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La pazienza verso Giuseppe Conte da parte dei partiti membri della sua maggioranza, lo si è capito da tempo, va via via esaurendosi. E tra la rabbia del Partito democratico per i mancati tavoli sul programma e le ambizioni di Luigi Di Maio per tornare a giocare un ruolo centrale nella definizione degli obiettivi politici dell’esecutivo, Conte non è riuscito a destreggiarsi come in passato. La capacità di mediazione del premier sta gradualmente venendo meno, come hanno dimostrato alcuni recenti episodi politici.

Conte è diventato Conte perché abile mediatore e tessitore di accordi politici di compromesso. Ma nelle ultime settimane il Pd gli rimprovera di appiattirsi, nelle fasi di maggiore difficoltà, sulle posizioni pentastellate di cui è espressione (critica già propria di Matteo Salvini ai tempi dell’alleanza gialloverde) mentre in casa Movimento Cinque Stelle è montata la fronda per il via libera di Conte e del governo alla riforma del Mes. Nei corridoi parlamentari appare chiaro che aprire una crisi di governo prima dell’inizio estivo del semestre bianco di Sergio Mattarella potrebbe aprire la strada verso un ritorno alle urne che, col ridisegno frettoloso dei collegi, Conte si è ben guardato dall’interdire. Ma le spaccature vanno via via ampliandosi e sta prendendo piede un’ipotesi, a lungo sottaciuta, volta a ridimensionare il peso di Conte nel governo: un rimpasto e un cambio in alcuni ministeri.

Partito democratico e Movimento Cinque Stelle paventano questa ipotesi come la maggiore possibilità volta ad annacquare la centralità e il protagonismo di un premier sempre più blindato all’interno di Palazzo Chigi e sempre più autoreferenziale nella sua leadership. Italia Viva e Matteo Renzi non vedono assolutamente come sgradita un’ipotesi che esalterebbe il ruolo di ago della bilancia parlamentare della formazione liberale uscita dal Pd dopo la nascita del governo giallorosso e permetterebbe all’ex premier di far pesare le sue legittimazioni ed entrature in quegli ambienti internazionali, atlantici in primis, che dopo la vittoria di Joe Biden cercano altri referenti al posto del logoro Conte, che ha l’aggravante di esser stato più volte “benedetto” dall’approvazione personale di Donald Trump, come lui “alieno” della politica.

Il partito di Renzi, spiega Repubblica, “recrimina su tutto, alla ricerca di spazio e visibilità per i suoi temi. Scricchiolii sinistri giunti fino al Colle, sempre più preoccupato di un avvitamento che rischia di far traballare l’esecutivo proprio alla vigilia del cruciale appuntamento con il Recovery. E per di più a emergenza sanitaria in corso”.

Molti i ministri dati in bilico e a rischio “sfiducia” da parte dei partiti: Paola de Micheli, esponente dem e titolare dei Trasporti, rischia di pagare il disastro organizzativo pre-seconda ondata; meno appannata rispetto alle scorse settimane sembra la stella della titolare dell’Istruzione Lucia Azzolina; M5S e sindacati sono insoddisfatti della titolare grillina del Lavoro Nunzia Catalfo, e voci negative, riportate dal Corriere della Sera, erano circolate pure sulla titolare del dicastero dell’Innovazione, Paola Pisano, alla quale appare però eccessivo imputare il fallimento dell’app Immuni. E se Enzo Amendola, titolare degli Affari europei, decidesse di candidarsi a sindaco di Napoli nel 2021 anche la sua casella andrebbe sostituita. L’eccessiva vicinanza a Conte potrebbe invece mettere a rischio la posizione del titolare dei Rapporti col Parlamento, Federico D’Incà.

Molti i nomi in bilico, che escludono il ministro fino ad ora rivelatosi più inadeguato alla sfida dell’anno pandemico, ma che considerato il suo ruolo apicale in caso di addio aprirebbe una crisi di sfiducia politica notevole, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. I “sospettati” del rimpasto, insomma, riguardano le aree di gestione della pandemia in cui appare che il governo Conte non sia stato all’altezza della sfida e il ritorno nell’agone della discussione sulla possibile nomina di due vicepremier e dell’ingresso nel governo di figure di peso della maggioranza (da Andrea Orlando a Maria Elena Boschi) appare come un segno di grande sfiducia verso l’avvocato divenuto premier.

Il rimpasto e la possibile nascita di un “Conte-ter” segnerebbero definitivamente la fine della centralità politica del premier e ne rintuzzerebbero i tentativi di esaltare la sua posizione decisiva nei tavoli politici prossimi ad aprirsi, dal Recovery Fund alla nomina del prossimo presidente della Repubblica. Proprio i dossier che i partiti dell’esecutivo intendono strappargli. In vista del regolamento dei conti, nuovamente estivo come quello che nel 2019 portò all’avvicendamento tra Lega e Pd al governo. Il rischio è che lo stesso annuncio da parte dei leader della volontà di un rimpasto acceleri in questi mesi cruciali sul fronte politico, economico e sanitario la caduta dell’esecutivo. “Il governo Conte è un castello di carte, ne sfili una fosse anche quella dell’ultimo sottosegretario – e vien giù tutto”, ha commentato Alessandro Sallusti. E il fatto stesso che le instabilità maggiori all’esecutivo viene dalle discussioni in cui a esser in ballo sono le poltrone segnala l’autoreferenzialità di un governo trovatosi senza un progetto sistemico ad affrontare la crisi più grave della storia repubblicana, privo del necessario capitale politico e del dovuto slancio di lungo termine.