Lo scorso lunedì alcuni osservatori avevano scoperto un velivolo da trasporto russo tipo Ilyushin Il-62M parcheggiato nei pressi del terminal dell’aeroporto internazionale di Caracas. Esattamente lo stesso identico aereo, riconosciuto tramite le marche, che, lo scorso marzo, aveva trasportato un centinaio di “consiglieri e tecnici militari” in Venezuela congiuntamente con un altro velivolo cargo tipo Antonov An-124 carico di circa 35 tonnellate di equipaggiamento.

L’ambasciata russa a Caracas fa sapere, tramite un comunicato ufficiale rilanciato dal suo sito e dalla sua pagina Facebook e poi ripreso da diverse agenzie stampa, che il velivolo è servito a rimpatriare il personale tecnico che ha affiancato quello venezuelano impegnato nella gestione di nuovi sistemi d’arma ceduti dalla Russia al Venezuela.

Cosa dice il comunicato?

Si legge, in particolare, che “un velivolo Il-62 è volato da Caracas a Mosca con a bordo specialisti russi che sono stati in Venezuela negli ultimi tre mesi come parte dell’assistenza tecnica fornita dalla Russia in conformità con i contratti stipulati con il Venezuela nell’ambito della cooperazione tecnico-militare. La Russia ha fornito vari prodotti high-tech al Venezuela che hanno richiesto un’adeguata manutenzione. Inoltre, gli specialisti russi hanno condotto attività di formazione per il personale venezuelano”. Il comunicato prosegue con delle ulteriori precisazioni “Questo è un lavoro pianificato che verrà proseguito secondo il programma precedentemente approvato da entrambe le parti. È importante sottolineare che non si tratta di presenza militare russa, ma del rispetto dei contratti di servizio esistenti, che non comportano elementi di destabilizzazione della situazione”.

Nessun nuovo arrivo di “consiglieri militari” come si poteva supporre, quindi. Semplicemente la Russia ha ritirato, anche se qualcun altro afferma che si tratti semplicemente di un avvicendamento, parte del personale impiegato per fornire ai militari venezuelani le conoscenze necessarie per operare al meglio coi diversi sistemi d’arma forniti da Mosca, siano essi i missili da difesa aerea S-300V siano essi, ma questa è una nostra ipotesi, nuovi sistemi di jamming e di guerra elettronica che la Russia ha dimostrato di aver schierato in Siria e che ha palesemente utilizzato in almeno un’occasione, ovvero durante l’attacco americano effettuato coi missili da crociera Tomahawk, alcuni dei quali sono stati quasi sicuramente deviati dai loro bersagli da sistemi elettronici russi.

Sistemi che riteniamo possano essere giunti in Venezuela perché rappresenterebbero uno strumento di interdizione d’area senza l’utilizzo di mezzi di elevato profilo come batterie di missili o cacciabombardieri, pertanto molto efficaci perché “di basso profilo”, ovvero non generanti una possibile escalation in caso di attacco.

L’attenzione diplomatica verso le parole

Quello che è di particolare interesse, al di là del piano prettamente militare, è la chiosa finale del comunicato dell’ambasciata russa. Mosca ha tenuto a sottolineare, ovviamente a Washington, che “non si tratta di presenza militare” e che il personale russo è presente in Venezuela solo per adempiere ai servizi collegati ai contratti di fornitura precedentemente stipulati per i vari asset militari venduti.

Il Dipartimento di Stato americano, infatti, aveva già espresso il proprio turbamento, per usare un eufemismo, in occasione del primo volo lo scorso marzo, che è giunto a pochissimi mesi di distanza dalla “visita di cortesia” di una coppia di bombardieri strategici tipo Tupolev Tu-160 (Blackjack in codice Nato).

Le tensioni non sono andate diminuendo nemmeno all’inizio di giugno, quando il Wall Strett Journal aveva riportato che Mosca aveva ritirato parte del personale militare impiegato in Venezuela, notizia prontamente smentita dal Cremlino con toni piuttosto perentori a sottolineare come Mosca non intendesse cedere alle pressioni internazionali Usa volte ad isolare Maduro e quindi a farne collassare il regime.

Ora, anche se la situazione sembra diversa, si pone effettivamente in continuità con la politica di fiancheggiamento del Venezuela da parte della Russia, sia che si tratti dell’effettivo ritiro di parte del personale tecnico, sia che si tratti di un semplice avvicendamento. Del resto, come abbiamo più volte avuto modo di riportare, Mosca non intende mollare la presa sul Venezuela sia per una questione di principio, sia per una questione puramente strategica: rappresenta un’incrinatura, un pertugio, nel monolite unipolare filo americano, un trampolino di penetrazione per l’influenza russa nel continente sudamericano ed infatti non è un caso che Mosca stia pensando di piazzare una base militare semipermanente in Venezuela, nell’isola di La Orchila.