L’Italia attende l’aiuto degli Stati Uniti in Libia. In questi giorni, i contatti fra il governo italiano e quello statunitense sono
all’ordine del giorno. È frenetico il lavoro delle due cancellerie: soprattutto da parte di Roma, che sa che per provare a scardinare la strategia di Khalifa Haftar e dei suoi alleati può fare affidamento soltanto sull’altra sponda dell’Atlantico, che pesano (eccome) nelle scelte della Nato e delle Nazioni Unite, così come in quelle di molti partner mediorientali.
La richiesta da parte di Palazzo Chigi è chiara: “Aiutateci in Libia”. Ma la risposta degli Stati Uniti di Donald Trump, fino a questo momento, è stata tentennante. Washington non vuole abbandonare la Libia al suo destino, almeno non totalmente. Ma è chiaro che scegliere una parte piuttosto che un’altra non è una decisione facile per un governo che, in questo caos libico, vede i suoi alleati scontrarsi fra loro.
Il piano Usa, con l’avanzata repentina di Haftar, ha sicuramente subito uno stop importante. E questo sicuramente incide sul fatto che gli Stati Uniti non abbiano intenzione di concedere al maresciallo della Cirenaica la vittoria. Ma è chiaro che, avendo da una parte l’Italia, il Qatar, la Turchia e il governo riconosciuto e dall’altra parte Francia, Emirati, Arabia Saudita ed Egitto, scegliere non è affatto semplice. In qualunque caso, Trump dovrà per forza lanciare un segnale di avvertimento a un alleato.
L’Italia sta provando a convincere Trump a schierarsi apertamente nei confronti del piano di Roma, che è poi quello delle Nazioni Unite e che rappresenta di fatto la declinazione internazionale delle idee del Dipartimento di Stato. L’obiettivo del governo giallo-verde è praticamente ricordare agli Stati Uniti perché dove ribadire la stesse linea americana sulla Libia, che adesso sembra disinteressarsi del caos di Tripoli (almeno in apparenza).
Diciamo “sembra” e “in apparenza” perché se è vero che Washington non ha mai dato particolare importanza al conflitto libico, è anche vero che adesso la questione si è fatta estremamente seria. Specialmente perché l’attivismo dei partner mediorientali e quello della Francia, l’aiuto della Russia e l’asse con l’Egitto di fatto stanno creando un sistema in cui Washington appare fuori dai giochi. E questo una superpotenza non può permetterselo. Soprattutto se questa distanza lede l’immagine di un Paese che guida ancora l’Alleanza atlantica e che vuole evitare che altri Stati prendano il sopravvento in Africa e nel Mediterraneo.
Dal momento che in Libia altri Paesi hanno di fatto eliminato la strategia americana scatenando Haftar, ecco che a questo punto entrano in gioco le potenze che invece possono dare una mano proprio al piano di The Donald: a cominciare dall’Italia. Che in questa sfida alla Francia per il controllo della transizione libica, può giocare una carta di non poco conto, e cioè le tensioni riscontrate fra Parigi e Washington sia sul fronte dei dazi che sul fronte diplomatico.
L’attivismo francese inizia a essere estremamente scomodo per gli Stati Uniti. E l’amministrazione Trump potrebbe mandare un segnale a Parigi proprio passando per la Libia, un conflitto che sta particolarmente a cuore a Emmanuel Macron: presidente che da quando è salito all’Eliseo non ha fatto altro che colpire i piani dell’amministrazione repubblicana americana anche all’interno dell’Unione europea. Lui, insieme ad Angela Merkel, ha imposto una linea molto dura sulla politica commerciale fra Europa e America. E Trump, che utilizza le armi come strumento per inviare segnali nelle sue guerre commerciali, potrebbe usare la Libia.
L’Italia, in questo senso, potrebbe giocare (come detto) questa carta. Ma chiaramente deve far capire agli Stati Uniti di poter essere l’alleato principale degli Usa in Europa. Cosa che, in questi ultimi tempi, è apparsa non particolarmente chiara anche grazie ad alcune prese di posizione del governo italiano su Cina, Venezuela, 5G e costi della Difesa che non sono piaciute per niente a Washington. Ma d’altra parte, se questi errori sono “ricucibili”, la politica francese nei confronti delle relazioni euro-atlantiche assume caratteristiche ben diverse.
Ma per gli Stati Uniti, intervenire in Libia seguendo i piani italiani significherebbe anche lanciare un segnale a tutte le potenze coinvolte, non solo alla Francia. L’ingresso dello Uss Abraham Lincoln Carrier Strike Group nel Mediterraneo a sostegno delle operazioni della Sesta Flotta indica perfettamente l’importanza di tutto il Mediterraneo allargato nel sistema delle relazioni fra Cina, Stati Uniti e Russia. Ed è chiaro che il viaggio di Haftar a Mosca abbia lanciato un segnale anche nei confronti di Washington: il maresciallo di Bengasi, che guida l’avanzata su Tripoli, non è una scheggia impazzita. E Mosca, se riesce a mantenere i contatti con tutte le fazioni libiche, di fatto può assumere il ruolo di leader del futuro del Paese nordafricano. Colpendo inevitabilmente gli interessi americani ma dimostrando anche di saper vincere un conflitto in cui è rimasta attrice silente ma fondamentale.
Ma l’intervento Usa significherebbe anche un monito verso l’Europa, che di fatto da questo conflitto ne esce con le ossa rotte. La discesa in campo del governo americano in un caos che sta logorando i rapporti fra gli Stati dell’Ue andrebbe proprio a inserirsi in una fragilità congenita di tutto il continente. L’asse fra Merkel e Macron traballa proprio per colpa dell’esasperato egoismo e attivismo del presidente francese, l’Italia sta mostrando le crepe di quest Europa che in Libia latita con la Francia che sostiene un generale che sta destabilizzando il fronte meridionale euro-mediterraneo. E l’impotenza europea gioca a favore di un Trump che non vede l’ora di dimostrare che sono Nato e America a comandare i giochi: non l’Europa.