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Non solo Artico. Il gioco globale per assicurarsi sovranità, diritti di sfruttamento minerario, ittico e primazia nel settore della ricerca scientifica e militare ha una nuova frontiera rappresentata dall’Antartide. Il Continente Bianco, formalmente “terra di nessuno”, è soggetto, dal 1959, al Trattato sull’Antartide i cui principi fondamentali sono l’uso pacifico della regione, l’ampio sostegno alla cooperazione internazionale e la libertà di ricerca scientifica. L’Antartide è stata poi dichiarata zona denuclearizzata e le rivendicazioni territoriali precedentemente annunciate nel continente sono state mantenute, ma congelate, e nessuna nuova rivendicazione deve essere accettata. Sono stati inoltre proclamati il principio della libertà di scambio di informazioni e la possibilità di ispezionare le attività delle parti firmatarie del Trattato.

La legislazione sembra quindi tutelare quello che è un vero e proprio paradiso delle ricerca scientifica, ma la realtà non è così rosea come sembra: l’accordo dovrebbe essere rivisto nel 2048 e alcuni Paesi premono affinché certe restrizioni possano venire, se non levate, almeno allentate. Nel corso degli anni sono stati aggiunte, infatti, altre regolamentazioni come ad esempio il protocollo sulla protezione ambientale (1998) che regola l’attività umana in Antartide vietando anche espressamente l’attività mineraria, oppure la convenzione sulle risorse marine viventi (1982) che garantisce la sostenibilità dell’ecosistema antartico fissando limiti alla pesca.

Proprio questi ultimi accordi sono entrati nel mirino di Russia e Cina che vorrebbero, per motivi diversi, una loro revisione per poter estendere il raggio d’azione della loro ricerca di fonti di sussistenza, siano esse minerarie o ittiche. A febbraio del 2020, ad esempio, la Russia ha annunciato l’inizio della sua prima indagine sismica in Antartide da 20 anni a questa parte: l’obiettivo è usare questo tipo di studi per sondare la presenza di eventuali riserve di idrocarburi nell’offshore del Continente Bianco. La Cina invece sembra attualmente avere altre mire, ma non è escluso che siano propedeutiche, per la postura che sta tenendo, ad una possibile futura attività mineraria.

Al 40esimo Antarctic Treaty Consultative Meeting del 2017 tenutosi proprio a Pechino, Xi Jinping aveva ambiguamente espresso da un lato la volontà di non alterare lo status quo del continente e, dall’altro, l’interesse geoeconomico per la regione. Il Politburo, al momento, sembra essere interessato a mettere le mani sulle enormi risorse ittiche dell’Oceano Antartico: i mari freddi pullulano di krill e la Cina necessita di proteine a basso costo per sfamare la sua popolazione.

Nel 2020, a testimonianza di questa volontà, Pechino ha commissionato a una compagnia navale di Shanghai la costruzione della più grande imbarcazione per la pesca industriale di krill mai costruita che dovrebbe essere completata entro il 2023.

Il secondo elemento è strettamente legato a questioni commerciali/strategiche: la Cina ha dichiarato più volte di voler far rientrare l’Antartide nella Nuova Via della Seta e pertanto avviare la costruzione di nuove basi, che potrebbero, come le altre infrastrutture costruite per questo progetto, avere un uso duale, quindi anche militare. Il Trattato dell’Antartide, infatti, vieta l’attività militare offensiva, e Pechino sembra intenzionata a costruire stazioni polari per il controllo del suo sistema satellitare che fa da contraltare a quello Gps americano o Glonass russo: il Bei-Dou.

Si ritiene che i satelliti del sistema siano in grado di aumentare la precisione degli attacchi missilistici e di interferire con quelli avversari, inoltre le stesse antenne ad alta frequenza che utilizza sarebbero in grado di bloccare i satelliti in orbita polare considerati ostili.

Oltre a questo la Cina si sta mostrando assertiva anche nella gestione diplomatica internazionale dell’Antartide. Pechino sta usando il continente per dimostrare il suo potere, in particolare scientifico, e influenzare i negoziati internazionali che si stanno tenendo a Parigi in questi giorni.

Proprio dai colloqui nella capitale francese ci giunge la notizia che, contrariamente a quanto previsto dal Protocollo di Madrid (che disciplina gli impatti sull’ambiente n.d.r.), la Cina ha avviato la costruzione della sua quinta base scientifica su un’isola nella baia di Terra Nova, nel Mare di Ross, prima di presentare la valutazione di impatto ambientale della sua stazione alle altre nazioni come vorrebbe la regolamentazione internazionale.

“È la prima volta che un Paese si comporta in questo modo”, ha detto a Le Figaro Mikaa Mered, professore di geopolitica dei poli all’École de guerre. Sappiamo che già nel 2018 erano iniziati i lavori e l’apertura della nuova stazione, originariamente prevista per il 2022, potrebbe essere un po’ posticipata a causa della crisi pandemica e dei danni a uno dei due rompighiaccio cinesi. Normalmente, prima di iniziare la costruzione di una nuova struttura, leggiamo sempre sul quotidiano francese, un Paese presenta il suo progetto per chiedere agli altri il loro punto di vista, in particolare sulla sua posizione e sul suo possibile impatto sulla fauna selvatica e sull’ambiente. La Turchia, ad esempio, si era vista respingere il suo primo progetto per una installazione in Antartide e dovrà presentare un nuovo studio ambientale, più dettagliato, nel 2022 alla prossima riunione del Trattato Antartico.

La Cina con questa nuova stazione diventerà così il quarto Paese al mondo con almeno cinque basi in Antartide, dopo Russia, Argentina e Cile. Una strategia sotto forma di gioco di Go, in cui qui si tratta di circondare e controllare l’avversario. La futura base cinese sarà infatti situata accanto alle due più grandi basi in Antartide: la base Scott della Nuova Zelanda e la base statunitense McMurdo.

Il gioco della Cina qui si attua però non con la finalità di esternare delle rivendicazioni territoriali, ma per non essere estromessa dall’Antartide in caso di opportunità future di sfruttamento delle risorse del sottosuolo, che risulta avere, oltre agli idrocarburi, anche potenziali riserve delle preziose Terre Rare, usate nel campo dell’elettronica, dei superconduttori, e di tutta quella tecnologia “green” – che non è affatto tale – di cui Pechino si sta assicurando il monopolio.

È questo forse il vero fil rouge che collega l’Antartide all’Artide: il progetto cinese di controllare le risorse sfruttabili immediatamente o in futuro di questi particolari minerali che sono fondamentali per l’economia “a impatto zero” insieme al litio, utilizzato nelle batterie.