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Nelle ultime settimane la Russia ha spostato reparti corazzati e meccanizzati in prossimità dei confini con l’Ucraina generando apprensione a Kiev e nelle cancellerie occidentali. Dopo la lunga serie di esercitazioni Zapad 2021, tenutesi in territorio bielorusso, le truppe di Mosca “faticano a trovare la strada di casa” e risultano dislocate in punti diversi dei confini occidentali della Federazione Russa. Diversi rapporti del Pentagono e del governo ucraino riportano che contingenti numericamente consistenti sono stati spostati anche a pochi chilometri dal confine, in una mossa che è stata giudicata come destabilizzante per il fragile equilibrio della regione, ormai da anni caratterizzata dalla guerra in Donbass che, ormai, ha assunto le caratteristiche di uno dei tanti “conflitti congelati” che vede la Russia tra i protagonisti.

La diplomazia si è attivata per cercare di disinnescare una possibile escalation come quella che ha avuto luogo nei primi mesi di quest’anno, dove, sempre in concomitanza con la ripresa degli scontri nella regione ucraina contesa, si è vista la stessa dinamica in atto in questi giorni: spostamenti di truppe e mezzi russi per alzare il livello della tensione e offrire un deterrente convenzionale contro possibili attacchi ucraini di più vasta portata. In quel periodo e in concomitanza con l’escalation in Donbass, la Nato è stata particolarmente attiva nel Mar Nero: il dispositivo navale dell’Alleanza era stato schierato in manovre ed esercitazioni di ampia portata senza dimenticare i continui voli di ricognizione e pattugliamento di velivoli “spia” e di bombardieri strategici.

Oggi, dicevamo, stiamo osservando lo stesso meccanismo e in Occidente c’è chi teme che questo periodico ammassamento di truppe da parte russa sia propedeutico a un’invasione dell’Ucraina: mantenere la pressione ai confini, se pur in assetto difensivo com’è normale che avvenga in un periodo di pace ma caratterizzato da tensioni insolute, servirebbe ad assuefare l’avversario, a confonderlo, nella più classica tradizione della maskirovka russa.

Mosca, secondo alcuni, potrebbe quindi tentare un “colpo di mano” come quello che ha portato all’annessione della Crimea nel 2014, ma oggi, a 7 anni di distanza, la situazione è molto diversa, ed è altamente improbabile che il Cremlino possa decidere di risolvere lo stallo nel Donbass con un’azione aggressiva. Innanzitutto l’Ucraina di oggi non è quella del 2014. Il Paese, essendosi legato maggiormente all’Occidente e nella fattispecie alla Nato – pur non facendone (ancora) parte – è meglio armato e soprattutto addestrato a rispondere alla tattica russa di Hybrid Warfare che lo aveva colto alla sprovvista 7 anni fa.

Ora in prossimità del Donbass, come lungo tutto il confine orientale, sono schierati reparti pronti a intervenire e soprattutto Kiev può contare su armamenti migliori rispetto a un tempo. Secondariamente la stessa attuazione di un secondo colpo di mano seguendo i dettami della Guerra Ibrida è impossibile, in quanto oggi ne mancano i presupposti: Kiev vigila, le regioni di confine sono diventate immuni alla propaganda russa che viene bloccata dal governo ucraino anche attraverso provvedimenti “antidemocratici”, manca quindi il supporto locale della minoranza russa che era stato vitale in Crimea.

Del resto la Hybrid Warfare russa, già allora, non aveva funzionato completamente nel Donbass proprio per la pronta risposta di Kiev, che invece si era fatta trovare completamente impreparata nella penisola. Oggi poi, in caso di aggressione, l’Ucraina potrebbe contare su “sponsor” importanti (Stati Uniti su tutti insieme alla Nato) che potrebbero decidere di intervenire direttamente in suo sostegno, generando quindi un conflitto regionale che potrebbe degenerare in uno di più ampia portata, e nessuno, al Cremlino, è disposto a considerare questa possibilità.

La stessa postura di Mosca, a ben vedere, è quella di “difesa proattiva”: la Russia è presa, a buon diritto, da un sentimento di accerchiamento avendo visto alcuni Paesi chiave del suo estero vicino caduti sotto l’influenza occidentale (prima dell’Ucraina la Georgia), e le continue intrusioni nel suo spazio più prossimo (ad esempio il già citato Mar Nero) non fanno che aumentare questa sensazione, spingendola a reagire nell’unico modo che storicamente conosce: aggressivamente, per mettere al sicuro la sua “porta occidentale” rappresentata da Ucraina e Bielorussia.

Nel contempo però, fallita la presa del Donbass, Mosca ha chiaro che l’attuale situazione di stallo è funzionale ai suoi scopi sebbene rappresenti un chiaro fallimento strategico: l’Ucraina è perduta, nonostante l’annessione della Crimea che è ben poca cosa rispetto ad aver perso la sua influenza in un Paese “fratello”, ma quel conflitto irrisolto permette almeno di evitare che Kiev entri a tutti gli effetti nella Nato e nell’Unione Europea, che è proprio l’obiettivo tattico che il Cremlino si è dato.

Inoltre Russia ed Europa sono “costretti” ad essere nemici dalle contingenze internazionali, ma hanno bisogno l’una dell’altra non solo per le ben note affinità culturali e storiche. All’Europa serve il gas russo, ma soprattutto al Cremlino servono compratori, perché se è vero che esiste una “dipendenza” dei Paesi che acquistano una fonte energetica, è anche vero che l’interesse maggiore è quello di chi la vende: un esempio è infatti l’aumento di produzione del gas diretto verso occidente da parte della Russia, che risulta superiore anche rispetto all’anno precedente. La stessa Ucraina è dipendente da questo meccanismo e Mosca è cosciente che avrebbe nel gas uno strumento di pressione molto più impattante ed efficace rispetto a qualche divisione corazzata, ma altrettanto coscientemente, ed è indicativo delle reali intenzioni russe, non è mai stato usato.

Certo, esiste sempre l’imponderabile, l’accidentale, soprattutto quando due flotte avversarie, due formazioni aeree “ostili”, si fronteggiano, si provocano reciprocamente e quasi quotidianamente: un incidente che potrebbe innescare una serie di eventi incontrollabili è sempre dietro l’angolo. Però bisogna considerare che, da quanto possiamo evincere, il Cremlino non ha alcuna intenzione di scatenare una guerra per (ri)prendersi l’Ucraina.

 

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