che riguarda ancora una volta i rapporti con i cugini transalpini. Nel marzo 2015, nella cittadina francese di Caen, Roma e Parigi hanno firmato un trattato con cui sono stati fissati i nuovi confini. In particolare, in cambio di alcune secche tra la Corsica, Capraia e l’Isola d’Elba, l’Italia ha ceduto alcune porzioni del mar di Sardegna e del mar Ligure. In un primo momento la firma del trattato non ha avuto eco mediatica. La situazione è cambiata nel gennaio 2016, quando il peschereccio italiano Mina è stato fermato dai francesi nella zona denominata “Fossa del Cimitero”.

Si tratta di uno dei punti ceduti dall’Italia alla Francia:  “È un tratto di mare molto ricco dal punto di vista della pesca, con una vivace presenza proprio di gamberoni rossi”, ha spiegato nel suo blog l’ammiraglio De Giorni alcuni mesi dopo. Da qui le polemiche più importanti contro il trattato. Alcuni partiti, tra cui Fratelli d’Italia, Lega e M5S, hanno accusato l’allora governo Renzi di aver regalato tratti di mare molto pescosi alla Francia. Tuttavia la controversia è ancora in corso: il parlamento italiano non ha mai ratificato il trattato di Caen, che dunque ufficialmente non è in vigore. Le stesse autorità francesi, dopo aver sequestrato il peschereccio Mina, hanno chiesto scusa visto che i nuovi confini formalmente non esistono. La questione quindi non è stata risolta.

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