Di presunte interferenze russe nelle elezioni americane, dopo lo scandalo del Russiagate – conclusosi con un nulla di fatto – il presidente Donald Trump non ne vuole proprio sentir parlare. È per questo motivo che The Donald ha deciso di sostituire il capo ad interim della National Intelligence, John Maguire, dopo che quest’ultimo aveva fatto intendere durante un briefing, svoltosi il 13 febbraio scorso, che il Cremlino avrebbe favorito “un candidato rispetto agli altri”. Un chiaro riferimento a Donald Trump, secondo i repubblicani presenti all’incontro che l’inquilino della Casa Bianca non ha affatto digerito.

Come riporta l’Adnkronos, il presidente Usa avrebbe a quel punto convocato Maguire per dargli una “bella strigliata” al termine della quale il capo dell’intelligence se ne sarebbe andato “abbattuto”. A contribuire alla rabbia di Trump anche il fatto che il presidente avrebbe capito che queste informazioni l’intelligence le aveva date esclusivamente a Adam Schiff, arcirivale di The Donald e presidente della commissione di Intelligence, diventato il nemico numero uno della Casa Bianca per aver guidato l’accusa durante l’impeachment. Ieri Donald Trump ha sostituto Maguire ad interim con un suo fedelissimo, l’attuale ambasciatore in Germania, Richard Grenell, che però dovrebbe cedere il posto al deputato repubblicano della Georgia, Doug Collins.

La ricostruzione del Washington Post

Secondo quanto ricostruito dal Washington Post, Maguire avrebbe spiegato durante il briefing che il Cremlino vuole che Donald Trump venga rieletto, poiché la sua amministrazione è più vicina agli interessi di Mosca. Una mossa che il Presidente degli Stati Uniti ha visto come sleale e non corretta nei suoi confronti, determinando l’allontanamento di Maguire, che doveva essere destinato a diventare il prossimo capo dell’intelligence. Da Mosca, Dmitry Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, ha respinto l’analisi dell’intelligence statunitense sulle prossime elezioni americane.

“Si tratta di rapporti paranoici che, con nostro grande rammarico, continueranno a crescere di numero con l’avvicinarsi delle elezioni” ha sottolineato Peskov venerdì. “Naturalmente, non hanno nulla a che fare con la verità”. Difficile biasimare la scelta di Trump: non c’è mai stata alcuna prova concreta del fatto che la Federazione Russa abbia aiutato il repubblicano a essere eletto. Nè, come hanno stabilito le indagini sul Russiagate, è mai stata dimostrata alcuna “collusione” fra la Campagna di Donald Trump e il Cremlino.

Ecco perché Trump non è un “pupazzo di Putin”

Sebbene il procuratore speciale Robert Mueller sia arrivato alla conclusione che non vi è stata alcuna “collusione” fra la Campagna di Donald Trump e la Russia nel 2016, la narrazione liberal secondo la quale il presidente Usa è “un pupazzo di Vladimir Putin” è dura a morire presso opinionisti e media progressisti (ma anche neoconservatori). Ma davvero Donald Trump è il burattino di Vladimir Putin? Se guardiamo alle azioni concrete dell’inquilino della Casa Bianca possiamo arrivare alla conclusione che si tratta di un semplice mito – e non della verità.

Come rileva Ted Galen Carpenter su The National Interest, i fatti dimostrano che Donald Trump ha portato avanti una politica estera spesso aggressiva nei confronti della Federazione Russa – che certamente non ha fatto piacere a Putin, come la decisione di ritirare gli Usa dal trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato a Washington l’8 dicembre 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbacev, a seguito del vertice di Reykjavík.

Nel settembre 2018, inoltre, l’allora Segretario alla Difesa James Mattis ammise che Stati Uniti stavano addestrando unità militari ucraine in una base nell’Ucraina occidentale. Washington ha approvato due vendite di armi alle forze di terra di Kiev nel corso degli ultimi tre anni. La prima transazione risale al dicembre 2017 ed era limitata alle armi leggere: tale accordo includeva l’esportazione di fucili M107A1 e munizioni, per una vendita del valore totale di 41,5 milioni di dollari. La transazione dell’aprile 2018 è ben più seria. Non solo è più onerosa (47 milioni di dollari), ma include anche armi letali, in particolare 210 missili anti-carro Javelin – il tipo di armi che l’amministrazione di Barack Obama si era rifiutata di fornire a Kiev.

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