Al di là dei modi e dei tempi, l’obiettivo politico del governo a trazione salviniana sul fronte dell’immigrazione sembra quello di ridurre al minimo l’incidenza di una struttura che ospita migranti in un determinato territorio. Dunque, via quelli che al momento sono le principali spine nel fianco per alcuni territori: i Cara. I centri per richiedenti asilo sono in cima ai timori di alcuni sindaci e non pochi amministratori lungo tutto lo stivale. Ed è proprio su questi che il ministro dell’interno Matteo Salvini punta adesso l’attenzione. 

Da Castelnuovo di Porto a Mineo 

In queste ore l’eco mediatica è rivolta tutta su Castelnuovo di Porto, il primo Cara su cui si sta abbattendo la scure del decreto Salvini. La norma che va a disciplinare le nuove disposizioni in tema di sicurezza, opera un importante giro di vite sul riconoscimento del diritto della protezione internazionale e su chi ha i requisiti per rimanere nel nostro Paese. All’interno dei Cara fino ad oggi vengono sistemati coloro che sono in attesa del riconoscimento del diritto d’asilo. Negli anni questa disposizione ha creato delle strutture con al loro interno centinaia di migranti. I Cara per l’appunto che, secondo Salvini, sono vere e proprie polveriere pronte ad esplodere e costituiscono inoltre un importante costo per lo Stato. Come detto, la prima struttura evacuata è il Cara di Castelnuovo, in provincia di Roma. Al suo interno ci sono circa 500 migranti. Da martedì è in atto lo sgombero del centro: in 200 dovrebbero essere collocati in altre strutture del Lazio, altri piccoli gruppi sono in partenza alla volta di Molise, Puglia ed altre regioni. Una cinquantina coloro che hanno i requisiti, secondo le nuove norme, per ricevere la protezione internazionale e dovrebbero essere smistati negli ex Spar, ossia le strutture gestite dai comuni che si occupano di integrazione dei soggetti ospiti che, sempre in base al decreto Salvini, perlopiù dovrebbero essere minori non accompagnati. 

Terminata l’evacuazione, per la struttura si prevede la chiusura. Non proprio una forzatura della nuova norma comunque: come scrive Valentina Errante su Il Messaggero, il centro di Castelnuovo doveva chiudere battenti a prescindere dalle disposizioni di Salvini. Sotto il livello del mare, con una struttura costruita in un terreno alluvionale, far rimanere qui 500 persone andava contro ogni logica e standard di sicurezza. Ecco perché il Cara di Castelnuovo è il primo ad essere evacuato. Il secondo probabilmente dovrebbe essere quello di Mineo, il più grande d’Italia e tra i più grandi d’Europa. Si tratta di un residence costruito nel Calatino, una regione storica del catanese corrispondente al territorio intorno a Caltagirone. In origine le palazzine immerse nella campagna da cui è possibile ammirare l’Etna, servono per ospitare i militari Usa di stanza a Sigonella e Comiso. Poi gli americani vanno via, nel 1999 il residence viene usato dall’allora governo D’Alema per accogliere i profughi della guerra del Kosovo. Dal 2011 è invece il Cara più discusso d’Italia. Nei periodi di maggiore emergenza, arriva ad ospitare anche 4mila migranti. Un numero enorme, che da un lato genera preoccupazione per la popolazione che abita nelle vicinanze, dall’altro appare come grosso affare per la politica locale.

Per gestire un così alto numero di ospiti, servono almeno 200 o 300 impiegati. Una vera fabbrica, unico reale sbocco economico per un territorio che arranca su molti fronti. Diverse le inchieste di corruzione politica, di raccomandazioni e scambio di voti per entrare nel Cara di Mineo anche come semplice operatore. Ma diversi sono anche gli episodi di cronaca riferibili alla struttura di Mineo: violenze all’interno del centro, migranti che occupano le strade circostanti per protesta oppure ospiti del Cara impelagati in storie di cronaca o di spaccio di droga. Ecco perché Salvini punta a Mineo dopo Castelnuovo. Poi, entro un anno, secondo il Viminale tutti i Cara saranno chiusi.

La strategia di Salvini 

Dunque, come detto, via tutte le strutture che ospitano più di almeno 300 migranti a favore invece di una maggiore dispersione territoriale. Secondo il ragionamento alla base delle ultime decisioni di Matteo Salvini, avere piccoli gruppi di migranti sparsi in piccole strutture lungo la penisola evita maggiori preoccupazioni e difficoltà di gestione. Inoltre, sempre secondo il leader leghista, chiudere i Cara vuol dire anche risparmiare sui costi. Salvini su Radio Anch’io afferma che solo la struttura di Castelnuovo costa sei milioni di Euro all’anno tra affitto, gestione e personale. Ma non mancano le incognite relative alla strategia del titolare del Viminale. 

A partire dall’aumento di coloro che non hanno più diritto a rimanere. Il pericolo, sottolineato da più parti, è che i migranti in questione tornino per strada. Il tempo di permanenza dopo la cessazione dei diritti a rimanere, passa da 90 a 180 giorni secondo il decreto Salvini: un tempo sempre però forse troppo breve affinché si sbrighino le pratiche per l’espulsione sia in Italia che nel Paese di provenienza. Ed un tempo forse fin troppo lungo per evitare che il soggetto in questione torni per strada, facendo poi perdere le proprie tracce. Tra incognite e prosecuzione dell’attività di chiusura dei Cara, la strategia salviniana sembra comunque andare avanti.